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Gli alberi del dissidio di piazza Taksim

Resistanbul tra manipolazioni e rivendicazioni. Da protesta ecologica contro un piano urbanistico, a rivolta di dimensioni colossali che si sta rapidamente espandendo a tutta la Turchia. Poteva l’amministrazione di Istanbul immaginare il vespaio che avrebbe provocato la proposta di un nuovo assetto per piazza Taksim?

Piazza Taksim, Istanbul, 11.06.2013. La polizia lancia gas lacrimogeni e getti d’acqua per disperdere i manifestanti. Foto Bulent Killic/Getty. Fonte: http://darkroom.baltimoresun.com

Il progetto prevedeva la ricostruzione di una caserma ottomana del 1800, che avrebbe dovuto ospitare prevalentemente un centro commerciale, e in parte un centro culturale. Ultimamente si vocifera anche che gran parte del polmone verde del parco Gezi, ospitato nella piazza, avrebbe dovuto essere sacrificato. L’abbattimento degli alberi del parco è ben presto assurto a simbolo dell’abbattimento dei pilastri della democrazia turca perpetuato dal premier Recep Tayyip Erdoğan e del suo governo islamo-conservatore, almeno nella percezione dei manifestanti. Erdoğan è al suo terzo mandato come primo ministro, per oltre dieci anni di governo assieme al partito AKP (conosciuto anche come “Giustizia e Sviluppo”) da lui fondato nel 2001. Un uomo che da sempre si batte per i diritti dei musulmani, come la rimozione del divieto di indossare il velo islamico in tribunali ed università. Nel 1999 scontò un periodo in prigione, con l’accusa di incitamento all’odio religioso e razziale per aver recitato i versi di una poesia in pubblico. I protestanti manifestano contro un’erosione costante e progressiva dei diritti del popolo turco, in un’ottica di integralismo islamico. Ripercorriamone assieme alcune tappe. Il 24 maggio viene reso effettivo il divieto di pubblicizzare alcolici, unitamente ad una forte limitazione delle vendite di questi prodotti, da ora vietata tra le 22 e le 6 di mattina. Le compagnie del settore saranno costrette ad apporre avvisi riguardanti i pericoli per la salute sul packaging, e i venditori al dettaglio non potranno esporre le bottiglie. Sempre nel mese di maggio, le hostess della Turkish Airlines avevano dovuto eliminare rossetti e  smalti per unghie rossi dalle loro trousse; la compagnia aerea, detenuta al 49% dallo Stato turco, aveva poi dovuto recedere il divieto a causa delle numerose proteste. Le effusioni in pubblico, per quanto non ufficialmente vietate, sono fortemente sconsigliate da un imperativo morale. E l’azienda dei trasporti pubblici cittadini, che grazie ad un comunicato diffuso a fine maggio in cui richiedeva agli utenti di mantenere un comportamento “conforme alle norme morali”, ha scatenato una protesta a suon di baci alla stazione Kurtulus della metropolitana di Ankara.

Il premier turco Erdogan

I giovani turchi, cosmopoliti e istruiti, non subiscono in silenzio. “We will not be oppressed!” urla in lettere maiuscole un annuncio a tutta pagina pubblicato sul New York Times, per iniziativa di tre privati turchi. Giovani che sanno come usare il web e i nuovi media: i 53.800 dollari necessari per l’annuncio sono stati raccolti tramite il sito Indiegogo. Erdoğan nel frattempo se la prende con Twitter e Facebook: l’emittente televisiva privata Ntv riferisce l’arresto di cinque manifestanti ad Adana e di 34 arresti a Smirne, con l’accusa di aver organizzato le proteste degli ultimi giorni con messaggi postati su tali media. Ma d’altra parte, i social network sopperiscono alle mancanze dei media ufficiali della Turchia, che disdegnando largamente la copertura degli scontri non vengono incontro alle esigenze di informazione. È diventato ormai leggendario il documentario sui pinguini mandato in onda dalla CNN Türk la sera del primo grande scontro, il 31 maggio. E quando invece provano a parlare della rivolta, cercano di creare una percezione distorta delle sue dimensioni e importanza. Basta leggere i titoli in prima pagina su turkishpress.com per rendersi conto di come la stampa turca stia gestendo la situazione: viene sottolineata una natura “vandalica” dei protestanti, a cui si appella il premier turco, e delle morti causate dagli scontri si nomina solo quella di un capo della polizia, a mano di “rimostranti illegali”. Nessun accenno agli altri due morti, un giovane attivista dell’opposizione, colpito da un proiettile partito da un blindato della polizia, e un altro manifestante investito da un taxi. Oltre 3.000 i feriti, secondo dati della Turkish Medical Association, ma il numero aumenta di giorno in giorno. Ancora da confermare invece la notizia del decesso di un ragazzino di soli 13 anni, riferita da un reportage della Stampa, che colloca l’avvenimento nella notte tra il 7 e l’8 giugno. Fin dall’800 però la nozione di rivoluzione è stata avvolta da un’aura romantica, che impedisce di essere completamente lucidi nel valutarne le reali motivazioni. Non molti riescono ancora a negare come il presidente USA George W. Bush abbia orchestrato la guerra in Iraq, millantando armi di distruzioni di massa mai trovate. Per non parlare dell’ingerenza occidentale nella rivoluzione libica, e la rapidità con cui Gheddafi, da grande amico, si era trasformato in indiscusso dittatore. Dittatore: già si sente questa parola serpeggiare in Turchia, riferita al premier Erdoğan. In che misura gli scontri sono l’effetto di legittime richieste del popolo di avere un governo meno influenzato dalla religione, e in che misura intervengono interessi esterni? I moti di piazza Taksim potranno anche essere totalmente spontanei, come testimonia il giornalista e attivista politico Avigdor Eskin, ma una manipolazione più sottile del quadro generale non è da escludersi. Alcuni già puntano il dito contro il magnate George Soros, fondatore di numerosi progetti filantropici e dichiarato sostenitore e finanziatore di gruppi pro-democrazia. Soros non nega la parte che ha svolto nel sostenere i movimenti che hanno destabilizzato l’Est Europa nei decenni passati. Già nel 2011, Lisa Graas del David Horowitz Freedom Center evidenziava “l’influenza manifesta” di Soros in Turchia tramite la sua Open Society Foundation, per quanto il miliardario neghi. Secondo il giornalista e scrittore Richard Poe, ogni volta che Soros cerca di destabilizzare un’area applica lo stesso schema, composto da sette punti. Siamo già al sesto punto, l’occupazione delle strade; se lo schema funziona, il prossimo passo prevede le dimissioni di Erdoğan per timore di un intervento NATO. NATO che è già presente in maniera massiccia sul suolo turco, soprattutto dopo l’inizio della guerra civile in Siria. Fin dal suo inizio, il governo turco si era schierato tra gli oppositori  del regime di Assad. Con atteggiamento ostile, il premier Erdoğan aveva previsto la caduta del regime siriano ad opera dei ribelli (l’ironia della sorte!), permettendo l’attivazione di una base NATO ad Incirlik, nel sud della Turchia e ospitando squadre della CIA per controllare l’invio di materiale bellico, fornito da Arabia Saudita e Qatar, come espongono più articoli del New York Times [vedi qui e qui, ndr]. Una presenza ingombrante, insomma, che Erdoğan farebbe bene a tenere d’occhio, considerato anche che Joe Biden , sollecitando Erdoğan a rispettare i diritti degli oppositori, ha affermato: “Il futuro della Turchia appartiene al popolo turco e a nessun altro. Ma gli USA non possono rimanere indifferenti.” Il governo turco sta già strumentalizzando a proprio favore una possibile ingerenza straniera nelle rivolte, che sarebbero causa di “estremisti venuti dall’estero”, a detta del primo ministro turco. Si parla di “spie” di una cospirazione internazionale, catturate tra i manifestanti. Ma è facile dare la colpa unicamente a cause esterne, cadendo nel complottismo gratuito, quando basterebbe aprire un dialogo e fare alcune piccole concessioni. “Nessun governo sopravvive contro il volere del suo popolo,” aveva detto Erdoğan prima della caduta di Mubarak in Egitto. “L’esecutivo ha imparato la lezione – promette il vice primo ministro Bulent Arinç – Non abbiamo il diritto di permetterci di ignorare la gente.” Ma anche se i capi dei governi occidentali tirano un respiro di sollievo, Arinç precisa che le scuse sono rivolte unicamente agli ambientalisti, non ai manifestanti politici. Kadir Topsas, sindaco di Istanbul, ha riconfermato la volontà di ricostruire l’antica caserma ottomana del parco Gezi, ma se non altro – sembra – il progetto si è liberato della prospettiva di un centro commerciale al suo interno. Il fronte dei rivoltosi è frammentato, e manca di organizzazione: due buoni motivi per supporre una conclusione dei moti prima che portino a qualcosa di più grande, a meno che non ci metta lo zampino qualche potere. In ogni caso, i giovani della rivolta ispireranno i giovani di Egitto e Tunisia, dove gli islamisti, ispirandosi al modello turco, sono riusciti a vincere le elezioni. Modello che a quanto pare non era sufficiente per garantire la stabilità.

L’anno prossimo, a marzo, in Turchia sono previste le elezioni; se Erdoğan riuscirà a rimanere in carica fino ad allora, non sembra molto plausibile una sua rielezione, per quanto per adesso goda ancora di buona popolarità. La gente non ha ancora del tutto dimenticato i risultati economici da lui ottenuti negli ultimi dieci anni.

 

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Il Papa Nero si fa Bianco

Abbiamo previsto un paio di fumate nere, così è stato. Abbiamo previsto un papa gesuita, così è stato. La lobby mondiale di Bilderberg e soci non si smentisce. Ma se straordinaria è l’abdicazione di un papa, lo è ancor più che un gesuita diventi papa. Di dimissionari ce ne sono stati, di gesuiti papi egli è il primo. Qualcuno potrà pensare a Leone XIII, ma aveva solamente studiato dai gesuiti, e gesuita non era. Un gesuita papa? Evento storico! L’impossibile diviene possibile, il Papa Nero (dal colore della veste dei gesuiti) e il Papa Bianco (quello di Roma, che ubbidisce però al Nero) riuniti in una sola persona.

Sarebbe come mettere un lupo a guardia di un gregge, un pedofilo a dirigere un asilo. Non alludo soltanto alla massoneria che accompagna i gesuiti, poiché di cardinali massoni è pieno da sempre il Vaticano. Quando nel 1978 il giornalista della P2, Mino Pecorelli, pubblicava sull’Osservatore Politico la lista dei cardinali massoni, papa Luciani era sul punto di silurarne molti (compreso quel Marcinkus, capo dello IOR) se il veleno non l’avesse raggiunto poche ore prima. Grave errore fu confidarsi con l’allora Segretario di Stato Villot, anch’egli membro della loggia P2. Pecorelli sarà ucciso pochi mesi dopo ma per ulteriori motivi. Un altro scrittore affiliato alla P2, Pier Carpi, parlò chiaramente di Loggia Ecclesia, operante in Vaticano alle dipendenze dirette del Duca di Kent, loggia che lo stesso Gelli definì “potentissima, composta solo da cardinali e alti prelati”. Perché ricordarlo?

I gesuiti cominciarono a infiltrare la massoneria dal suo nascere nel Settecento e forse fu il vero motivo che spinse Clemente XIV a sciogliere l’Ordine nel 1773. Forse era quel qualcosa, come disse quel papa, che teneva celato nel suo cuore. Prima di essere avvelenato con arsenico l’anno seguente. Arsenico come quello che due secoli prima viaggiava sui galeoni spagnoli della terza spedizione coloniale in Perù, con il quale fu avvelenato il vino che sterminò l’Inca e il suo popolo. Lo provano documenti di viaggio redatti da certi frati e rinvenuti in casa del principe di Sansevero a Napoli.

Cosa fecero i gesuiti dopo lo scioglimento dell’Ordine? Tre anni dopo, un agente dei Rothschild che aveva studiato nelle loro scuole, Adam Weishaupt, fondò l’ordine degli Illuminati, nel quale confluirono molti della disciolta Compagnia di Gesù. È il tempo in cui massoneria, illuminati, gesuiti, banchieri ebrei cominciano a collaborare ad majorem Dei gloriam (o alla maggior gloria del denaro?). Come scrive il vostro Umberto Eco: “I gesuiti sono massoni vestiti da donna”. Ecco allora che, tramite i loro bracci secolari, i Rothschild pianificarono e finanziarono la rivoluzione francese e Napoleone. I gesuiti erano ai vertici dell’organizzazione che minò le monarchie colpevoli di aver fatto cadere il loro Ordine. Quello stesso Ordine che, guarda caso, ricomparirà due mesi dopo la sconfitta di Napoleone a Waterloo, nel 1814. “Il più assoluto dei dispotismi e il più grande degli abusi”, così Napoleone definirà il gesuitismo, accortosi troppo tardi di essere stato manovrato. Avendo finanziato Wellington, Natan Rothschild ebbe così il completo controllo sulla Banca d’Inghilterra, e i gesuiti la loro vendetta.

Gesuiti sono i Rothschild, i Morgan, i Rockefeller. Quindi il CFR, feudo di questi ultimi. Fu il banchiere sionista J. P. Morgan, gesuita, a scatenare la crisi economica americana che, con l’aiuto degli altri banchieri e del presidente Wilson, altro gesuita, portò all’incostituzionale Federal Reserve. Non è necessario essere preti per essere gesuiti. Fu Morgan a finanziare la costruzione del Titanic, sul quale invitò per il viaggio inaugurale molti dei magnati a lui contrari, mandati a morire tra i ghiacci l’anno prima della costituzione truffaldina della Federal Reserve. Gesuita era il capitano Smith, comandante di quel transatlantico, al quale fu ordinato di lanciare a tutta velocità la nave contro l’iceberg, spianando così la via alla privatizzazione della Banca americana.

Comunismo, sionismo, nazionalsocialismo, sono tra le creature della potentissima lobby economica ebraica, massonica, gesuita. Scrisse Hitler: “Ho imparato dai gesuiti. Una buona parte di questa organizzazione l’ho trasportata direttamente nel mio partito. Sto fondando un ordine (le SS)… In Himmler vedo il nostro Ignazio di Loyola”.

Il vostro Monti è un gesuita. Professore universitario e rettore, capo del governo delle università private, per lo più cattoliche. L’istruzione è da sempre nelle mani dei gesuiti, che se la contendono con quelli dell’Opus Dei. Stessa cosa con le finanze vaticane, da sempre amministrate dai gesuiti. L’Opus Dei, nato in Spagna come la Compagnia di Gesù, scaturito dai gesuiti stessi, fu avversato dai papi fino a Giovanni Paolo II, che invece lo portò alle stelle e ne santificò il fondatore. Dell’Opus Dei era perfino il suo portavoce Navarro e il presidente dello IOR, Ettore Gotti Tedeschi. Benedetto XVI non fece che continuare a favorire gli opusdeisti, irritando i gesuiti. Altro motivo per deporre quel papa e sostituirlo con un gesuita che sistemerà le dissestate finanze dello IOR. La dismissione del papa era già nell’aria durante la guerra in Vaticano dello scorso anno e spiega l’improvvisa cacciata di Gotti Tedeschi, dopo la sua rottura con Bertone e a maggior ragione con lo scandalo MPS. Il nuovo capo dello IOR è stato nominato, tanti mesi dopo, proprio all’indomani dell’abdicazione del papa. Un papa che, ancora una volta, l’arsenico stava lentamente avvelenando.

In Vaticano non si aggira più un pastore tedesco ma un gesuita argentino. Il tutto previsto da tempo: prova ne è che due settimane dopo la sua elezione era già in distribuzione il libro biografico del nuovo papa. Nella riunione straordinaria di Bilderberg a Roma il 13 novembre dello scorso anno che cosa si sarà mai deciso? Magari le dimissioni di Monti, del papa e il predominio dei gesuiti su tutti? Adesso le guerre intestine in Vaticano potranno cominciare a quietarsi. Il Papa Nero ha messo un suo luogotenente a governare Roma e ha pieni poteri come mai nella storia dell’umanità.

Troppo presto per valutare papa Francesco e capire se il richiamo è al Santo di Assisi oppure a San Francesco Saverio, Francisco Javier, cofondatore con Ignazio di Loyola della Compagnia di Gesù. Vedremo se si comporterà da francescano o da gesuita. Bergoglio è molto potente, lo era già da cardinale, tanto sa essere determinante perfino nell’elezione di Obama a presidente. Obama, un altro Bilderberg. Se Bergoglio ha ricevuto mandato dai poteri bancari che puntano al governo mondiale lo vedremo nel lungo periodo quando, conquistati i cuori dei fedeli, amato e venerato al di sopra di ogni sospetto, dovrà convincerli a ubbidire alla dittatura mondiale. State certi che tutti lo seguiranno levando inni di gioia al Signore: l’idolo amato dalla gente, il buon pastore della Chiesa povera, dirigerà le sue greggi verso la tana del lupo. Questo con B16 non sarebbe stato possibile. Questo è essere gesuiti. Questo è un Papa Nero.

ELIA MANDEL, Toscana, marzo 2013

 

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