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Nasce il supermercato per i disoccupati: lavoro in cambio della spesa gratis

Immaginedi Martina Castigliani – www.ilfattoquotidiano.it

Che cosa c’è da mangiare oggi. Le paure del nuovo millennio si chiamano fare la spesa tutti i giorni e riuscire ad arrivare alla fine del mese. L’umiliazione di offrire un piatto vuoto ai figli di ritorno da scuola è il colpo più duro per i nuovi poveri d’Italia, quasi 4 milioni nel 2013. La soluzione l’hanno trovata in Emilia Romagna, a Modena, dove il Centro Servizi per il Volontariato inaugurerà a maggio l’Emporio Portobello, un supermercato per disoccupati e famiglie in difficoltà economica. Circa 450 i nuclei vulnerabili a cui si intende offrire il servizio: scelti in collaborazione con i servizi sociali in base al quoziente Isee, le famiglie avranno a disposizione in maniera totalmente gratuita una tessera e un tot di bollini per fare la spesa nell’arco di un anno. Nessuna carità: dovranno offrire in cambio il proprio lavoro almeno una volta a settimana.

Lo racconta Angelo Morselli, presidente del Centro per il Volontariato e portavoce di un nuovo welfare dove la parola d’ordine è dignità. “L’idea ci è venuta semplicemente ascoltando i problemi dei nostri concittadini. La situazione è allarmante”. Gli ultimi dati sono quelli di Confcommercio che racconta di un paese dove, dal 2006 al 2011, la crisi ha creato 615 nuovi poveri al giorno, a fronte di un tasso di disoccupazione dell’11,7%. Così Emporio Portobello vuole dare risposta ai nuovi poveri, cercando di offrire un’ancora di salvezza. “Crediamo molto in questo progetto – dice Morselli – e vogliamo si mantenga la dimensione dell’acquisto, nessuno regala niente, ma coinvolgiamo le persone in un progetto specifico. Noi vogliamo stringere un patto con gli utenti che accoglieremo nei nostri locali. Ci sono delle condizioni e sarà fondamentale per tutte le parti rispettarle”. La prima regola è essere disposti al cambio di stile di vita. “Portobello sarà composto da tre locali: magazzino, supermercato vero e proprio e un’area di incontro con le associazioni. Intendiamo instaurare con gli utenti un vero dialogo per cercare di assisterli in questa nuova fase di vita. Cambiare lo stile di consumo sarà uno dei primi obiettivi”. E la seconda clausola del patto tra l’Emporio e il cittadino prevede un aiuto concreto: “In cambio chiediamo a chi usufruirà del servizio, di venire almeno una volta a settimana a lavorare come volontario presso la struttura. È il segno concreto che non stiamo facendo nessuna carità, ma cerchiamo di coinvolgere direttamente gli utenti nel percorso di uscita dal disagio”.

A rendere possibile e realizzabile il progetto sono le tante associazioni di volontariato attive sul territorio di Modena e, come ci tiene a sottolineare Morselli, per la prima volta anche laiche. “Siamo abituati a vedere questo tipo di progetti legati solo al mondo del volontariato cattolico, ma in questo caso ci sono anche altre realtà vicine all’associazionismo civico”. Così si va dall’Associazione Porta Aperta Modena, Insieme in quartiere per la città, Arcisolidarietà, Forum delle associazioni familiari della provincia fino all’Associazione Papa Giovanni XXIII e tante altre. Ad essere coinvolta è però tutta la cittadinanza. Sul sito: PortobelloModena.it è possibile dare il proprio contributo. Tante le modalità: si può “donare una spesa”, ovvero fare una donazione di denaro oppure le aziende possono donare direttamente prodotti d’acquisto. Infine c’è un’intensa attività di reclutamento volontari alla voce “dona il tuo tempo”: si cercano studenti o semplici cittadini che per qualche ora a settimana possono dare una mano a gestire la struttura.

“Purtroppo – conclude Morselli – il nuove welfare dovrà passare per forza dal volontariato. Per le famiglie non si tratta più di non riuscire ad arrivare alla fine del mese, ma nemmeno alla terza settimana. Se mancano i fondi e gli aiuti a livello statale, bisogna che siano i cittadini a rimboccarsi le maniche”. Un’esperienza unica: “All’inizio le nostre ambizioni erano più ridimensionate, ma siamo sommersi di richieste prima ancora di cominciare e stiamo cercando di diventare un punto di coordinamento per la nascita di altre realtà sul territorio. Grazie all’aiuto dei tanti volontari locali abbiamo deciso di accettare la sfida”.

 

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La guerra delle due Cristine

di Lea Glarey – 4 marzo 2013.

Si tratta di un fatto di cronaca non-recente, in Italia lasciato vagare solitario nell’etere del nulla. Eppure è una storia di cui si deve parlare, una storia che mi ha fatto nuovamente provare quell’entusiasmo di quando si guarda una partita e si sa esattamente per chi tifare, perché si sa con precisione atomica chi è il buono e chi è il cattivo…

Non vi farò qui tutta la storia di quella che a livello mondiale è conosciuta come la “The Christines at war”, La Guerra delle Due Cristine che, al pari della Guerra delle Due Rose, sta mettendo in ginocchio l’Inghilterra e buona parte dell’Europa. La storia intera potete andare a cercarvela da voi. Ne vale la pena. Io voglio narrarvi qui solo un piccolo episodio, una battaglia vinta…

Si tratta della Battaglia dei limoni… sì dei limoni, quei frutti gialli succosi, di cui l’Italia è il primo produttore mondiale in termini di qualità…

Le parti in causa sono, oltre l’inflazione argentina che a seconda delle agenzie di rating che forniscono i valori varia dal 30% (J.P.Morgan, Citibank e Societè Generale) al 9 % (Governo Repubblica Argentina), due signore, due Cristine appunto. La prima madame è la segretaria del Fondo Monetario Internazionale nonché ufficiale della Legion d’Onore, Christine Madeleine Odette Lagarde, per gli intimi Christine Lagarde, “comare secca” per gli altri, avvocato e politico francese, esponente del UMP; l’altra la señora Presidenta Cristina Elisabet Fernández de Kirchner, anche lei avvocato e politico, esponente del Fronte per la Vittoria.

Immaginatevi la scena. Siamo nello splendido palcoscenico della East Coast degli Usa. Un sole inclemente batteva solitario le strade deserte di Hadleyville… scusate questo è Mezzogiorno di fuoco, ma credo la tensione fosse la stessa. Dov’eravamo? Ah… nello splendido palcoscenico della East Coast degli Stati Uniti d’America. Facendo affidamento ai dati forniti dalla J.P. Morgan e compagnia bella, la segretaria Christine detta “comare secca”, nel disperato tentativo di rendersi simpatica esordisce con un: “Per il momento sto mostrando a quella nazione il cartellino giallo; ma c’è una inderogabile scadenza che è il 10 dicembre 2012. Superata quella data scatterà automaticamente il cartellino rosso e l’Argentina verrà espulsa dal Fondo Monetario Internazionale”. Una minaccia. Sì, una minaccia, come nella migliore tradizione della diplomazia mondiale.

Neanche a farlo apposta la presidentessa Cristina Elisabet Fernández de Kirchner si trovava lo stesso giorno a New York, per portare avanti la causa dell’Indipendenza del Sud America. Con la nonchalance di chi è ben consapevole che sono tango, milonga e rumba a tener vivo lo spirito di una Nazione e non le fesserie che ci perorano i politici risponde: “L’Argentina è una grande nazione. Ma prima ancora è una nazione grande. Abbiamo un vasto territorio baciato dalla fortuna naturale. Abbiamo risorse nostre, che ci consentiranno la salvaguardia della nostra autonomia e della nostra indipendenza. Ma soprattutto siamo un paese orgoglioso che ci tiene alla propria dignità. Vorrà dire che staremo fuori”.

Per dirla con i miei amati western: “Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, quello con la pistola è un uomo morto!” Non si trattava infatti, anche in questo caso, di un contenzioso… Per un pugno di dollari?

Ma cosa c’entreranno direte voi i limoni… un attimo di pazienza, please!

Quando l’Argentina nel 2004 si rimbocca le maniche per rialzarsi dalla crisi nella quale era precipitata, numerosi paesi del mondo stipulano con questo Paese Grande e ricco di ogni ben di Dio contratti per la fornitura dei prodotti i più svariati. La Cina stipula contratti per l’approvvigionamento di soia (assorbendo il 92 % della produzione del Paese), 10 milioni di bovini per soddisfare la richiesta di carne del mercato nazionale; il Giappone firma un contratto per l’acquisto di 20 milioni di ettolitri di acqua al mese per i prossimi 50 anni.

Così si arriva finalmente ai limoni.

La Germania in quel periodo aveva inviato fior di agronomi in Argentina e questi si accorgono subito della qualità dei limoni di questo paese, secondi solo a quelli italiani che però costano ben il 212% in più! Nel 2009 i limoni argentini entrano nel mercato internazionale e la Coca Cola, che conta il limone come componente di 22 su 30 delle sue bibite, firma un contratto della durata di 25 anni.

Un anno dopo, nel 2010, quando USA e Unione Europea aggrediscono le economie Sudamericane che sembrano dimostrare con i loro successi l’esistenza di un sistema economico e politico valido ed in grado di sollevare una nazione dalla bancarotta, il governo inglese di David Cameron scopre, guarda caso, che i limoni argentini non rispettano i parametri sanitari internazionali. Qui ci sarebbe da sindacare ma andiamo avanti. L’Inghilterra si rifà all’Unione Europea, della quale non è parte, e Van Rompuy chiede una forte penalizzazione per l’Argentina che porta alla chiusura immeditata di tutte le esportazioni di limoni da questo paese.

L’Argentina trema. I danni calcolati sono immensi.

Ma la fantasia latina non ha limiti e le belle donne sono spesso anche intelligenti. Così la señora Cristina Fernandez in persona, la Presidenta, scrive di suo pugno una lettera di fuoco alla Coca Cola dove, facendo leva sulla denuncia dell’Unione Europea, chiede che vengano ritirate immediatamente le 22 bibite che contengono limoni argentini: “Perché prive dei dispositivi di salvaguardia sanitaria previsti dalle convenzioni europee vigenti, visto che l’Europa sostiene che i nostri limoni non vanno bene, si deduce che non possono andare bene neppure bibite composte con i nostri limoni”. Per la multinazionale di Atlanta si tratta di uno scherzetto di circa 25 miliardi di euro. La Coca Cola sceglie seduta stante da che parte stare… indovinate un po’? La segretaria del Fondo Monetario Internazionale se la passa male.

1-0 per l’Argentina. A voler ben vedere:

 

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Uomini, macchine e log

DI ImmagineTesla,

Disporre di informazione è facile, l’attendibilità e la fiducia sono tutt’altra cosa e la deontologia non si sente troppo bene.

Una storia recente riguarda il modo in cui la disponibilità di dati influenza i processi che stanno intorno non solo a come una storia viene raccontata, ma anche alle reazioni e alle conseguenze che essa provoca.

L’8 febbraio sul New York Times (NYT), John M. Broder stronca la Tesla S durante una prova su strada. La Tesla S è un’automobile elettrica molto bella da vedere e avanzata tecnologicamente, accolta nel 2012 con reazioni generalmente molto buone.

Broder racconta tra l’altro di essere stato costretto a terminare la prova con l’automobile caricata su un carro attrezzi: la macchina ha terminato le riserve di energia prima che lui fosse in grado di rifornirsi.

A Broder risponde Elon Musk – amministratore delegato di Tesla – con un post in cui lo contraddice mostrando i dati registrati dal veicolo utilizzato per il test: dati che nell’interpretazione di Musk raccontano comportamenti quantomeno anomali tenuti dal giornalista durante la prova.

La tesi di Musk è chiara: Broder ha guidato in modo da influenzare il risultato, con lo scopo di compromettere l’immagine dell’azienda in particolare e delle automobili elettriche in generale. Ovviamente è giallo, ma il caso esiste e la storia è complicata. Forse Broder si è comportato scorrettamente – per ragioni ideologiche, diciamo – o forse Tesla ha falsificato i dati per salvare la faccia.

Una prima considerazione: in questa sede – come fa notare anche Marco Arment – Tesla si comporta a tutti gli effetti come una media company: assume a sé la gestione delle pubbliche relazioni attraverso uno strumento ad un tempo semplice e potente – il proprio blog aziendale – taglia fuori eventuali intermediari e mette in discussione direttamente la correttezza del NYT. Come lei in futuro potranno fare altre aziende.

A questo punto interviene il public editor del NYT, Margaret Sullivan:

L’articolo di Broder è stato certamente negativo per Tesla. E gli argomenti portati da Musk sono devestanti per qualunque giornalista.

Rebecca Greenfield segue la vicenda e ne scrive su The Atlantic Wire. In un lungo articolo smonta la tesi di Musk – e quindi la linea di difesa di Tesla – utilizzandone gli stessi dati. Mentre scrivo, l’articolo di Greenfield ha 357 commenti. Molti di questi però – scrive Sullivan – contraddicono l’interpretazione dei dati proposta da Greenfield.

Broder ha intanto pubblicato la sua risposta a Musk, che continua a essere irreperibile. Ecco cosa vorrebbe chiedergli Margaret Sullivan:

Ho intenzione di chiedergli di rilasciare completamente e “open source” i registri di guida, insieme a qualsiasi altro dato che possa essere necessario per una migliore comprensione e interpretazione.

L’esperienza di Broder raccontata sul NYT è contraddetta dall’interpretazione dei dati registrati nel log, diffusamente dibattuta online. Gli stessi dati vengono utilizzati per confutare la tesi di Tesla e la stessa confutazione viene respinta dai commentatori, che ritengono più aderente alla realtà l’analisi fatta dall’azienza. Resta una sola soluzione, chiesta e finora non ottenuta: dati aperti, per fare chiarezza.

 
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Pubblicato da su marzo 7, 2013 in Soluzioni possibili

 

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La Bolivia ha promulgato nell’ottobre 2012 la “Legge quadro della Madre Terra e dello sviluppo integrale per il vivir bien”.

La Legge definisce la Madre Terra come “… il sistema vivente dinamico formato da una comunità indivisibile di tutti i sistemi di vita e gli esseri viventi che sono interconnessi, interdipendenti e complementari, che condividono un destino comune, aggiungendo che ” la Madre Terra è considerata sacra..”.  In questo approccio gli esseri umani e le loro comunità sono considerati una parte della Madre Terra, per essere integrati in sistemi di vita definiti come “… comunità complesse e dinamiche di piante, animali, microrganismi e altri esseri nel loro ambiente, in cui le comunità umane e il resto della natura interagiscono come una unità funzionale, sotto l’influenza di fattori climatici, fisiografici e geologici, nonché delle pratiche produttive e della diversità culturale dei boliviani…”.
Tale asserzione può essere vista come una definizione degli ecosistemi più inclusiva, in quanto vi è compresa esplicitamente la dimensione sociale, culturale ed economica delle comunità umane.

La Legge si ricollega ai già sanciti sette diritti specifici di Madre Terra e dei suoi sistemi di vita costitutivi, comprese le comunità umane :
Per la vita: è il diritto al mantenimento dell’integrità dei sistemi di vita e dei processi naturali che li sostengono, così come le capacità e le condizioni per il loro rinnovo;
Per la diversità della vita: è il diritto alla conservazione della differenziazione e della varietà degli esseri che compongono la Madre Terra, senza essere geneticamente modificati, né modificati artificialmente nella loro struttura, in modo tale che non sia minacciata la loro esistenza, il funzionamento e il futuro potenziale;
Per l’acqua: è il diritto alla conservazione della qualità e alla composizione delle acque per sostenere i sistemi di vita e proteggerli contro la contaminazione;
Per l’aria: è il diritto al mantenimento della qualità e della composizione dell’aria per sostenere sistemi di vita e proteggerli contro la contaminazione;
Per l’equilibrio: è il diritto al mantenimento o al ripristino della interrelazione, dell’interdipendenza e della capacità di integrare le funzionalità dei componenti della Madre Terra in modo equilibrato, per il proseguimento dei suoi cicli e il rinnovamento dei processi vitali
Per il ripristino: E’ il diritto al ripristino efficace e opportuno dei sistemi di vita compromessi a causa delle attività umane dirette o indirette
Vivere senza contaminazione: è il diritto alla conservazione della Madre Terra e dei suoi componenti per quanto riguarda i rifiuti tossici e radioattivi prodotti dalle attività umane

Ma soprattutto la Legge stabilisce il carattere giuridico della Madre Terra come “soggetto collettivo di interesse pubblico”, per garantire l’esercizio e la tutela dei suoi diritti. Dotando Madre Terra di personalità giuridica, essa può, attraverso i suoi rappresentanti (gli esseri umani), intraprendere un ricorso per difendere i suoi diritti.

Sul piano attuativo vengono creati strumenti ad hoc come il “Consiglio Plurinazionale per il Vivir bien in armonia e in equilibrio con la Madre Terra”, che dovrà elaborare le politiche ed i programmi di attuazione di questa Legge Quadro, e come un fondo per finanziare attività volte all’adattamento e alla mitigazione dei cambiamenti climatici.

Questa Legge sposta quindi la visione del mondo da una concezione antropocentrica ad una olistica, che attribuisce alla Natura e agli esseri umani pari diritti. Dire che la Madre Terra è di interesse pubblico costituisce infatti la transizione verso la prospettiva di una Terra basata sulla comunità di tutti i viventi.

di Enzo Parisi – Reti il Cambiamento

 

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Bolivia, il presidente Morales nazionalizza l’energia elettrica di Iberdrola

2 gennaio 2013

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evo morales

di: Angela Nocioni

E’ l’impresa spagnola che gestisce la distribuzione elettrica nella zona di La Paz e nell’area mineraria di Oruro. E’ la seconda nazionalizzazione in otto mesi ai danni di una azienda iberica. A maggio era toccato alla società di trasporti Red Eléctrica, non ancora indennizzata

Capodanno di nazionalizzazioni in Bolivia. Questa volta Evo Morales non ha scelto la data simbolica del primo maggio per annunciare l’esproprio di un’impresa privata. E’ stato alla fine dell’anno, insieme agli auguri per un “2013 feliz” che il presidente boliviano ha deciso di rendere pubblica la distribuzione dell’energia elettrica nella capitale. Nazionalizzata la Iberdrola, impresa spagnola che gestisce la distribuzione elettrica nella zona di La Paz e nell’area mineraria di Oruro.

Il governo l’accusa di mantenere tariffe troppo alte nelle zone rurali dell’altipiano (tariffe doppie rispetto alla città), dove portare l’elettricità costa di più.

“Siamo stati obbligati a prendere questa misura – ha detto Morales parlando a Cochabamba, zoccolo duro del sindacalismo a lui fedele, l’area in cui prende più voti – è l’unica maniera per far sì che le tariffe del servizio siano giuste e la qualità uniforme in tutto il Paese. Abbiamo trattato per quattro mesi con l’impresa, l’abbiamo pregata di assumere la sua responsabilità sociale come azienda, non l’ha fatto e noi siamo costretti a prendere misure per tutelare il nostro popolo”. Nei punti strategici della distribuzione di elettricità, a la Paz e a Oruro, sono stati mandati 740 poliziotti.

Gli spagnoli sono furiosi. E’ la seconda nazionalizzazione in otto mesi. A maggio era toccato all’azienda di trasporti Red Eléctrica, anch’essa spagnola, non ancora indennizzata. Ufficialmente l’impresa tace, aspetta di conoscere i dettagli del decreto di nazionalizzazione. Ha fatto solo sapere di aspettarsi un indennizzo che “paghi il valore reale dell’azienda”, che potrebbe aggirarsi attorno ai 75 milioni di euro. Di solito le imprese in questi casi sono prudenti. Sanno che puntare i piedi non serve, se non hanno raggiunto un accordo prima dell’esproprio. Aspettano che passi la fase calda della propaganda governativa per tornare a trattare e, alle brutte, ricorrono alla Corte dell’Aja. Per adesso gli spagnoli dicono di voler aspettare i 180 giorni fissati dal decreto perché un esperto, teoricamente indipendente, stabilisca l’ammontare dell’indennizzo. Iberdrola opera in Bolivia attraverso la holding Iberbolivia de Inversiones, di cui possiede il 64%. Iberbolivia de Inversiones possiede l’ 89,5% delle azioni di Electropaz, impresa di elettricità di La Paz, nella quale ha partecipazioni anche il Banco Santander.

La viceministra dell’energia Hortensia Jiménez ha promesso che dopo la nazionalizzazione le tariffe si ridurranno fino al 50%. Con quest’esproprio l’intera gestione dell’energia elettrica in Bolivia, dalla produzione fino alla distribuzione, passa in mano alla statale Empresa Nacional de Electricidad. Quattro imprese di produzione dell’elettricità, comprese due filiali della francese Gdf Suez e dell’inglese Rurelec, sono state espropriate nel 2010. Entrambe sono ricorse alla Corte dell’Aya.

La confindustria locale rimprovera a Morales di aver annunciato questa decisione proprio mentre si sta discutendo una nuova legge per attrarre gli investimenti stranieri. Da quando è stato eletto la prima volta, nel 2006, Morales ha portato avanti con calma, ma con costanza, una politica di recupero delle imprese (soprattutto di servizi) privatizzate durante gli anni Novanta, il decennio delle grandi svendite dei patrimoni pubblici in America Latina.

Nel 2008 toccò anche all’Entel, controllata dall’italiana Telecom. Il decreto che la nazionalizzò portava il numero 29544. Il capitale italiano era in Entel da dodici anni. Entrò nel 1996 durante il sontuoso piano di privatizzazioni lanciato dall’allora presidente Gonzalo Sanchez de Lozada, poi travolto da una serie di rivolte popolari. Il modello fu quello della capitalizzazione: imprese private investirono capitale nelle aziende statali in vendita ottenendo in cambio il 50% delle azioni di proprietà e il diritto all’amministrazione dell’azienda capitalizzata. Nella stessa maniera furono vendute molte delle imprese statali dal governo de Lozada: quelle che si occupano dello sfruttamento dei giacimenti di gas (principale risorsa del Paese, nazionalizzata nel 2006 da Morales), le ferrovie e la compagnia di bandiera Lloyd aereo boliviano.

Entel era una delle imprese migliori della Bolivia. Quasi cinquanta milioni di dollari di profitto nel 2006. Controllava il 68% della telefonia fissa, il 67% di quella cellulare e il 90% dei servizi Internet.

A fare l’affare con Sanchez de Lozada fu la Stet, poi Telecom, che per 610 milioni di dollari comprò il 50% delle azioni di Entel. Un 6% fu comprato da investitori minori e il 44% restò statale, ma passò sostanzialmente in mano di due fondi pensione (uno del gruppo spagnolo Bbva e l’altro altro della svizzera Zurich).

La prima e più eclatante nazionalizzazione è stata quella degli idrocarburi, biglietto da visita con cui Morales si presentò al mondo, il primo grande atto del suo governo nel primo maggio del 2006. Da lì, una lunga serie di tavoli di contrattazione con varie imprese straniere per fissare nuove tariffe nello sfruttamento delle immense risorse minerarie boliviane. Ad ottobre di quello stesso anno, fu statalizzata la produzione di stagno nell’area di Huanuni. Nel febbraio del 2007 tocca alla fonderia svizzera Vinto.

Nella primavera del 2008 a quattro filiali della spagnola Repsol, dell’Ashmore e British Petroleum (inglese) e del consorzio peruviano-tedesco Compagnia logistica degli idrocarburi. Sempre in quei mesi la Bolivia recupera il controllo degli idrocarburi estratti dalla Panamerican Energy (proprietà British Petroleum), quelli dell’Andina, filiale della spagnola Repsol, e quelli della Transredes, controllata dall’olandese Shell.

Solo la Repsol riesce a firmare un accordo con lo Stato boliviano per gestire in compartecipazione il mercato degli idrocarburi (la Bolivia è ricchissima di gas). Nel febbraio del 2009 espropriati 36mila ettari di aziende agricole accusate di far lavorare in stato di schiavitù indigeni guaranì. Poi arriva l’ondata della nazionalizzazioni del settore elettrico. Per l’esproprio avvenuto due anni fa dell’impresa Corani, proprietà della francese Suez sono stati pagati nell’ottobre del 2011 18 milioni e mezzo di dollari.

 

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Dal 1931 si conosceva la causa e la cura del Cancro

Una notizia che ha dell’incredibile: la causa principale del cancro è stata ufficialmente scoperta decenni fa (1923) da uno scienziato premio Nobel per la medicina, nel 1931.E da allora nulla è stato fatto in base a tale conseguimento, se non continuare a raccogliere in tutto il mondo soldi per la ricerca, attraverso associazioni come, ad esempio l’italiana, AIRC.
Quando la causa primaria del cancro era già conosciuta.Pochissime persone in tutto il mondo lo sanno, perché questo fatto è nascosto dall’industria farmaceutica e alimentare.

Nel 1931, lo scienziato tedesco Otto Heinrich Warburg ha ricevuto il Premio Noanimaltesting Nobel per la scoperta sulla causa primaria del cancro.

Proprio così. Ha trovato la causa primaria del cancro e ha vinto il Premio Nobel.

Otto ha scoperto che il cancro è il risultato di un potere anti-fisiologico e di uno stile di vita anti-fisiologico.

Perché? Poiché sia con uno stile anti-fisiologico nutrizionale (dieta basata su cibi acidificanti) e l’inattività fisica, il corpo crea un ambiente acido (nel caso di inattività, per una cattiva ossigenazione delle cellule).

L’acidosi cellulare causa l’espulsione dell’ossigeno. La mancanza di ossigeno nelle cellule crea un ambiente acido.

Egli ha detto: “La mancanza di ossigeno e l’acidità sono due facce della stessa medaglia: Se una persona ha uno, ha anche l’altro”.

Cioè, se una persona ha eccesso di acidità, quindi automaticamente avrà mancanza di ossigeno nel suo sistema. Se manca l’ossigeno, avrete acidità nel vostro corpo.

Egli ha anche detto: “Le sostanze acide respingono ossigeno, a differenza delle alcaline che attirano ossigeno”.

Cioè, un ambiente acido è un ambiente senza ossigeno.

Egli ha dichiarato: “Privando una cellula del 35% del suo ossigeno per 48 ore è possibile convertirla in un cancro”.

“Tutte le cellule normali hanno il bisogno assoluto di ossigeno, ma le cellule tumorali possono vivere senza di esso”. (Una regola senza eccezioni).

“I tessuti tumorali sono acidi, mentre i tessuti sani sono alcalini.”

Nella sua opera “Il metabolismo dei tumori”, Otto ha mostrato che tutte le forme di cancro sono caratterizzate da due condizioni fondamentali: acidosi del sangue (acido) e ipossia (mancanza di ossigeno).

Ha scoperto che le cellule tumorali sono anaerobiche (non respirano ossigeno) e non possono sopravvivere in presenza di alti livelli di ossigeno.

Le cellule tumorali possono sopravvivere soltanto con glucosio e in un ambiente privo di ossigeno.

Pertanto, il cancro non è altro che un meccanismo di difesa che hanno alcune cellule del corpo per sopravvivere in un ambiente acido e privo di ossigeno.

IN SINTESI:
Le cellule sane vivono in un ambiente ossigenato e alcalino che consente il normale funzionamento. Le cellule tumorali vivono in un ambiente acido e carente di ossigeno.

IMPORTANTE:
Una volta terminato il processo digestivo, gli alimenti, a secondo della qualità di proteine, carboidrati, grassi, vitamine e minerali, forniscono e generano una condizione di acidità o alcalinità nel corpo. In altre parole … tutto dipende unicamente da ciò che si mangia.

Il risultato acidificante o alcalinizzante viene misurato con una scala chiamata PH, i cui valori vanno da 0 a 14, al valore 7 corrisponde un pH neutro.

È importante sapere come gli alimenti acidi e alcalini influiscono sulla salute, poiché le cellule..per funzionare correttamente dovrebbe essere di un ph leggermente alcalino (poco di sopra al 7).

In una persona sana, il pH del sangue è compreso tra 7.4 e 7.45.

Se il pH del sangue di una persona è inferiore 7, va in coma.

GLI ALIMENTI CHE ACIDIFICANO IL CORPO:
* Lo zucchero raffinato e tutti i suoi sottoprodotti. (È il peggiore di tutti: non ha proteine, senza grassi, senza vitamine o minerali, solo carboidrati raffinati che schiacciano il pancreas). Il suo pH è di 2,1 (molto acido)
* Carne. (Tutti i tipi)
* Prodotti di origine animale (latte e formaggio, ricotta, yogurt, ecc)
* Il sale raffinato.
* Farina raffinata e tutti i suoi derivati. (Pasta, torte, biscotti, ecc)
* Pane. (La maggior parte contengono grassi saturi, margarina, sale, zucchero e conservanti)
* Margarina.
* Caffeina. (Caffè, tè nero, cioccolato)
* Alcool.
* Tabacco. (Sigarette)
* Antibiotici e medicina in generale.
* Qualsiasi cibo cotto. (la cottura elimina l’ossigeno aumentando l’acidita’ dei cibi”)
* Tutti gli alimenti trasformati, in scatola, contenenti conservanti, coloranti, aromi, stabilizzanti, ecc.

Il sangue si ‘autoregola’ costantemente per non cadere in acidosi metabolica, garantire il buon funzionamento e ottimizzare il metabolismo cellulare. Il corpo deve ottenere delle basi minerali alimentari per neutralizzare l’acidità del sangue nel metabolismo, ma tutti gli alimenti già citati (per lo più raffinati) acidificano il sangue e ammorbano il corpo.

Dobbiamo tener conto che con il moderno stile di vita, questi cibi vengono consumati almeno 3 volte al giorno, 365 giorni l’anno e tutti questi alimenti sono anti-fisiologici.

GLI ALIMENTI ALCALINIZZANTI:
* Tutte le verdure crude. (Alcune sono acide al gusto, ma all’interno del corpo avviene una reazione è alcalinizzante.”. Altre sono un po acide, tuttavia, forniscono le basi necessarie per il corretto equilibrio). Le verdure crude producono ossigeno, quelle cotte no.
* I Frutti, stessa cosa. Ad esempio, il limone ha un pH di circa 2,2, tuttavia, all’interno del corpo ha un effetto altamente alcalino. (Probabilmente il più potente di tutti – non fatevi ingannare dal sapore acidulo)

* I frutti producono abbastanza ossigeno.
* Alcuni semi, come le mandorle sono fortemente alcalini.
* I cereali integrali: l’unico cereale alcalinizzante è il miglio. Tutti gli altri sono leggermente acidi, tuttavia, siccome la dieta ideale ha bisogno di una percentuale di acidità, è bene consumarne qualcuno. Tutti i cereali devono essere consumati cotti.
*Il miele è altamente alcalinizzante.
* La clorofilla: le piante sono fortemente alcaline. (In particolare aloe vera, noto anche come aloe)
* L’acqua è importante per la produzione di ossigeno. “La disidratazione cronica è la tensione principale del corpo e la radice della maggior parte tutte le malattie degenerative.” Lo afferma il Dott. Feydoon Batmanghelidj.
* L’esercizio ossigena tutto il corpo. “Uno stile di vita sedentario usura il corpo.”

L’ideale è avere una alimentazione di circa il 60% alcalina piuttosto che acida, e, naturalmente, evitare i prodotti maggiormente acidi, come le bibite, lo zucchero raffinato e gli edulcoranti.

Non abusare del sale o evitarlo il più possibile.

Per coloro che sono malati, l’ideale è che l’alimentazione sia di circa 80% alcalina, eliminando tutti i prodotti più nocivi.

Se si ha il cancro il consiglio è quello di alcalinizzare il più possibile.”

Il Dr. George W. Crile, di Cleveland, uno dei chirurghi più rispettati al mondo, dichiara apertamente: “Tutte le morti chiamate naturali non sono altro che il punto terminale di un saturazione di acidità nel corpo.”

Come precedentemente accennato, è del tutto impossibile, per il cancro, comparire in una persona che libera il corpo dagli acidi con una dieta alcalina, che aumenta il consumo di acqua pura e che eviti i cibi che producono acido.

In generale, il cancro non si contrae e nemmeno si eredita. Ciò che si eredita sono le abitudini alimentari, ambientali e lo stile di vita. Questo può produrre il cancro.

Mencken ha scritto: “La lotta della vita è contro la ritenzione di acido”. “Invecchiamento, mancanza di energia, stress, mal di testa, malattie cardiache, allergie, eczema, orticaria, asma, calcoli renali, arteriosclerosi, tra gli altri, non sono altro che l’accumulo di acidi”.

Il Dr. Theodore A. Baroody ha scritto, nel suo libro “Alcalinizzare o morire” (alcaline o Die):
” In realtà, non importa i nomi delle innumerevoli malattie, ciò che conta è che essi provengono tutti dalla stessa causa principale: molte scorie acide nel corpo”

Dr. Robert O. Young ha detto:
“L’eccesso di acidificazione nell’organismo è la causa di tutte le malattie degenerative. Se succede una perturbazione dell’equilibrio e un corpo inizia a produrre e immagazzinare più acidità e rifiuti tossici di quelli che è in grado di eliminare, allora le malattie si manifestano.”

E LA CHEMIOTERAPIA?
La chemioterapia acidifica il corpo a tal punto, che ricorre alle riserve alcaline dell’organismo, per neutralizzare l’acidità, sacrificando basi minerali (calcio, magnesio e potassio) depositati nelle ossa, denti, articolazioni, unghie e capelli.

Per questo motivo osserviamo tali alterazioni nelle persone che ricevono questo trattamento e, tra le altre cose, la caduta dei capelli. Per il corpo non vuol dire nulla stare senza capelli, ma un pH acido significherebbe la morte.

Niente di tutto questo è descritto o raccontato perché, per tutte le indicazioni, l’industria del cancro (leggi: industria farmaceutica) e la chemioterapia sono alcune delle attività più remunerative che esistano..Si parla di un giro multi-milionario e i proprietari di queste industrie non vogliono che questo sia pubblicato.

Tutto indica che l’industria farmaceutica e l’industria alimentare sono un’unica entità e che ci sia una cospirazione in cui si aiuta l’altro al profitto.

Più le persone sono malate, più sale il profitto dell’industria farmaceutica. E per avere molte persone malate serve molto cibo spazzatura, tanto quanto ne produce l’industria alimentare.

Quanti di noi hanno sentito la notizia di qualcuno che ha il cancro e qualcuno dire: “… Poteva capitare a chiunque …”

No, non poteva!

“Che il cibo sia la tua medicina, la medicina sia il tuo cibo”.
(Ippocrate, il padre della medicina)

FONTI: http://www.ecplanet.com/node/3619
http://www.pmbeautyline.wordpress.com/

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ISTITUTO SUPERIORE SANITA’: http://www.scienzaeconoscenza.it/articolo/tumore-ph-alcalino.php
PIANETA CANCRO: http://www.assie.it/italiano/nir/nir.htm
ALDO VACCARO: http://valdovaccaro.blogspot.it/2012/11/documento-esplosivo-del-nobel-otto.html
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WIKIPEDIA: http://it.wikipedia.org/wiki/Otto_Heinrich_Warburg

— con Riccardo BandiniStefania TrefilettiMonique de Ruiter e altri 12

 

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