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La serenita’ guida con te.

Sai mamma, un giorno le auto saranno guidate dai satelliti..” diceva un giovanissimo Alberto Roccatano alla madre (incredula), secondo quanto raccontava egli stesso durante la conferenza del 19 maggio scorso a Battaglia Terme. Non so se ripeterà l’aneddoto anche il 16 novembre, quando sarà presente alla fiera di Padova per presentare la sua inchiesta Dalle stragi del 1992 a Mario Monti, ma le sue parole mi sono tornate in mente di recente, assistendo a quanto capitato ad una mia amica di vecchia data, che per l’occasione ribattezzerò Sonia.

Fonte immagine: http://fastdrivinggirls.altervista.org/

Ebbene, qualche settimana fa, Sonia si è vista arrivare in casa un oggetto a prima vista… extraterrestre. No, non un oggetto volante non identificato od un micro-velivolo spaziale con a bordo qualche piccolo essere delle fattezze della creatura di Atacama, ma una mini scatola nera per la sua automobile. L’accessorio, che Sonia non aveva richiesto, è giunto inaspettatamente in compagnia dell’assicuratore di fiducia, che gliel’ha proposto in funzione di uno sconto del 10% sulla sua polizza assicurativa. “Faremo tutto il possibile per venirle incontro” le aveva infatti assicurato l’assicuratore (scusate il gioco di parole, ma cosa può fare un assicuratore se non assicurare, cioè fornire presunte certezze?), per evitare l’aumento della polizza in seguito ad un tamponamento. Nessuna ammaccatura, nessun ferito, forse nemmeno uno striscio, ma prestare l’auto ai figli a volte è ‘pericoloso’, soprattutto quando sfiorano l’auto di chi vuole a tutti i costi, anche in assenza di danni, compilare la constatazione amichevole (giacché non si sa mai che si riesca a recuperare qualcosa truffando l’assicurazione). Fatto sta che Sonia non era stata avvertita del prezzo dello sconto, ma forse non aveva capito che nel Mondo economico, dove la gratuità non esiste, tutto ha un prezzo. “Con questo strumento potrà essere rintracciabile in ogni luogo” – le diceva, mostrandole i cavi con cui agganciare l’aggeggio alla batteria dell’auto – “potrà essere soccorsa e raggiunta in caso di incidente o malore e si potranno verificare in ogni istante la velocità e l’accelerazione della sua auto, per valutare esattamente le dinamiche dei sinistri” (giacché, nel Mondo economico, ci sono sempre sinistri, a cui presentare piccoli e parziali rimedi). La faccia di lui era radiante, come ispirato da una fonte superiore, mentre raccontava i suoi due anni di convivenza con Supereasy, che lo accompagna in ogni spostamento automobilistico. Una compagnia che però a Sonia non piacerebbe, conoscendola, neanche se fosse maschile. “Una volta mi sono fermato a lato di una strada per 10 minuti con l’auto accesa e… mi hanno subito telefonato per chiedermi se mi serviva un carroattrezzi” continua, estasiato, mentre Sonia sta per svenire.
Eh, già, perché oltre al coito interrotto di molti maschi, questo significa controllo totale e monitoraggio pressoché continuo del veicolo, possibile grazie ad un chip RFID (ossia che invia e risponde a segnali in radio-frequenza) contenuto nella black box. Un controllo a distanza che sarà la norma per tutte le auto prodotte a partire dal 2015, in base al decreto sulle liberalizzazioni varato dal governo Monti il 25 gennaio 2012, da estendersi successivamente al restante parco auto nazionale (sempre ammesso che ci sarà ancora qualcuno ad utilizzarla, l’auto, in quella data). Chissà quanto saranno contenti gli automobilisti, quando le autorità potranno identificare un’infrazione di velocità in tempo reale, risparmiando i costi dei dispositivi di rilevamento stradale e del personale in uniforme. Ma già oggi gli autoveicoli prodotti negli ultimi anni sono dotati del sistema di rintracciabilità RFID.

Michael Hastings

Un esempio del loro utilizzo potrebbe riguardare, tristemente, la vicenda di Michael Hastings, raccontata da Tony Gosling su Russia Today. Giornalista investigativo statunitense, Hastings era candidato al premio Pullitzer e la sua inchiesta The runaway general (pubblicata su Rolling Stone del 9 luglio 2010) aveva causato la rimozione dell’allora capo delle forze NATO in Afghanistan, Stanley McChrystal (sostituito poi da David Paetrus). Secondo la moglie, Elise Jordon, Hastings in questi ultimi mesi stava indagando sulla nuova “guerra alla stampa” di John Brennan, nuovo direttore della CIA. Riporta Gosling:

Facendo eco allo scandalo Watergate, Hastings ha espresso la sua convinzione secondo la quale la CIA, con o senza autorizzazione, abbia iniziato a usare sofisticate tecniche militari di guerra psicologica contro i giornalisti e politici della nazione.

Cosa spingesse Hastings a queste considerazioni al momento non ci è noto, perché ha terminato la sua incarnazione il 18 giugno di quest’anno, all’età di 33 anni. La modalità della dipartita la spiega ancora Russia Today:

è morto tra le fiamme nelle prime ore del mattino di martedì 18 giugno 2013 a Los Angeles mentre guidava una Mercedes del 2013. La notte della sua morte era andato a trovare la sua amica, Jordana Thigpen, per chiederle di prestargli la sua Volvo, poiché credeva che la sua Mercedes C250 fosse stata manomessa.
Anche l’ex coordinatore statunitense per la sicurezza, la protezione delle infrastrutture e il terrorismo, Richard Clarke, ha avuto delle considerazioni nel dire che un tale incidente stradale era coerente con un attacco informatico all’auto. Si crede che, come gli infarti, questi incidenti ai freni a Boston siano i preferiti dal crimine organizzato e dai servizi di intelligence, dal momento che sono così facili da spacciare come “incidenti sfortunati”. 
Il nostro sistema giudiziario, la polizia e i nostri giornalisti investigativi non sono capaci di capire la tecnologia complessa, sensibile all’andamento del commercio, per non parlare della raccolta di prove, sufficienti da poter decidere se questi eventi disastrosi siano incidenti…o assassini.

Solo sospetti ed ipotesi di complotto, diranno alcuni, e magari può essere così.
Ma siamo sicuri che il sistema computerizzato di un veicolo non possa essere realmente utilizzato da terzi in questo modo? Una risposta a questa domanda ce la fornisce l’esperienza raccontata da Andy Greenberg su Forbes (nota rivista complottista che farebbe venir la pelle d’oca a Nexus), che ha vissuto sulla sua pelle il tentativo (pienamente riuscito) di hackerare il sistema computerizzato della Toyota Prius di cui era alla guida. Un esperimento, che è stato condotto da Charlie Miller e Chris Valsek, esperti informatici e hacker professionisti, proprio mentre erano seduti sui sedili posteriori del veicolo (del 2010) guidato da Greenberg, e che ha fatto vincere ai due gli 80mila dollari messi in palio dalla DARPA per chi fosse riuscito a compromettere il sistema informatico di guida di un autoveicolo per guidarlo a distanza. L’esperienza descritta dal giornalista di Forbes non è stata piacevole: il sistema GPS compromesso, le cinture che si ristringevano da sole, mentre i freni e persino il clackson funzionavano autonomamente, sul cruscotto l’indicatore di velocità ed il contachilometri andavano in tilt ed il servosterzo non rispondeva più ai comandi…
Ma tutto è finito bene, in fin dei conti si trattava di un gioco condotto dai due pirati informatici seduti dietro al guidatore, però… se si volesse sabotare a distanza l’auto altrui mentre questi la sta guidando, come la signora Hastings sospetta sia accaduto al marito? E come forse può essere successo a Jorge Haider, l’11 ottobre di cinque anni fa (vedi questo articolo scritto all’epoca da Tom Bosco)?
L’esperimento di Miller e Chris è stato possibile grazie al sistema Safety Connect di Toyota, con il quale tutti i veicoli di nuova generazione prodotti dalla casa giapponese sono sempre collegati in remoto. Ma lo stesso vale per Remote Link utilizzato dal sistema On Star della General Motors o per SYNC della Ford, che permette addirittura di segnalare un guasto, un malore o qualsiasi emergenza tramite un comando vocale: la versione più tecnologica di un angelo custode, viene definito sul sito dell’azienda statunitense.

Il controllo tramite la connessione remota si estende definitivamente quindi anche alle automobili, oltre che ai gadget informatici, ai telefoni cellulari, ai videogiochi (come la nuova Xbox One, addirittura dotata di una tecnologia di riconoscimento visivo attiva 24/24) e alle case automatizzate (smart houses), dove non devi più far la ‘fatica’ di alzare una persiana o trovare il riscaldamento spento dopo una giornata intera di lavoro (Padron Mercato ci tiene ai suoi schiavi, perbacco!). Si realizza così il sogno di Google di automobili che si guidano da sole… o meglio, guidate dai satelliti… come aveva previsto il piccolo Alberto (precisiamo che Google ha anche proposto microchip tatuabili sulla pelle umana come strumento identificativo e attualmente si sta prodigando per la diffusione dell’Internet senza fili in Africa). “Meno il conducente è coinvolto, più alta è la possibilità di riuscita delle interferenze esterne”, spiega a Forbes Thilo Koswoski, analista della Gartner, società che offre consulenze tecnologiche alle aziende produttrici. Viene da chiedersi, allora, se il problema non si presenterà anche per automobili d’avanguardia come la Tesla (a cui abbiamo dedicato la copertina dell’ultimo PuntoZero), dove persino la riparazione del veicolo può essere eseguita in remoto tramite la rete.

Alla luce di quanto sopra, si comprenderà come lo scandalo sollevato dalle rivelazioni di Edward Snowden, utilissimo a smascherare il vero volto del potere agli occhi dell’opinione pubblica, risulti la punta di un iceberg rispetto alla Matrix in cui viviamo. Il problema, infatti, non è soltanto la privatezza dei nostri dati e la violazione possibile della nostra intimità, ma soprattutto l’utilizzo dei sistemi tecnologici come arma contro le persone stesse, a loro insaputa.
Chi legge Nexus sin dall’inizio forse ricorderà un articolo pubblicato sulla nostra rivista ancora nel ‘lontano’ 1996, in cui si presentavano le prove utilizzate dal cittadino statunitense John St. Clair Akwei per una causa civile contro la NSA (eppure all’epoca il Guardian ed il New York Times esistevano già). Ciò che ne emerge è l’utilizzo dei mezzi tecnologici in un modo impensabile per l’uomo medio, ai fini di un controllo capillare sulla vita degli individui, messo in atto appositamente per evitare che qualche pollo all’interno del recinto si accorga di essere tale e tenti di operare per porre fine alla propria ed altrui schiavitù. St. Clair Akwei scrive esplicitamente di singoli cittadini occasionalmente soggetti a sorveglianza da parte di personale indipendente della NSA (vi ricordate i sospetti di Hastings?). Infatti:

Il personale della NSA può controllare le vite di centinaia di migliaia di cittadini negli USA, facendo uso della rete di spionaggio interno e delle attività di copertura. Le operazioni condotte in modo indipendente da queste persone possono talvolta oltrepassare i limiti della legge, ed è possibile che si verifichi un controllo ed un sabotaggio a lungo termine di decine di migliaia di ignari cittadini. Il DOMINT [Domestic Intelligence, ndr] della NSA ha la capacità di assassinare di nascosto cittadini americani, nonché di condurre operazioni di controllo psicologico occulto per fare in modo che ad un soggetto venga diagnosticata una malattia mentale.

Lo stesso intento può, a maggior ragione, esprimersi attraverso tecnologie di utilizzo comune, come si è visto per le automobili. Infatti, come se non bastassero i programmi-spia presenti su tutti gli elaboratori (computer per i non italofoni) che utilizzino un sistema operativo proprietario (in particolare Windows), in grado di comunicare dati al produttore senza la connessione ad Internet, l’ormai famosa NSA sembrerebbe avere anche la possibilità concreta di interferire direttamente con lo strumento utilizzato. Infatti, la rete di sorveglianza dell’agenzia per la sicurezza statunitense…

si basa su dei congegni a composizione cellulare che possono controllare l’intero spettro EMF [cioè delle frequenze elettromagnetiche, ndr]; questo equipaggiamento è stato sviluppato, attuato e tenuto segreto nello stesso modo in cui lo sono stati altri programmi elettronici a scopi bellici.

Addirittura, scopriamo che la NSA è in grado di interferire a distanza con i singoli elaboratori informatici attraverso il programma di Spionaggio dei Segnali (SIGINT) da questi emessi, senza il collegamento ad Internet. La National Security Agency

tiene sotto controllo tutti i PC ed altri computer venduti negli USA, e questo costituisce parte integrante della Rete di Spionaggio Interno. Le attrezzature EMF della NSA si possono sintonizzare sulle emissioni RF (radiofrequenze) derivanti dai circuiti elettronici dei personal computer (scartando nel contempo le emissioni dei monitor e degli impianti elettrici); le emissioni RF dei circuiti dei PC contengono informazioni digitali presenti nel computer stesso e le onde RF codificate dalle apparecchiature della NSA possono mandare in risonanza i circuiti dei PC, ed in questo modo sostituirvi i dati. Così la NSA può ottenere accesso senza cavi sullo stile dei modem, in tutti i computer del paese, per la sorveglianza o per l’elettronica militare anti-terrorismo.

Ciò prefigurava, ancora diciott’anni fa, la possibilità di modificare od eliminare il contenuto di documenti presenti nei vostri elaboratori, senza nemmeno che siate connessi alla rete.
Oggi questo sistema di controllo orwelliano viene giustificato con la ‘necessaria’ lotta al ‘terrorismo’, ma all’epoca si era ancora lontani dal clima post-11 Settembre e dal Patriot Act. Lo stesso Dipartimento della Giustizia USA, in un documento rilasciato il 9 agosto e menzionato dal Fatto Quotidiano del 12 agosto, afferma che il controllo della NSA e delle altre agenzie di intelligence riguarda

ampi volumi di dati in circostanze in cui è necessario farlo per identificare un numero di informazioni molto più ristretto.

Spiare tutti, quindi, per poter individuare tra i metadati forniti quelli veramente rilevanti.
Ma qual è, allora, il genere di informazioni che, in numero più ristretto, è assolutamente necessario monitorare? Secondo l’amministrazione Obama, si tratta di informazioni che compromettono la sicurezza nazionale (da notare che anche la violazione del diritto d’autore è considerato un atto ‘terroristico’ negli States), come se i presunti terroristi comunicassero tra loro attraverso i mezzi informatici. E se invece i nemici della nazione fossero coloro che stanno eseguendo ricerche ‘scomode’, utili a svelare il funzionamento della Matrix? Se, ad esempio, l’attività di un giornalista in odore di indipendenza intellettuale e capacità professionale fosse monitorata a distanza dall’intelligence statunitense (e non solo), fino a giungere ad incidenti sospetti come quello subito da Hastings? In tal caso, le parole del Dipartimento di Giustizia USA sembrano quasi una confessione.

Ma forse, la vera domanda da porsi dovrebbe essere: cosa ci spinge a continuare ad alimentare questa Matrix? Sonia alla fine ha scelto di non lasciarsi sedurre dall’offerta di un risparmio di denaro in cambio della propria libertà (e non solo). E anche se il motto di Supereasy è “la serenità guida con te”, la mia amica ha scelto una serenità come condizione interiore, che dipende unicamente dall’individuo e solo all’interno di esso può essere coltivata e fatta fiorire, anziché una serenità fittizia, concepita come assenza (temporanea) di preoccupazioni esterne. Una serenità apparente che in realtà si configura, in questo Mondo economico, come sottomissione totale ad Ahrimane e ai servitori del suo volere. Firmiamo una limitazione alla nostra libertà in cambio di una (apparente) convenienza monetaria nell’immediato, facciamo incidenti perché distratti dai mille impegni e preoccupazioni, siamo di fretta perché il tempo è denaro e per averlo dobbiamo lavorare, ma anche pagare le tasse… e così milioni di persone, su una scatola di latta (più o meno confortevole, più o meno tecnologica od esteticamente appagante) si riversano sulle strade, in fila per ottenere da Padron Mercato il riconoscimento monetario che permetta loro di sopravvivere… e allora giù colate di cemento, strade, autostrade, tangenziali, sopraelevate, svincoli, perché non si sa mai che possa rimanere ancora terra disponibile quando gli umani si accorgeranno di non poter mangiare il denaro… il denaro, il denaro e ancora il denaro, le nostre stesse vite si sono trasformate in denaro, un segno positivo o negativo su un estratto conto bancario, niente più e niente meno, e se fallisci sei finito, smarrito, suicidato (Chi muore in Matrix muore anche nel mondo reale, si dice nell’omonimo film del 1999). E pensare che il 98% di questo denaro è immateriale. A che pro, allora, dannarsi per esso, al punto da anteporlo alla nostra stessa Vita?
Proprio l’immaterialità stessa dello strumento di pagamento dovrebbe invece ricordarci la sua natura e funzione, cioè uno strumento, non un fine, o meglio “un mezzo per ottenere quelle comodità che ci rendono piacevole questa avventura che è la vita, non certo l’obiettivo delle nostre esistenze. Io la povertà l’ho conosciuta e l’ho vista, ma i più poveri che ho conosciuto sono quelli così poveri che hanno soltanto i soldi”. Parole del deputato Alessandro Di Battista (M5s) pronunciate alla Camera il 3 ottobre scorso.
Affinché il denaro torni però ad essere l’unità di misura della ricchezza è necessario considerarlo tale dentro di noi, quando ci rapportiamo ad esso. E da questa intima propensione, potranno sorgere proposte sociali in grado di trasmutare la Matrix stessa in una realtà totalmente diversa, dove gli umani possano imparare sin da bambini a vivere ed esprimere la Vita anziché inseguirla.

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Gli alberi del dissidio di piazza Taksim

Resistanbul tra manipolazioni e rivendicazioni. Da protesta ecologica contro un piano urbanistico, a rivolta di dimensioni colossali che si sta rapidamente espandendo a tutta la Turchia. Poteva l’amministrazione di Istanbul immaginare il vespaio che avrebbe provocato la proposta di un nuovo assetto per piazza Taksim?

Piazza Taksim, Istanbul, 11.06.2013. La polizia lancia gas lacrimogeni e getti d’acqua per disperdere i manifestanti. Foto Bulent Killic/Getty. Fonte: http://darkroom.baltimoresun.com

Il progetto prevedeva la ricostruzione di una caserma ottomana del 1800, che avrebbe dovuto ospitare prevalentemente un centro commerciale, e in parte un centro culturale. Ultimamente si vocifera anche che gran parte del polmone verde del parco Gezi, ospitato nella piazza, avrebbe dovuto essere sacrificato. L’abbattimento degli alberi del parco è ben presto assurto a simbolo dell’abbattimento dei pilastri della democrazia turca perpetuato dal premier Recep Tayyip Erdoğan e del suo governo islamo-conservatore, almeno nella percezione dei manifestanti. Erdoğan è al suo terzo mandato come primo ministro, per oltre dieci anni di governo assieme al partito AKP (conosciuto anche come “Giustizia e Sviluppo”) da lui fondato nel 2001. Un uomo che da sempre si batte per i diritti dei musulmani, come la rimozione del divieto di indossare il velo islamico in tribunali ed università. Nel 1999 scontò un periodo in prigione, con l’accusa di incitamento all’odio religioso e razziale per aver recitato i versi di una poesia in pubblico. I protestanti manifestano contro un’erosione costante e progressiva dei diritti del popolo turco, in un’ottica di integralismo islamico. Ripercorriamone assieme alcune tappe. Il 24 maggio viene reso effettivo il divieto di pubblicizzare alcolici, unitamente ad una forte limitazione delle vendite di questi prodotti, da ora vietata tra le 22 e le 6 di mattina. Le compagnie del settore saranno costrette ad apporre avvisi riguardanti i pericoli per la salute sul packaging, e i venditori al dettaglio non potranno esporre le bottiglie. Sempre nel mese di maggio, le hostess della Turkish Airlines avevano dovuto eliminare rossetti e  smalti per unghie rossi dalle loro trousse; la compagnia aerea, detenuta al 49% dallo Stato turco, aveva poi dovuto recedere il divieto a causa delle numerose proteste. Le effusioni in pubblico, per quanto non ufficialmente vietate, sono fortemente sconsigliate da un imperativo morale. E l’azienda dei trasporti pubblici cittadini, che grazie ad un comunicato diffuso a fine maggio in cui richiedeva agli utenti di mantenere un comportamento “conforme alle norme morali”, ha scatenato una protesta a suon di baci alla stazione Kurtulus della metropolitana di Ankara.

Il premier turco Erdogan

I giovani turchi, cosmopoliti e istruiti, non subiscono in silenzio. “We will not be oppressed!” urla in lettere maiuscole un annuncio a tutta pagina pubblicato sul New York Times, per iniziativa di tre privati turchi. Giovani che sanno come usare il web e i nuovi media: i 53.800 dollari necessari per l’annuncio sono stati raccolti tramite il sito Indiegogo. Erdoğan nel frattempo se la prende con Twitter e Facebook: l’emittente televisiva privata Ntv riferisce l’arresto di cinque manifestanti ad Adana e di 34 arresti a Smirne, con l’accusa di aver organizzato le proteste degli ultimi giorni con messaggi postati su tali media. Ma d’altra parte, i social network sopperiscono alle mancanze dei media ufficiali della Turchia, che disdegnando largamente la copertura degli scontri non vengono incontro alle esigenze di informazione. È diventato ormai leggendario il documentario sui pinguini mandato in onda dalla CNN Türk la sera del primo grande scontro, il 31 maggio. E quando invece provano a parlare della rivolta, cercano di creare una percezione distorta delle sue dimensioni e importanza. Basta leggere i titoli in prima pagina su turkishpress.com per rendersi conto di come la stampa turca stia gestendo la situazione: viene sottolineata una natura “vandalica” dei protestanti, a cui si appella il premier turco, e delle morti causate dagli scontri si nomina solo quella di un capo della polizia, a mano di “rimostranti illegali”. Nessun accenno agli altri due morti, un giovane attivista dell’opposizione, colpito da un proiettile partito da un blindato della polizia, e un altro manifestante investito da un taxi. Oltre 3.000 i feriti, secondo dati della Turkish Medical Association, ma il numero aumenta di giorno in giorno. Ancora da confermare invece la notizia del decesso di un ragazzino di soli 13 anni, riferita da un reportage della Stampa, che colloca l’avvenimento nella notte tra il 7 e l’8 giugno. Fin dall’800 però la nozione di rivoluzione è stata avvolta da un’aura romantica, che impedisce di essere completamente lucidi nel valutarne le reali motivazioni. Non molti riescono ancora a negare come il presidente USA George W. Bush abbia orchestrato la guerra in Iraq, millantando armi di distruzioni di massa mai trovate. Per non parlare dell’ingerenza occidentale nella rivoluzione libica, e la rapidità con cui Gheddafi, da grande amico, si era trasformato in indiscusso dittatore. Dittatore: già si sente questa parola serpeggiare in Turchia, riferita al premier Erdoğan. In che misura gli scontri sono l’effetto di legittime richieste del popolo di avere un governo meno influenzato dalla religione, e in che misura intervengono interessi esterni? I moti di piazza Taksim potranno anche essere totalmente spontanei, come testimonia il giornalista e attivista politico Avigdor Eskin, ma una manipolazione più sottile del quadro generale non è da escludersi. Alcuni già puntano il dito contro il magnate George Soros, fondatore di numerosi progetti filantropici e dichiarato sostenitore e finanziatore di gruppi pro-democrazia. Soros non nega la parte che ha svolto nel sostenere i movimenti che hanno destabilizzato l’Est Europa nei decenni passati. Già nel 2011, Lisa Graas del David Horowitz Freedom Center evidenziava “l’influenza manifesta” di Soros in Turchia tramite la sua Open Society Foundation, per quanto il miliardario neghi. Secondo il giornalista e scrittore Richard Poe, ogni volta che Soros cerca di destabilizzare un’area applica lo stesso schema, composto da sette punti. Siamo già al sesto punto, l’occupazione delle strade; se lo schema funziona, il prossimo passo prevede le dimissioni di Erdoğan per timore di un intervento NATO. NATO che è già presente in maniera massiccia sul suolo turco, soprattutto dopo l’inizio della guerra civile in Siria. Fin dal suo inizio, il governo turco si era schierato tra gli oppositori  del regime di Assad. Con atteggiamento ostile, il premier Erdoğan aveva previsto la caduta del regime siriano ad opera dei ribelli (l’ironia della sorte!), permettendo l’attivazione di una base NATO ad Incirlik, nel sud della Turchia e ospitando squadre della CIA per controllare l’invio di materiale bellico, fornito da Arabia Saudita e Qatar, come espongono più articoli del New York Times [vedi qui e qui, ndr]. Una presenza ingombrante, insomma, che Erdoğan farebbe bene a tenere d’occhio, considerato anche che Joe Biden , sollecitando Erdoğan a rispettare i diritti degli oppositori, ha affermato: “Il futuro della Turchia appartiene al popolo turco e a nessun altro. Ma gli USA non possono rimanere indifferenti.” Il governo turco sta già strumentalizzando a proprio favore una possibile ingerenza straniera nelle rivolte, che sarebbero causa di “estremisti venuti dall’estero”, a detta del primo ministro turco. Si parla di “spie” di una cospirazione internazionale, catturate tra i manifestanti. Ma è facile dare la colpa unicamente a cause esterne, cadendo nel complottismo gratuito, quando basterebbe aprire un dialogo e fare alcune piccole concessioni. “Nessun governo sopravvive contro il volere del suo popolo,” aveva detto Erdoğan prima della caduta di Mubarak in Egitto. “L’esecutivo ha imparato la lezione – promette il vice primo ministro Bulent Arinç – Non abbiamo il diritto di permetterci di ignorare la gente.” Ma anche se i capi dei governi occidentali tirano un respiro di sollievo, Arinç precisa che le scuse sono rivolte unicamente agli ambientalisti, non ai manifestanti politici. Kadir Topsas, sindaco di Istanbul, ha riconfermato la volontà di ricostruire l’antica caserma ottomana del parco Gezi, ma se non altro – sembra – il progetto si è liberato della prospettiva di un centro commerciale al suo interno. Il fronte dei rivoltosi è frammentato, e manca di organizzazione: due buoni motivi per supporre una conclusione dei moti prima che portino a qualcosa di più grande, a meno che non ci metta lo zampino qualche potere. In ogni caso, i giovani della rivolta ispireranno i giovani di Egitto e Tunisia, dove gli islamisti, ispirandosi al modello turco, sono riusciti a vincere le elezioni. Modello che a quanto pare non era sufficiente per garantire la stabilità.

L’anno prossimo, a marzo, in Turchia sono previste le elezioni; se Erdoğan riuscirà a rimanere in carica fino ad allora, non sembra molto plausibile una sua rielezione, per quanto per adesso goda ancora di buona popolarità. La gente non ha ancora del tutto dimenticato i risultati economici da lui ottenuti negli ultimi dieci anni.

 

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Vandali sotto bandiera Nato

Quando nel marzo 2001 due antiche statue di Buddha vennero distrutte in Afghanistan dai taleban, le immagini dell’atto vandalico fecero il giro del mondo, suscitando legittima indignazione. La cappa del silenzio politico-mediatico copre invece quanto avviene oggi in Siria. I siti archeologici vengono non solo danneggiati dalla guerra, ma saccheggiati soprattutto dai «ribelli» che, alla ricerca di gioielli e statuette, distruggono spesso altri preziosi reperti. Ad Apamea hanno asportato antichi mosaici e capitelli romani servendosi di bulldozer.
Molti delle decine di musei sparsi in tutta la Siria, compreso quello di Homs, sono stati depredati di beni di inestimabile valore storico e culturale, tra cui una statua d’oro dell’8° secolo a.C. e vasellame del terzo millennio a.C. In due anni di guerra sono state cancellate testimonianze di millenni di storia. L’appello dell’Unesco per salvare i beni culturali siriani, parte del Patrimonio mondiale, resta inascoltato. Il perché è chiaro: principali autori dello scempio sono i «ribelli», armati e addestrati dai comandi e servizi segreti Usa/Nato, che concedono loro il «diritto di saccheggio» e la possibilità di portar via dalla Siria i beni rubati per venderli sul mercato nero internazionale. Una pratica ormai consolidata. In Kosovo, nel 1999, chiese e monasteri serbo-ortodossi di epoca medioevale furono prima danneggiati dai bombardamenti, quindi incendiati o demoliti dalle milizie dell’Uck, cui la Nato dette anche la possibilità di saccheggiarli, rubando icone e altri preziosi oggetti. Il tutto sotto la cappa del silenzio politico-mediatico. Quando i taleban distrussero nel 2001 le statue di Buddha, invece, i primi a condannare tale atto furono gli Stati uniti e i loro alleati. Non certo per salvaguardare il patrimonio storico afghano, ma per preparare l’opinione pubblica alla nuova guerra, che iniziò pochi mesi dopo quando, nell’ottobre 2001, forze statunitensi invasero l’Afghanistan aprendo la strada all’intervento Nato contro le forze taleban: le stesse che gli Usa avevano prima contribuito a formare attraverso il Pakistan e che, una volta servite allo scopo, dovevano essere eliminate.
In Iraq, dove durante la guerra del 1991 erano già stati saccheggiati almeno 13 musei, il colpo mortale al patrimonio storico è stato inferto con l’invasione iniziata dagli Usa e alleati nel 2003. Il sito archeologico di Babilonia, trasformato in campo militare Usa, fu in gran parte spianato con i bulldozer. Il Museo nazionale di Baghdad, volutamente lasciato sguarnito, fu saccheggiato: sparirono oltre 15mila reperti, testimoni di cinquemila anni di storia, 10mila dei quali non sono più stati ritrovati. Mentre militari Usa e contractor partecipavano al saccheggio di musei e siti archeologici e al mercato nero degli oggetti rubati, il segretario alla difesa Rumsfeld dichiarava «sono cose che capitano». Come oggi in Siria, mentre quasi tutto il «mondo della cultura» occidentale osserva in silenzio.

Fonte: ilmanifesto.it

 

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1999-2012 : Nato, Serbia, Balcani e Russia

Tratto da “Rinascita” 29 settembre 2012 – http://www.rinascita.eu/?action=news&id=17024

Intervista a Yves Bataille, geopolitico franco-serbo e attivista nazionaleuropeo impegnato contro l’occupazione atlantica dell’Europa fa il punto sulle strategie di dominio atlantiche oggi in Europa, dopo l’aggressione del 1999 a Belgrado

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
D: Yves Bataille, sono trascorsi oramai 13 anni dalla fine della guerra d’aggressione della Nato alla Repubblica Serba. Il 24 marzo 1999 fu ordinato d’iniziare i bombardamenti, un momento importante e tragico perché era la prima volta dalla fine del Secondo Conflitto Mondiale che la guerra si riaffacciava nel cuore dell’Europa, questa volta mascherata da “volto umanitario” dalle Potenze Occidentali. Ci vuole illustrare le cause che portarono allora all’aggressione di uno Stato sovrano da parte della più forte alleanza militare d’oggi?
R: Sì, era la prima volta dalla seconda guerra mondiale che un paese europeo veniva bombardato da un esercito di una coalizione. Naturalmente le ragioni di questo attacco erano false. Dopo aver aiutato le forze separatiste in Krajina e della Bosnia, l’Occidente con la scusa di evitare una “catastrofe umanitaria” in Kosovo è intervenuto. I 78 giorni di bombardamenti sono la prosecuzione dell’ aggressione iniziato nel 1991. Come primo passo, i paesi dell’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (Nato) hanno stretto la Jugoslavia e in un secondo tempo si sono portati via il suo cuore, ovvero la Serbia che è la componente principale e la sua armatura centrale.
Le vere ragioni dell’attacco sono numerose. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica e la riunificazione della Germania, è stato necessario rimuovere il modello originale di Jugoslavia, che aveva due caratteristiche: autonomia e neutralità. La Jugoslavia era “tra Oriente e Occidente”. Come “Est” non esiste più perché è stata invasa dall’Ovest. Gli Anglo-Sassoni hanno voluto introdurre il loro “libero mercato”. La Nato ha voluto estendere ulteriormente il suo controllo al territorio lasciato libero da parte dell’Unione Sovietica nei paesi ex Patto di Varsavia. Co-fondatore del Movimento dei Paesi Non Allineati, la Jugoslavia doveva non solo scomparire, ma servire come banco di prova per le future guerre.
Nel 1990 una relazione della Cia prevedeva il crollo della Federazione. Nel novembre dello stesso anno, il Congresso degli Stati Uniti aboliva i prestiti alla Jugoslavia fino a che le elezioni si sarebbero svolte separatamente in ogni repubblica. Ciò ha contribuito a peggiorare i già difficili antagonismi socio-economici ed etnici che stavano riemergendo. Nel 1986, il Memorandum dell’Accademia Serba delle Scienze e delle Arti (Sanu) indicava questi problemi e richiamava l’attenzione sulle difficoltà dei serbi della Repubblica di Serbia a vivere nella Federazione. Falsamente presentato dalla stampa occidentale come un manifesto del nazionalismo serbo, è servito ad inventare l’esistenza di un piano serbo per “conquistare la Jugoslavia.” In realtà coloro che volevano conquistare la Jugoslavia erano gli occidentali.

Per i centri finanziari di Washington, Londra, Bruxelles e Berlino, il presidente serbo Slobodan Milošević era un “dittatore” che si era opposto alla riforma del Fondo monetario internazionale (FMI) e della Banca mondiale, impedendo il cosiddetto libero scambio (“libero mercato”). Nel suo grande discorso a Gazimestan sulla scena della battaglia di Kosovo Polje nel 1989, davanti a un milione di persone, era stato presentato dagli occidentali come il punto di partenza di un viaggio verso una Grande Serbia, un pericolo per le altre repubbliche. Il moto rotatorio instaurato a Belgrado dopo la morte del maresciallo Tito, doveva essere utile nelle mani dei sostenitori delle varie repubbliche che rappresentavano la Serbia come il pericolo. La verità è che i serbi sono una memoria vivente e hanno una capacità militare riconosciuta, un vero ostacolo alla formazione di un nuovo “Drang nach Osten” Marcia ad Est.

Pur essendo un esercito in gran parte obsoleto, l’Armata Popolare Jugoslava (Jna) era una forza in grado di svolgere una resistenza nazionale sviluppato sulla base della “Dottrina della Difesa Popolare”. La gran parte dei soldati di leva erano serbi dal momento che rappresentavano la maggioranza della popolazione della Federazione. L’esercito jugoslavo però doveva essere descritto come un esercito di conquista, il popolo serbo e i suoi capi criminalizzati e collettivamente demonizzati. Tutte le tecniche di propaganda dei media sono stati usate per questo scopo aizzando contro la Serbia i gruppi etnici delle componenti periferiche della Federazione jugoslava.
Gli Ustascia, la Divisione Handschar, Balli Kombëtar, sono stati presentati come sue “vittime”. Ma in Krajina, Bosnia o in Kosovo, decine di migliaia di morti e la pulizia etnica di centinaia di migliaia di serbi ha distrutto questa favola. La guerra in Jugoslavia è stata una guerra di distruzione della Jugoslavia, una guerra di aggressione contro la Serbia e la guerra contro l’Europa geopolitica.

D: La Nato ha sempre giustificato il suo intervento per fermare i massacri etnici a danno della popolazione kossovara a causa delle Forze Armate di Belgrado, un’ingerenza umanitaria che si è ripetuta recentemente con la Libia di Gheddafi, dove il Kosovo per la tradizione serba è la culla della propria storia centenaria. Si volle a tutti costi creare un Kosovo “indipendente” sulla base, si è sempre sostenuto, degli accordi di Rambouillet, in conformità al Diritto Internazionale e alla Carta delle Nazioni Unite, ecc. ecc. Qual è la sua opinione al riguardo? Vogliamo parlare della pulizia etnica operata nei confronti sei serbi del Kosovo?
R: La denuncia di un massacro è una ricetta che si è dimostrata vincente. Nel loro libro “War and Anti-War“ (“Guerra e Contro Guerra, sopravvivere al XXI secolo“), di Alvin e Heidi Toffler, essi evidenziano che è un requisito indispensabile per l’avvio di qualsiasi guerra. Questo permette di ottenere il sostegno del pubblico e fornisce una motivazione per le spedizioni militari. Questa idea non era nuova, ma è diventata sempre più importante con lo sviluppo dei mezzi di comunicazione e di influenza moderna.

La guerra contro i serbi è da prendere come esempio, perché anticipava i successivi attacchi di Paesi della Nato nei confronti degli Stati indipendenti e sovrani. La Jugoslavia ha sempre portato come modello questo massacro, che poi è stato attuato in Libia per la guerra contro Gheddafi, e ora lo si sta utilizzando contro la Siria. Gli attacchi a Sarajevo, il “massacro” di Srebrenica in Bosnia e il Racak in Kosovo hanno preceduto di poco le nuove azioni della “comunità internazionale”, giustificando così gli incontri drammatici delle Nazioni Unite, le sanzioni, gli embarghi, i bombardamenti, e il rinvio alla Corte Penale Internazionale – Icc. Reale o percepito, l’attacco o la strage pubblicizzata serve sempre a scatenare i mezzi di comunicazione, passando poi alle testimonianze di Ong ad hoc e mobilitare gli ‘opinion leader’.
Quando si studia la cronologia degli eventi che vediamo, la questione del Kosovo è stata sull’agenda degli Stati Uniti fin dall’inizio della guerra, ma è stata tenuta in riserva. Nel 1992, il Congresso degli Stati Uniti ha preso una posizione per la minoranza albanese e ha annunciato l’intervento di Washington nella regione autonoma. Dopo il conflitto di Krajina e della Bosnia, il ministro degli Esteri tedesco, Klaus Kinkel, atlantista, ha annunciato pubblicamente che la questione del Kosovo non sarebbe rimasta un affare interno della Serbia.

Sappiamo che il risultato è stato la creazione di un movimento di mercenari reclutati localmente e all’estero e l’organizzazione di una conferenza internazionale in un Paese con l’obiettivo di imporre un diktat. Il Consigliere Speciale dei separatisti della delegazione albanese a Rambouillet non era altro che Morton Abramowitz, l’uomo che nel Dipartimento di Stato si occupava di operazioni segrete durante la guerra in Afghanistan, avendo a suo tempo fornito i famosi missili terra-aria Stinger ai mujahidin legati a Bin Laden. Quella guerra venne definita da Zbigniew Brzezinski come una guerra per smantellare l’Unione Sovietica, e i volontari islamici che credono nel Jihad sono la punta di diamante di tutte le guerre americane con il supporto delle monarchie arabe.

La messa in scena del cosiddetto “massacro di Racak” (15 gennaio 1999) dove avevamo solo raccolto i corpi sparsi di membri dell’Uck, poi rivestiti facendo credere in un massacro di poveri contadini albanesi, è stata utilizzata per dare il via libera al bombardamento della Nato. Un ruolo in tutta questa messa in scena lo hanno avuto gli “Osservatori” dell’ Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (Osce) e il loro capo, l’americano William Walker, già della Scuola delle Americhe (Soa) e implicato negli squadroni della morte in El Salvador, il quale ha seguito personalmente la messa in scena. Successivamente sono seguiti quasi tre mesi di bombardamenti indiscriminati, l’ingresso delle forze Nato in Kosovo e la pulizia etnica dei serbi. Le “catastrofi umanitarie” albanesi erano solo una farsa.

D: La Nato condusse allora una campagna militare essenzialmente aerea -Operazione Allied Force – durata 77 giorni e terminata il 10 giugno 1999, arrivando a 38 mila missioni in totale, in questo non facendo alcuna differenza tra obiettivi militari e civili, una copia di quello già visto sulla Germania durante la II Guerra Mondiale, usare il terrore delle bombe per cercare di piegare un popolo. In che misura questo riuscì in Serbia?
R: La differenza con i bombardamenti sulla Germania è stata l’evoluzione della tecnologia. Nelle operazioni in corso non sono più i bombardamenti a tappeto, ma gli ‘attacchi chirurgici‘. Bombe e missili hanno una maggiore precisione e grande capacità di distruzione. Un missile è sufficiente per far saltare un grande edificio. Ho vissuto i bombardamenti della Nato. La reazione del popolo serbo è stata esemplare. Dopo il primo momento di incertezza, i serbi si comportava come se nulla fosse accaduto. Il ricorso ai rifugi è diminuito nel corso del tempo e la gente ha cominciato a ballare e cantare sotto le bombe. L’Esercito e la Milizia hanno usato una tattica che si è rivelata molto efficace per evitare di essere colpiti, hanno evacuato le caserme e sono stati suddivisi in piccole unità ad alta mobilità, per cui i bombardamenti hanno avuto poco effetto. Nonostante non fosse modernissima, la Difesa Antiaerea (Pvo) aveva costretto gli aerei nemici a non volare al di sotto dei 5000 metri. I radar montati su vecchi camion sovietici dopo aver agganciato gli aerei della Nato e consentito alla contraerea di aprire il fuoco, in tre minuti potevano cambiare la loro posizione per evitare di essere distrutti dai missili antiradar. Ci sono state poche vittime e gli accordi militari dopo Kumanovo (9 giugno 1999) l’Armata serba del Kosovo si ritirò in buon ordine, con quasi tutto il materiale, al contrario dei civili che hanno dovuto pagare un prezzo molto alto. Si parla di almeno 3.500 morti e non 500 come sostenuto da “Amnesty International”. ‘Solo?”, affermano alcuni, come i soliti sostenitori della “guerra umanitaria” che a loro dire è una guerra pulita(?) che salva le persone. Missili e bombe a guida laser sono certamente molto accurati, ma non sempre funzionano bene e sono a volte deviati dal loro percorso. Si deve aggiungere che questo dato non tiene conto delle migliaia di altre vittime degli effetti dei bombardamenti (o decine di migliaia di serbi uccisi prima e/o dopo il bombardamento da parte della forze Nato in Krajina, Bosnia e in Kosovo).

Va ricordato l’uso di proiettili all’uranio impoverito e l’inquinamento derivante dalla distruzione (volontaria) d’impianti petrolchimici, i cui veleni si sono riversati nell’atmosfera. Esiste una correlazione tra i luoghi più bombardati e i tumori.

Specialisti dell’Accademia Militare di Medicina (Vma), mi hanno riferito dell’uso in cinque diverse località del paese di armi batteriologiche, ma l’Ambasciata degli Stati Uniti ha chiesto al governo serbo di distruggere questo file… Le perdite della Nato sono difficili da stabilire, anche se la Nato ha detto che non ne ha avute, ma vi sono state. Decine di armamenti (elicotteri, aerei e Uav) sono stati distrutti e le forze speciali inglesi e americane che appoggiavano le milizie del “Kosovo-Liberation Army” hanno perso numerosi uomini. Operazioni dell’aviazione serba hanno distrutto decine di aerei a terra degli americani a Tuzla (Bosnia) e Tirana (Albania).

D: In un lucido saggio, dal titolo “La Giustizia dei Vincitori”, Danilo Zolo analizza il vero volto delle “Humanitarian Intervention”, che sono presenti nei documenti preparati dalle massime autorità statunitensi, sia politiche sia militari a partire dal 1980. Proprio George Bush nel 1990, in un suo discorso nel Colorado, parlò delle linee guida di un programma di pacificazione del mondo denominato “ New World Order”; successivamente tale progetto venne perfezionato con la direttiva “ National Security Strategy of the United States“ e ulteriormente sviluppato nel “ Defence Planning Guidance”. La stessa Nato doveva trasformarsi da sistema integrato difensivo contro il Patto di Varsavia in braccio armato per i nuovi interventi, come fu presentata al Vertice di Roma del 1991 la “New strategic concept”. Dott. Batj lei che ne pensa, anche alla luce di quanto sta accadendo in Siria in questi giorni?
R: Io dico: E’ il partito che controlla la pistola. L’esercito è solo l’esecutore. Per imporre il “nuovo ordine mondiale” è stata elaborata una dottrina. Questa è la “Casa del Nuovo Ordine Mondiale.” “R2P”Responsibility to Protect è un’iniziativa delle Nazioni Unite (istituita nel 2005 si basa sull’idea che la sovranità non è un diritto, ma una responsabilità e si sviluppa nella prevenzione di genocidi, crimini contro l’umanità, crimini di guerra ed etnici), in realtà è solo una maschera che rende l’aggressore virtuoso, il trucco delle Nazioni Unite imposto dagli Anglo-Sassoni e dalla struttura globalista di Morton Abramowitz, ex ambasciatore degli Stati Uniti in Turchia, fondatore di International Crisis Group (Icg).

Si possono così presentare come aggressione “umanitaria” dello Zio Sam le spedizioni militari della sua fanteria coloniale. R2P è stata la bandiera agitata contro la Jugoslavia sotto il nome di “giusto” o “dovere di intervenire“ da Bernard Kouchner, il primo rappresentante delle Nazioni Unite come forza di occupazione. Inoltre, non è un caso che la compagna di Kouchner, Christine Ockrent, fosse la rappresentante della Francia per l’ICG o se Martti Ahtisaari, l’editore della separazione del Kosovo, apparteneva anche lui a questa struttura. Personaggi chiave del dispositivo collegato a “Human Rights Watch” (Hrw) e all’”International Crisis Group” (Icg), Gareth Evans (ex ministro degli Esteri australiano), Lee Hamilton (ex Alto Commissario per i diritti umani alle Nazioni Unite), David Hamburg (della Fondazione Carnegie), James Traub (del Council on Foreign Relations). Tutti appartengono al Global Centre for the Responsability to Protect. Questo chiamiamolo pure club anglosassone, al servizio del Anglosfera imperialista che ha imposto R2P presso le Nazioni Unite. Tutte queste persone difendono il cosiddetto “diritto internazionale”, che è una loro interpretazione del diritto e si applica solo in certi luoghi e non in altri. Dopo tre mesi di bombardamenti i serbi avevano accettato la risoluzione 1244 dell’ONU che prevedeva che il Kosovo rimanesse alla Serbia attraverso un “ampia autonomia”. La “comunità internazionale” con Morton Abramowitz ha violato tali accordi con la concessione dell’indipendenza all’entità shiptar (albanesi).

Spinto da una mentalità messianica, questo piccolo gruppo causa le guerre e la distruzione degli Stati indipendenti e sovrani, per imporre quello che loro chiamava la “governance globale”. Nel 1992, il diplomatico americano Strobe Talbott ha riassunto l’idea: “la sovranità nazionale è al termine, erosa pezzo per pezzo, in modo più efficace del vecchio attacco frontale” […] “la nazionalità sarà obsoleta e tutti gli Stati riconosceranno un’unica autorità globale”. Il termine “cittadino del mondo assumerà poi il suo vero significato.” Ecco le guerre del quarto di secolo per soddisfare questa “agenda”.

D: Uno sguardo alla Serbia di oggi del neopresidente Tomislav Nikolić, che è subentrato a Boris Tadić. Come giudica il mandato di Tadic e invece quali prospettive si possono aprire per Belgrado con Nikolić, sarà anche lui un fautore dell’integrazione europea ? E nei riguardi del problema Kosovo che farà il nuovo esecutivo e qual è il sentire del popolo serbo nei riguardi dell’Ue?
R: La posizione del nuovo presidente serbo è quello di una linea tra due linee. Sì all’integrazione europea e un buon accordo di cooperazione con la Russia. Questa posizione è vista con antipatia dagli ambienti atlantici che temono un riavvicinamento con Mosca. Con l’ex presidente Tadić, Washington e Bruxelles erano sicuri di inserire in un modo o in un altro ambito la Serbia nella sfera “euro-atlantica”. Facendo agire in sinergia questi due centri con la speranza poi di arrivare al riconoscimento dell’”indipendenza” del Kosovo.

Se ci fosse un avvicinamento tra Belgrado e Mosca tutto ciò diverrebbe molto più difficile. Indice di questo nervosismo è stato il violento attacco a mezzo stampa di un certo Michael Morgan dal titolo: “Serbia, lo Stato fantoccio russo nei Balcani”, un articolo pubblicato dalla struttura separatista Slobodna Vojvodina. Dalla scissione del Partito radicale serbo (Srs), il Partito Progressista Serbo (Sns) ha beneficiato di risorse molto ingenti per la campagna elettorale, almeno pari a quelle del Partito Democratico (Ds) di Boris Tadić.

E’ stata abbastanza sorprendente questa affermazione, dato che la sua nascita era recente. Si dice nei media che la Russia ha partecipato al finanziamento di questa campagna. Vero o falso, gli occidentali non possono lamentarsi perché hanno finanziato il Partito Democratico e una miriade di organizzazioni non governative che hanno a suo tempo fatto l’opposizione a Milosevic. La “Fondazione Soros”, il “National Endowment for Democracy” e l’ “Usaid” hanno creato una rete di associazioni e Ong che ricevono ingenti finanziamenti.

Nella composizione del nuovo governo vi è stata la nomina di un ultra-liberale caduto in disgrazia sotto Tadić, Mladjan Dinkic, al Ministero dell’economia e un riallineamento dei socialisti al nuovo regime – che “socialisti non sono” come mi ha detto a Belgrado l’ex ministro francese della Difesa Chevènement – e si pone quindi la questione del compromesso e/o del calcolo. A parte il fatto che molti settori dell’opposizione nazionale ritengono che i capi del nuovo regime, Nikolić e Vucic, hanno tradito Vojislav Seselj, il leader radicale imprigionato a L’Aia, per creare con l’appoggio americano-occidentale un partito sul modello di “Alleanza Nazionale” in Italia. Abbiamo così a che fare con dei nazionalisti moderati ansiosi di risparmiare l’Occidente, una mossa destinata a proteggere il nemico e dare tempo, o facendo il doppio gioco. Il futuro lo dirà…

D: La Russia considerata potenzialmente la nazione più vicina alla Repubblica Serba che ruolo ha giocato fino ad oggi? Il ritorno di Vladimir Putin com’è visto a Belgrado?
R: L’Occidente ha sfruttato la momentanea scomparsa della Russia dalla scena, per attaccare la Serbia con gli effetti che conosciamo. La successione di Vladimir Putin ha avuto luogo quando il gioco per la Jugoslavia era già iniziato e la disgregazione territoriale della Serbia in fase di attuazione. In Bosnia e Kosovo i volontari russi hanno combattuto con i serbi durante la guerra, ma erano iniziative individuali o di gruppi. Il ritorno di Putin al potere è stato ben visto a Belgrado, dove molti intravedono una futura alleanza con la Russia per assicurare l’indipendenza e la sicurezza nazionale. La forza dei filo-russi è dimostrata dal gran numero di associazioni serbo-russe. La cooperazione tecnica militare era già stata sviluppata sotto il precedente regime e i russi l’hanno allargata nell’ambito di una base per le emergenze di protezione civile vicino a Nis, base facilmente convertibile in militare dicono gli analisti occidentali. Quest’ultima non è lontana dal campo base statunitense Bondsteel in Kosovo.

La Serbia è diventata anche un importante collegamento – di ben 450 km – per la geopolitica del gas russo alla rete South Stream. È stato costruito a Banatski Dvor, in Vojvodina, un grande serbatoio in grado di contenere 300 milioni m3 di gas, che può fornirlo ai paesi dell’Europa occidentale per un certo periodo: la Serbia ne controllerà il rubinetto. Sembra che ci sarà un’intensificazione della cooperazione tra i due paesi, e alcuni addirittura parlano di una possibile integrazione della Serbia nell’Unione Eurasiatica di Vladimir Putin.

D: Qual è l’attuale situazione dal punto di vista geopolitico dei Balcani, dopo lo smembramento della Jugoslavia?
R: Il campo di battaglia di ieri della Jugoslavia è ora uno spazio frammentato territorialmente. Sei entità teoriche giocano la commedia dell’indipendenza. Nella ex repubbliche di Jugoslavia gli “Stati” hanno perso il controllo delle loro risorse, e l’agricoltura e i settori industriali sono stati venduti a un prezzo ridicolo agli interessi stranieri grazie alle privatizzazioni. Le banche jugoslave sono stati comperate da banche estere, alcune acque minerali della Serbia e le piante di tabacco sono in mano alla “Coca Cola” e alla “British American Tobacco”. La Dalmazia ha perso alcune delle sue isole vendute al miglior offerente. Costruita dal consorzio americano-turco Bechtel-Enka, l’autostrada Zagabria Adriatico è costata tre volte di più rispetto alla stima iniziale. Come già avvenuto nella Repubblica Ceca e in Polonia, i tedeschi hanno comprato le società dei grandi mezzi di comunicazione. Il resto è sotto il controllo degli americani, mentre i francesi controllano l’industria del cemento con Lafarge. Gli Stati Uniti inoltre controllano l’acciaio serbo e i vari supermercati sono di proprietà straniera. La Navigazione sul Danubio si è ridotta notevolmente, e la Slovenia e la Croazia non hanno più l’autosufficienza alimentare e devono importare il cibo da Germania e Austria. Il Montenegro, dove c’è il filo-occidentale Milo Djukanovic, è diventato la ventesima fortuna nel mondo, quasi tutto è stato venduto all’estero.

La Serba Zastava auto è scomparsa a favore della Fiat, mentre gli amici di George Soros con le miniere di Trpca in Kosovo hanno ingaggiato una battaglia legale per sfruttarle. Lo spazio jugoslavo ha subito il furto e il saccheggio. Al posto di un ex stato sovrano federale ci sono dei mini stati–fantoccio che giocano la commedia dell’indipendenza, con la sola eccezione della Serbia. Nonostante la rimozione di Slobodan Milošević, nonostante il disastroso periodo di “transizione democratica” a tutti i livelli (non dimentichiamo la consegna dei patrioti al Tribunale dell’Aia), lo Stato serbo ha mantenuto una forte identità e una capacità di resistenza elevati. Così non è entrato nella Nato, nonostante la “transizione democratica”, e continua a resistere in Bosnia e in Kosovo … E la Republika Srpska in Bosnia non sarà sepolta in un ente dominato dai musulmani e un giorno vorrà riunirsi alla Repubblica di Serbia. In Kosovo nel Nord vi sono le barricate che esprimono il rifiuto serbo di cedere al potere dei leader albanesi arrivati ​​con la Nato. Questo tipo di resistenza senza leader, al di fuori e al di sopra delle parti, è un modello nel suo genere e la barricata di Kosovska Mitrovica – Ponte sul fiume Ibar, è sorvegliata giorno e notte dai volontari, è un simbolo che la Nato non può accettare e l’attacca cercando di rimuoverla.

D: Infine i rapporti Italia Serbia, che hanno toccano il livello più basso dopo il via libera dato dal governo D’Alema agli aerei Nato della base di Aviano e aerei dell’AMI sono stati impegnati in operazioni belliche. Ora al governo c’è Monti uomo della Goldman Sachs, che ne pensa?
R: D’Alema o Monti, credo che per i serbi non faccia troppa differenza. E’ noto in Serbia come i primi aerei Nato per i bombardamenti, esclusi i missili da crociera sulle navi, siano partiti dall’Italia. Ma questo è secondario, perché tutta l’Europa occidentale è considerata una base Usa. Tuttavia, gli italiani sono visti ancora positivamente. Durante la seconda guerra mondiale l’occupazione italiana di una parte della Jugoslavia non ha lasciato troppi brutti ricordi. All’inizio della guerra (il 1990), Seselj ha chiesto una “frontiera comune con l’Italia” sul lato della Krajina Knin e la Dalmazia! A differenza degli “alleati”, l’Italia non ha chiuso la sua ambasciata durante i bombardamenti della Nato.

Si è rinnovato il legame con la Fiat a Kragujevac, mentre la Peugeot voleva subentrare alla Zastava Fiat, ma alla fine ha vinto il gruppo di Torino. Il comportamento del governo francese è così vile che tutti i prodotti francesi ne subiscono le conseguenze. Presto la Francia produrrà ed esporterà “i diritti umani”. Gli italiani hanno anche costruito un grande ponte sulla Sava, affluente del Danubio a Belgrado, anche se si parla di una tangente di grandi dimensioni sotto il precedente regime.

 

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