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Una serie di video da risveglio societario

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Tertium non datur

Dopo l’euforia di alcuni (pochi) e la rabbia di altri (molti), è il tempo di fare qualche considerazione sulla rielezione di Giorgio Napolitano al Quirinale. Premesso necessariamente che non si può parlare di colpo di stato (pena l’ostracismo), le vicende che hanno preceduto e che seguono l’evento clamoroso sono quantomeno rivelatorie. Vedere gli esponenti dei partiti politici di destra-sinistra applaudire un Re Giorgio dai toni fustigatori nei loro confronti, l’informazione berlusconiana esaltare la rielezione di un ex comunista al Quirinale e della piddìna Serracchiani in Friuli Venezia Giulia, o, al contrario, organi di informazione ostili al Cavaliere fare da cassa di risonanza alle ispirazioni restauratrici di quest’ultimo… fa quantomeno sorridere. In questa battaglia per il Colle, Beppe Grillo e il MoVimento 5 Stelle sono riusciti ad unire il diavolo e l’acqua santa in unico fronte compatto, a difesa del proprio status quo, mostrando così a tutti quanto il bipolarismo sia in realtà un gioco delle parti. Dopo il 20 aprile, la distinzione è netta, quasi metafisica: da un altro una classe dirigente ormai prossima al pensionamento, che letteralmente “non sa più che pesci pigliare” ed è costretta ad affidarsi al Venerabile Giorgio, da cui accetta volentieri di farsi dare ordini pur di sopravvivere qualche mese in più; dall’altro il “portavoce” Grillo, che da tempo ha dismesso i panni del comico per assumere quelli dello stratega militare.

Già, perché di strategia militare (e delle più raffinate) si tratta. Basti pensare alle parole usate da Grillo nell’ormai lontano (è proprio il caso di usare quest’aggettivo) 2009, quando lanciò dal suo blog l’idea di costituire un Movimento di Liberazione nazionale, che avrebbe assunto poi il nome che tutti conosciamo:

Quando i soldi finiranno, o meglio, quando saranno costretti a annunciare che i soldi sono finiti, allora inizierà il ballo. Nessuno può dire che tipo di ballo sarà. Secessionista, peronista, federalista, pre unitario, fascista. Una danza a cui dobbiamo partecipare, non assistere.

Con gli occhi di oggi, queste parole indicano quanta lungimiranza vi sia dietro il progetto politico del M5S. Mentre oggi riusciamo a stento a comprendere cosa ci succeda intorno, Grillo e Casaleggio sembravano sapere già da anni in quale situazione l’Italia si sarebbe trovata, con una precisione davvero notevole.

Lo scenario di un’Italia balcanizzata, infatti, è stato evocato anche di recente da Grillo, proprio durante la battaglia per il Colle, nell’ammonire Pierluigi Bersani e il suo partito dall’elezione di un presidente dell’inciucio:

Il pdmenoelle ha consultato (e sta consultando) solo Berlusconi per proporre D’Alema, Amato, Violante come ruotino di scorta o un presidente dell’inciucio dell’ultimo momento. Un loro settennato consegnerà l’Italia alla dissoluzione non solo economica, ma anche come Stato unitario. E’ bene saperlo in anticipo. Ognuno si prenda le sue responsabilità.

L’invito agli italiani a partecipare al ballo, anziché assistervi, può quindi essere letto come un invito a prendere in mano le istituzioni per tempo, prima che queste vengano distrutte insieme al paese stesso. Per fare questo serviva una struttura informativa e organizzativa alternativa all’informazione ufficiale e alla partitocrazia, che permettesse di incanalare la rabbia popolare crescente ed indirizzarla verso un progetto politico. Un progetto che, alla luce degli accadimenti attuali, mira forse a mettere l’Italia in salvo dal rischio di finire “come la Grecia”, dopo le politiche recessive (mi si perdoni l’eufemismo) del governo Monti, con i rischi che ciò avrebbe comportato per la tenuta non solo sociale, ma anche politica di un paese così frammentato.

In quest’ottica si può leggere la scelta di sostenere la candidatura di Stefano Rodotà alla più alta carica istituzionale. Per il suo curriculum e le sue idee, Rodotà era la candidatura più adatta, tra quelle indicate nelle “quirinarie”, per un settennato di transizione. Un settennato di pacificazione tra le parti sociali, tra Nord e Sud, tra i cittadini e le istituzioni. Queste, in particolare, avrebbero avuto un’ultima occasione di riscatto, per evitare la bancarotta morale (prima che finanziaria). Infatti, che ne sarà della Repubblica Parlamentare quando le proteste (mi si perdoni ancora l’eufemismo) contro le politiche di austerità (che non saranno superate, ma applicate anche alla politica) saranno proteste contro il “governo del Presidente”?

Al contrario, Rodotà ha sempre difeso l’assetto parlamentare della Repubblica (non è peccato pensare al Presidenzialismo, purché lo si proponga alla luce del sole), come previsto dalla Costituzione. Una fedeltà alla Carta Costituzionale che non poteva non riservare critiche all’introduzione del pareggio di bilancio, che “ha reso Keynes incostituzionale”, come scrisse in una lettera a Repubblica il 20 giugno 2013, in cui si esprimeva a favore di una maggiore democratizzazione dei processi decisionali anche in materia economica, attraverso il referendum propositivo e l’introduzione di forme di partecipazione pubblica al bilancio (proposte presenti anche nel programma elettorale del M5S).

Rodotà si è espresso criticamente anche nei confronti delle privatizzazioni, che invece hanno caratterizzato la politica dei governi di centrosinistra e saranno una questione “urgente” anche per il governo Letta. L’occasione era un seminario organizzato dal Pd presso la Casa dell’Arhitettura a Roma, il 7 febbraio scorso, parlando di fronte ad un uditorio che all’epoca considerava amico:

Deve essere la Corte dei Conti a ricordarci che serve uno sguardo critico sulle privatizzazioni del passato? Siamo ancora prigionieri delle semplificazioni che fanno guardare ai beni pubblici solo con lo sguardo disperato delle dismissioni.

E ancora, alludendo a chi abbiano giovato veramente le dismissioni pubbliche italiane, aggiunge che la politica deve ribellarsi alla dittatura di soggetti opachi e irresponsabili, elevati al rango di dominatori d’ogni politica.

Ma in quella stessa occasione, è sul concetto stesso di cittadinanza che Rodotà mostra tutto il suo “grillismo”, all’epoca (forse) insospettato:

I diritti sociali devono essere oggetto primario delle politiche pubbliche, che intorno a questi diritti fondamentali costruiscono una cittadinanza inclusiva e con essa le precondizioni stesse del processo democratico. Dobbiamo interrompere la spirale del ritorno alla cittadinanza censitaria con azioni concrete, che vanno dal reddito universale di cittadinanza, alla cancellazione dell’articolo 8 della legge dell’agosto 2011 dove è permessa la deroga alle garanzie previste dalla legge nella contrattazione, alla scuola e alla salute, dove il loro essere pubbliche ci parla di una qualità, non di una modalità di spesa. Se però la politica vuole tornare ad essere pienamente costituzionale, deve affrontare questioni come quella del pareggio di bilancio e del patto di stabilità, che hanno sfigurato la Costituzione e si pongono come ostacolo alle politiche pubbliche di rispetto dell’uguaglianza, della libertà, della dignità delle persone.

Difficile non chiedersi come abbia potuto, con queste idee, aver ricoperto il ruolo di presidente del Pds e godere di buona fama all’interno del Pd. Più facile, invece, capire come la sua elezione avrebbe potuto aprire le porte ad un governo di collaborazione tra il Movimento di Grillo e Casaleggio e la nuova generazione del Pd, che pur condividendo idealmente (ed ingenuamente) le scelte della classe dirigente del proprio partito, non ne può condividere la responsabilità. Un governo che avrebbe potuto aprire spiragli di “speranza” nell’opinione pubblica, attuando alcuni dei punti dell’Agenda Grillo, come la riduzione della pressione fiscale sulle imprese, il reddito di sussistenza, passando per un taglio (simbolico) alle spese della politica, magari spostando la lotta all’evasione fiscale sul campo delle rendite finanziarie, del gioco d’azzardo e della prostituzione. Certo, si sarebbe trattato di qualcosa di ancora lontano, in realtà, da ciò che serve veramente all’Italia: una maggioranza politica forte, non espressione della rabbia popolare, ma del comune desiderio di recuperare la sovranità, come cittadini e come nazione. Un governo che abbia una visione del futuro a lunga scadenza, con un programma mirato a ricostruire da capo questo Paese, per aprire non una nuova stagione, ma un Nuovo Rinascimento. Per ora non ci è data nemmeno la transizione, ma a rimetterci saranno soprattutto “loro“: avrebbero potuto chiedere scusa, farsi da parte, restituire il maltolto (in primis la sovranità popolare, vera refurtiva del saccheggio repubblicano) e, perdonati, godersi il Futuro. Invece…

 

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LA GRECIA FA I CONTI CON LA TROIKA

Se la situazione della Grecia descritta nel libro La guerra dell’Europa era già molto preoccupante, negli ultimi mesi la devastazione è diventata profonda, diffusa e palpabile in tutto il paese. A nulla sono servite ben due tornate elettorali a distanza di poche settimane fra l’una e l’altra: con una legge elettorale (che alcune forze politiche vorrebbero in qualche modo imitare nella riforma di quella italiana) che attribuisce un premio di maggioranza di ben 50 seggi su un totale di 300 al primo partito, è relativamente semplice rovesciare la volontà dell’elettorato. Infatti, il governo greco oggi deve piegarsi alle richieste e ai ricatti della troika – Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale – nonostante la maggioranza di chi si è recato alle urne abbia scelto una formazione contraria all’Euro e al cosiddetto Memorandum.

In barba quindi alla cosiddetta governabilità ottenuta con l’espediente elettorale, la popolazione greca sta vivendo una disperazione agghiacciante: non solo bambini che svengono a scuola per la denutrizione, ma anche ospedali che chiudono, un comparto produttivo azzerato, il 27% dei cittadini che si trova al di sotto della soglia di povertà, decine di migliaia di persone (spesso famiglie intere) che vivono all’aperto nei parchi di Atene perché hanno perduto lavoro e casa. Si tratta di chi magari era giunto a pagare l’80-85% del proprio mutuo, ma non avendo più un’occupazione, si è visto portare via la propria abitazione dalle banche, per via del meccanismo che prevede il saldo anticipato degli interessi e solo in seguito il pagamento del prestito effettivamente ricevuto.

Dopo ben cinque anni di recessione continua, la penisola ellenica è allo stremo. Secondo il parametro ufficiale del PIL, si sono persi 22 punti percentuali negli ultimi quattro anni a causa delle politiche cosiddette di austerity. Per chiarire meglio questo punto si pensi che la portata delle manovre greche è di 63 miliardi di euro; contestualizzando il dato in Italia, sarebbe come dire che sono stati eseguiti tagli per circa 600 miliardi.

Per alleggerire la povertà dilagante, in conseguenza dei provvedimenti adottati, il Ministero dello Sviluppo ellenico ha approvato ad inizio ottobre una legge per permettere ai supermercati di commercializzare a prezzi stracciati (con uno sconto del 66%) i prodotti alimentari scaduti, fino a 90 giorni – a seconda dei generi – dalla data del consumo indicato. Ma anche acquistare questo tipo di cibo per sfamarsi può essere proibitivo per chi non ha alcun reddito, perché è stato licenziato, ha chiuso la propria attività oppure non trova proprio il lavoro. E oggi un Greco su 4 è disoccupato, mentre ben oltre il 54% dei giovani non ha occupazione (dati allarmanti che però non tengono contro anche dei tanti che hanno smesso di cercare lavoro).

Nelle città aumenta così la micro-criminalità (furti, scippi, scassi), mentre un numero crescente di persone, spinte dalla disperazione si riducono a delinquere o a prostituirsi. La popolazione che invece ha ancora un lavoro, si ritrova spesso a protestare contro le misure di austerità: in 10 mesi sono stati fatti addirittura 4 scioperi generali, e quello del 18 ottobre, durante il quale un manifestante di 66 anni è stato stroncato da un infarto, è stato il secondo in poco più di un mese.

Un panorama tanto allarmante ha indotto il Ministro delle Finanze Yannis Stournas a dichiarare a metà ottobre che “La Grecia ha urgentemente bisogno della nuova tranche da 31,5 miliardi di euro altrimenti morirà asfissiata”. Ma non sarà un’iniezione di denaro, fra l’altro in larga parte indirizzato alle banche, che potrà salvare una situazione ormai generalmente compromessa. Senza calcolare che ogni volta che si parla di aiuti dall’UE o dalla troika, in realtà si dovrebbe indicare che si tratta di prestiti da restituire con relativi, salatissimi, interessi.

Il destino della Grecia sarebbe, infatti, appeso, secondo le Istituzioni, gli economisti e i politici, al rapporto della troika atteso per fine novembre. Al momento è certo che il paese si trova davanti a tre sole possibilità: tagli, un nuovo pacchetto di misure oppure una proroga nei tempi indicati per la realizzazione dei provvedimenti imposti. La stessa Christine Lagarde del Fondo Monetario Internazionale si è resa disponibile a dare più tempo alla Grecia, ma è stata immediatamente rimproverata da Wolfgang Schauble (che ha deciso, alcuni mesi fa, la formazione di 160 finanzieri tedeschi da spedire in Grecia per appropriarsi direttamente delle tasse versate). Secondo il Ministro delle Finanze della Germania, la politica di austerità non può assolutamente essere allentata.

Risultato? La troika chiede in questi giorni ad Atene di effettuare nel 2013 (in anticipo rispetto a quanto previsto) una politica per ulteriori 9 miliardi di euro di tagli, in modo da poter accedere alla tranche di aiuti invocata dal Ministro Stournas. Le trattative non sono però state così ‘tranquille’: il 16 ottobre la troika ha interrotto per breve tempo i negoziati con il governo greco, salvo poi riprendere i rapporti via email, dopo una consultazione telefonica con la Lagarde. L’attrito, anche interno allo stesso terzetto, sarebbe stato imputabile alle diverse posizioni rispetto alle misure da attuare. Dall’Unione Europea sono state, infatti, avanzate richieste come il taglio del 50% degli indennizzi di licenziamento con effetto retroattivo (a partire dall’1 gennaio 2012), l’incremento dei giorni lavorativi (da 5 a 6 alla settimana), l’eliminazione degli adeguamenti delle retribuzioni previste dal contratto nazionale ogni 3 anni, il licenziamento di ulteriori 15.000 dipendenti pubblici.

Non solo. La troika deve anche verificare quanto la Grecia sia stata disciplinata e abbia attuato i provvedimenti già indicati nel Memorandum. La Merkel  si è addirittura recata personalmente ad Atene per rendersi conto di quanto sia stato fatto dagli ellenici ma, nonostante tutto, il suo giudizio è stato inflessibile: “C’è ancora molto da fare”. Un’opinione probabilmente utile per la Cancelliera anche in occasione dell’incontro nella capitale con imprenditori e rappresentanti delle aziende tedesche che operano nella penisola ellenica, come Siemens, Ote, Bauer, oltre a istituti bancari come Alphabank ed Eurobank. La Grecia infatti è oggetto degli appetiti di grandi aziende straniere, in alcuni casi vere e proprie multinazionali, pronte ad avventarsi sul bottino ellenico, anche grazie alle ingenti privatizzazioni imposte dalla stessa troika.

Curiosamente, al Forum organizzato dall’International Herald Tribune ad Atene il 15 e 16 ottobre, anche chi ha duellato nell’ultima tornata elettorale, come l’attuale primo ministro e i presidenti del social-democratico Pasok e del partito della sinistra Syriza, sono stati relatori per definire il programma di privatizzazioni, definito “una priorità strategica per il paese”. Così, alla piattaforma prevista per nuove opportunità di investimento, anche nei “settori chiave dell’economia greca, come energia, miniere, turismo e sviluppo delle infrastrutture”, partecipano rappresentanti del Fondo Monetario Internazionale, l’ambasciatore australiano, il presidente della camera di commercio Franco-Ellenica, uno dei direttori del Roubini Global Economics (strettamente collegato allo statunitense Council on Foreign Relations), oltre al vicepresidente del settore sviluppo economico della Lockheed Martin Aeronautics. Convegni internazionali come questo potrebbero dunque accreditare quanti vanno sostenendo che nell’Egeo ci sarebbero enormi risorse di petrolio, gas naturale e altri minerali e che quindi la Grecia dovrebbe seguire Cipro, che ha già concluso un accordo con Tel Aviv per lo sfruttamento comune degli idrocarburi.

Quel che è certo è che il sistema di potere della grande finanza internazionale, rappresentato dalla troika, non mollerà la presa. Al vertice europeo del 18 ottobre, Mario Monti ha fatto proprie le parole del presidente dell’euro Parlamento Juncker, secondo il quale durante l’incontro “si è stabilito in modo definitivo che nessuno pensa, né chiede di escludere la Grecia dall’euro zona, né di metterla in una posizione in cui si autoescluda.”  Nessuna via d’uscita dunque, nonostante i trattati europei prevedano chiaramente la possibilità di recesso da istituzioni totalmente vocate a un’Unione che è soprattutto bancaria e che soddisfa le pretese originatesi con la speculazione finanziaria. L’uscita da queste trappole avrebbe, secondo molti, costi elevatissimi. Ma siamo davvero sicuri che questi siano più elevati di quanto non implichi la nostra permanenza?

 
 

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Paraguay: Il secondo colpo di stato di Obama in America Latina

di: Shamus Cooke – 25 giugno 2012

Il recente golpe contro il presidente democraticamente eletto del Paraguay non è solo un colpo alla democrazia, ma un attacco contro la popolazione lavoratrice e i poveri che hanno sostenuto e portato alla vittoria il presidente Fernando Lugo, che essi vedono come un baluardo contro l’elite benestante che ha già dominato il paese per decenni.

I media mainstream e i politici statunitensi non stanno definendo gli eventi in Paraguay come un colpo di stato, dal momento che il presidente è stato “legalmente messo sotto accusa” dal Congresso del Paraguay dominato dall’elitè. Ma, come spiega l’economista Mark Weisbrot sul Guardian:

“Il Congresso del Paraguay sta cercando di spodestare il Presidente Fernando Lugo per mezzo di un procedimento di impeachment, per il quale gli sono state date meno di 24 ore per prepararsi e solo due ore per presentare una difesa.

Sembra che la decisione di condannarlo sia già stata scritta … La causa principale per metterlo sotto accusa è stato uno scontro armato tra i contadini che lottano per il diritto alla terra e i poliziotti … Ma questo scontro violento è stato solo un pretesto, in quanto è chiaro che il Presidente non aveva alcuna responsabilità per quanto accaduto. Né gli oppositori di Lugo hanno presentato alcuna prova per le loro accuse nel “processo” di oggi. Il Presidente Lugo ha proposto un’inchiesta sulla vicenda, l’opposizione non era interessata, preferendo i loro procedimenti giudiziari truccati “.

Qual è stata la vera ragione della destra del Senato del Paraguay di voler espellere il loro Presidente democraticamente eletto? Un altro articolo dal Guardian chiarisce questo punto:

“Il Presidente è stato anche messo sotto processo per altre quattro accuse: di aver impropriamente permesso ai partiti di sinistra, nel 2009, di tenere una riunione politica in una base militare, che permise a circa 3.000 abusivi [contadini senza terra] di invadere illegalmente una grande azienda brasiliana di semi di soia; che il suo governo non è riuscito a catturare i membri del gruppo guerrigliero [di sinistra] dell’Esercito Popolare del Paraguay … e di aver firmato un protocollo internazionale [di sinistra] senza correttamente presentare la proposta al Congresso per l’approvazione. “

L’articolo aggiunge che gli ex alleati politici del Presidente erano “… sconvolti dopo che il Presidente aveva consegnato la maggioranza delle cariche ministeriali agli alleati di sinistra e la minoranza ai moderati … La spaccatura politica era diventata nettamente chiara quando Lugo aveva pubblicamente riconosciuto che avrebbe sostenuto i candidati della sinistra alle elezioni future “.

E ‘ovvio che i veri crimini del Presidente sono stati quelli di essersi alleato più strettamente con la sinistra del Paraguay, che in realtà significa con le masse lavoratrici e povere del paese, le quali, come in altri paesi latino-americani, scelgono il socialismo come forma di espressione politica.

Anche se l’ elite del Paraguay ha perso il controllo della presidenza con l’elezione di Lugo, essi hanno usato la loro morsa sul Senato per rovesciare le conquiste fatte dai poveri del Paraguay. Questo è simile alla situazione in Egitto: quando il vecchio regime della ricca élite ha perso il suo Presidente / dittatore, hanno usato il loro controllo della magistratura nel tentativo di rovesciare le conquiste della rivoluzione.

E ‘giusto incolpare l’amministrazione Obama per il recente colpo di Stato in Paraguay? Sì, ma serve una lezione introduttiva sulle relazioni Stati Uniti – Paesi Latino Americani per  capire il perché. La destra del Paraguay – una piccola ricca elite  – ha rapporti di vecchia data con gli Usa, che per decenni hanno sostenuto dittature nel paese – uno schema comune in molti paesi dell’America Latina.

Gli Stati Uniti promuovono gli interessi dei ricchi di questi paesi per lo più poveri e, a loro volta, questa elite al potere resta obbediente alla politica estera pro-aziendale degli Stati Uniti (Le vene aperte dell’America Latina è un ottimo libro che narra questa storia).

L’elite del Paraguay non è in grado di agire in modo coraggioso senza aver prima consultato gli Stati Uniti, poiché i paesi confinanti sono estremamente ostili ad un tale comportamento, in quanto temono un colpo di stato sostenuto dagli Usa nei loro paesi.

L’elite paraguaiana ha solo i militari per il supporto interno, che per decenni sono stati finanziati e addestrati dagli Stati Uniti. Il Presidente Lugo non ha troncato in toto i legami dei militari del suo paese con gli Usa. Infatti, secondo Wikipedia, “Il Dipartimento della Difesa USA (DOD) fornisce assistenza tecnica e formazione per aiutare a modernizzare e professionalizzare i militari [ del Paraguay]  …”

In breve, non è lontanamente possibile per l’elite del Paraguay agire senza garanzie dagli Stati Uniti di continuare a fornirgli il loro sostegno politico e finanziario; questa élite necessita ora di un flusso costante di armi e carri armati per difendersi dai poveri del Paese .

I paesi latino-americani che circondano il Paraguay hanno denunciato gli avvenimenti mentre si svolgevano e compiuto una visita di emergenza nel paese col tentativo di fermarli. Quale è stata la risposta dell’amministrazione Obama? Business Week spiega:

“Mentre il Senato del Paraguay conduceva il processo di imputazione, il Dipartimento di Stato ha fatto sapere di star monitorando la situazione da vicino”.

“Siamo consapevoli che il Senato del Paraguay ha votato per mettere sotto accusa il Presidente Lugo”, ha detto Darla Jordan, portavoce dell’ Ufficio degli Affari dell’Emisfero Occidentale del Dipartimento di Stato americano…

“Esortiamo tutti i paraguaiani ad agire pacificamente, con calma e con responsabilità, nello spirito dei principi democratici del Paraguay “.

Obama avrebbe potuto anche dire: “Noi sosteniamo il colpo di stato della destra contro il Presidente eletto del Paraguay.” Guardare avvenire un crimine contro la democrazia  – anche se “osservato da vicino” – e non riuscire a denunciarlo, rende complici di quanto accaduto. Le parole del Dipartimento di Stato, scelte con cura, hanno lo scopo di dare implicito supporto al nuovo regime illegale in Paraguay.

Obama ha agito come ha fatto perché Lugo si è spostato a sinistra, lontano dagli interessi corporativi e verso i poveri del Paraguay. Lugo si era anche schierato più strettamente con i governi regionali che avevano lavorato a favore dell’indipendenza economica dagli Stati Uniti. Forse, la cosa più importante è stata che, nel 2009, il presidente Lugo aveva vietato la costruzione, già programmata, di una base militare statunitense in Paraguay.

Quale è stata la risposta dei lavoratori e della povera gente del Paraguay per la loro nuova dittatura? Si sono ammassati al di fuori del Congresso e sono stati attaccati dalla polizia antisommossa con gli idranti. E’ improbabile che resteranno con le mani in mano durante questo episodio, dato che il presidente Lugo aveva fatto aumentare le loro speranze di avere una esistenza più umana.

Il presidente Lugo ha sfortunatamente dato ai suoi avversari un vantaggio accettando le sentenze che egli stesso ha definito un colpo di stato, lasciando di essere sostituito da un Presidente nominato dal Senato. Ma i lavoratori e i poveri del Paraguay agiranno con più audacia, in linea con i movimenti sociali in America Latina, che hanno assestato colpi pesanti contro il potere dell’ elite benestante.

Le subdole azioni del presidente Obama nei confronti del Paraguay ribadiscono da quale parte  del divario della ricchezza si trovi. Il suo primo colpo di stato in Honduras ha suscitato l’indignazione di tutto l’emisfero, questo confermerà ai latinoamericani che né ai repubblicani né ai democratici importa nulla della democrazia.

 

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