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Archivi categoria: Rivoluzione

L’Algeria nel mirino imperialista

Louisa Hanoune (PT) denuncia: “L’Algeria è l’obiettivo… alcune potenze vogliono instaurare la divisione (“Sahelizzazione”) e la disarticolazione di tutti gli Stati della regione del Sahel. La stampa del Marocco informa che il governo nordamericano ha trattato, alcuni mesi fa, l’installazione di una base militare in Marocco, che ha rifiutato. La stampa interna informa che consiglieri USA hanno per mesi inquadrato, organizzato e addestrato i tuareg e altri miliziani nel nord del Mali. Hanno sposato l’avventura di Al Qaeda e del jihadismo che ha prodotto l’intervento militare francese in Mali, con minaccia diretta sul sud della Algeria. Sono gli stessi funzionari USA che armano e finanziano i seguaci della Jihad in Siria. Vogliono destabilizzare il nostro paese! Tutte le forze algerine devono respingere questa minaccia”. Louisa Hanoune ricorda che nel 2003 il presidente Bush annunciò il Piano chiamato Gran Medio Oriente (GOM), ratificato nel 2006 da Condoleeza Rice, per dividere le nazioni dell’area su basi etniche, religiose e comunitarie. Adesso, questi piani si estendono a tutta la regione del Sahel, in primo luogo all’Algeria. Lo Stato algerino si rifiuta di inviare le sue truppe in Mali o di finanziare questa guerra imperialista. Si rifiuta di rivedere le sue decisioni in materia di investimenti stranieri in Algeria: esse sanciscono che qualsiasi investimento straniero non possa superare il 49%, perché il 51% deve essere algerino. Si rifiuta di rivedere la sua opzione per le nazionalizzazioni o il diritto dello Stato algerino ad espropriare. Ribadisce il suo rifiuto a qualsiasi tipo di ingerenza esterna, come a qualsiasi suo intervento all’estero. Sono queste ragioni che hanno indotto gli USA a dislocare in Spagna, con l’autorizzazione del governo Rajoy, una forza di intervento rapido, in previsione di un caos indotto e previsto in Algeria. Nella base di “Moron de La Frontera” (Siviglia) arriveranno almeno 8 aerei militari e 500 militari delle forze speciali USA, con la missione di intervenire in Algeria per destabilizzarla (Europa press – 22 aprile 2013). Perciò Louisa Hanoune lancia un appello al governo algerino, ai partiti, alle Istituzioni del Paese, alle forze armate, ai cittadini, affinché si mobilitino contro la minaccia di intervento straniero. L’appello è rivolto anche alle Istituzioni internazionali poste a tutela del Diritto internazionale e dei popoli. L’esercito di liberazione nazionale algerino (ENL) e il popolo algerino, 50 anni fa per la conquista della indipendenza del Paese, pagarono un durissimo tributo di sangue, con un milione di morti. Questa indipendenza va difesa oggi, per non ritornare in uno stato di colonizzazione e di sfruttamento. La denuncia e l’appello del PT non è affatto isolato, altre fonti denunciano i piani imperialisti nell’area. “Intervento militare straniero in Mali: i mercenari della Nato puntano alla Siria e all’Algeria” (Fenice Europea) e ancora: “Dopo la Siria, tocca all’Algeria attraverso il Mali”. I mercenari e terroristi che hanno sostenuto gli attacchi Nato contro la Libia, dopo la caduta e la uccisione di Gheddafi, sono stati spostati in Siria, per combattere il legittimo governo di Assad, e in Mali (fronte occidentale). La sigla dei mercenari è LIFG (gruppo combattente islamico libico). Da allora si sono verificati una serie di atti terroristici in Algeria, che confina con il Mali a Sud. Questo terrorismo indotto e la conseguente repressione del governo algerino hanno lo scopo di creare caos e conflitti, come solito pretesto per un intervento esterno. Com’è noto, in Algeria si trovano importanti giacimenti di petrolio, gas e carbone; oleodotti e giacimenti minerari. Si tratta di risorse da rapinare e colonizzare, come già in altri paesi dell’area. In preparazione dell’intervento armato, Bruce Riedel (Brookings Institution), già nel 2011 aveva scritto un articolo dal titolo “L’Algeria potrebbe essere la prossima a cadere”, immaginando una destabilizzazione pilotata del Paese nel segno della “primavera araba”, cioè di una sovversione sostenuta dagli USA e dalla Nato e realizzata dai terroristi armati di Al Qaeda. La Nato, ben consapevole delle conseguenze, sta costruendo in Nord Africa e nel Vicino e Medio Oriente dei “califfati” artificiali, sostenendoli a scapito dei popoli raggirati, mentre viene resa perenne una “guerra globale” perpetrata a danno di milioni di vite distrutte, con un costo sociale ed economico incalcolabile. I “combattenti Jihadisti” sono in realtà una nuova “legione straniera” al servizio dell’imperialismo occidentale, come ai tempi del colonialismo ottocentesco.

Fonte: pickline.it

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Gli alberi del dissidio di piazza Taksim

Resistanbul tra manipolazioni e rivendicazioni. Da protesta ecologica contro un piano urbanistico, a rivolta di dimensioni colossali che si sta rapidamente espandendo a tutta la Turchia. Poteva l’amministrazione di Istanbul immaginare il vespaio che avrebbe provocato la proposta di un nuovo assetto per piazza Taksim?

Piazza Taksim, Istanbul, 11.06.2013. La polizia lancia gas lacrimogeni e getti d’acqua per disperdere i manifestanti. Foto Bulent Killic/Getty. Fonte: http://darkroom.baltimoresun.com

Il progetto prevedeva la ricostruzione di una caserma ottomana del 1800, che avrebbe dovuto ospitare prevalentemente un centro commerciale, e in parte un centro culturale. Ultimamente si vocifera anche che gran parte del polmone verde del parco Gezi, ospitato nella piazza, avrebbe dovuto essere sacrificato. L’abbattimento degli alberi del parco è ben presto assurto a simbolo dell’abbattimento dei pilastri della democrazia turca perpetuato dal premier Recep Tayyip Erdoğan e del suo governo islamo-conservatore, almeno nella percezione dei manifestanti. Erdoğan è al suo terzo mandato come primo ministro, per oltre dieci anni di governo assieme al partito AKP (conosciuto anche come “Giustizia e Sviluppo”) da lui fondato nel 2001. Un uomo che da sempre si batte per i diritti dei musulmani, come la rimozione del divieto di indossare il velo islamico in tribunali ed università. Nel 1999 scontò un periodo in prigione, con l’accusa di incitamento all’odio religioso e razziale per aver recitato i versi di una poesia in pubblico. I protestanti manifestano contro un’erosione costante e progressiva dei diritti del popolo turco, in un’ottica di integralismo islamico. Ripercorriamone assieme alcune tappe. Il 24 maggio viene reso effettivo il divieto di pubblicizzare alcolici, unitamente ad una forte limitazione delle vendite di questi prodotti, da ora vietata tra le 22 e le 6 di mattina. Le compagnie del settore saranno costrette ad apporre avvisi riguardanti i pericoli per la salute sul packaging, e i venditori al dettaglio non potranno esporre le bottiglie. Sempre nel mese di maggio, le hostess della Turkish Airlines avevano dovuto eliminare rossetti e  smalti per unghie rossi dalle loro trousse; la compagnia aerea, detenuta al 49% dallo Stato turco, aveva poi dovuto recedere il divieto a causa delle numerose proteste. Le effusioni in pubblico, per quanto non ufficialmente vietate, sono fortemente sconsigliate da un imperativo morale. E l’azienda dei trasporti pubblici cittadini, che grazie ad un comunicato diffuso a fine maggio in cui richiedeva agli utenti di mantenere un comportamento “conforme alle norme morali”, ha scatenato una protesta a suon di baci alla stazione Kurtulus della metropolitana di Ankara.

Il premier turco Erdogan

I giovani turchi, cosmopoliti e istruiti, non subiscono in silenzio. “We will not be oppressed!” urla in lettere maiuscole un annuncio a tutta pagina pubblicato sul New York Times, per iniziativa di tre privati turchi. Giovani che sanno come usare il web e i nuovi media: i 53.800 dollari necessari per l’annuncio sono stati raccolti tramite il sito Indiegogo. Erdoğan nel frattempo se la prende con Twitter e Facebook: l’emittente televisiva privata Ntv riferisce l’arresto di cinque manifestanti ad Adana e di 34 arresti a Smirne, con l’accusa di aver organizzato le proteste degli ultimi giorni con messaggi postati su tali media. Ma d’altra parte, i social network sopperiscono alle mancanze dei media ufficiali della Turchia, che disdegnando largamente la copertura degli scontri non vengono incontro alle esigenze di informazione. È diventato ormai leggendario il documentario sui pinguini mandato in onda dalla CNN Türk la sera del primo grande scontro, il 31 maggio. E quando invece provano a parlare della rivolta, cercano di creare una percezione distorta delle sue dimensioni e importanza. Basta leggere i titoli in prima pagina su turkishpress.com per rendersi conto di come la stampa turca stia gestendo la situazione: viene sottolineata una natura “vandalica” dei protestanti, a cui si appella il premier turco, e delle morti causate dagli scontri si nomina solo quella di un capo della polizia, a mano di “rimostranti illegali”. Nessun accenno agli altri due morti, un giovane attivista dell’opposizione, colpito da un proiettile partito da un blindato della polizia, e un altro manifestante investito da un taxi. Oltre 3.000 i feriti, secondo dati della Turkish Medical Association, ma il numero aumenta di giorno in giorno. Ancora da confermare invece la notizia del decesso di un ragazzino di soli 13 anni, riferita da un reportage della Stampa, che colloca l’avvenimento nella notte tra il 7 e l’8 giugno. Fin dall’800 però la nozione di rivoluzione è stata avvolta da un’aura romantica, che impedisce di essere completamente lucidi nel valutarne le reali motivazioni. Non molti riescono ancora a negare come il presidente USA George W. Bush abbia orchestrato la guerra in Iraq, millantando armi di distruzioni di massa mai trovate. Per non parlare dell’ingerenza occidentale nella rivoluzione libica, e la rapidità con cui Gheddafi, da grande amico, si era trasformato in indiscusso dittatore. Dittatore: già si sente questa parola serpeggiare in Turchia, riferita al premier Erdoğan. In che misura gli scontri sono l’effetto di legittime richieste del popolo di avere un governo meno influenzato dalla religione, e in che misura intervengono interessi esterni? I moti di piazza Taksim potranno anche essere totalmente spontanei, come testimonia il giornalista e attivista politico Avigdor Eskin, ma una manipolazione più sottile del quadro generale non è da escludersi. Alcuni già puntano il dito contro il magnate George Soros, fondatore di numerosi progetti filantropici e dichiarato sostenitore e finanziatore di gruppi pro-democrazia. Soros non nega la parte che ha svolto nel sostenere i movimenti che hanno destabilizzato l’Est Europa nei decenni passati. Già nel 2011, Lisa Graas del David Horowitz Freedom Center evidenziava “l’influenza manifesta” di Soros in Turchia tramite la sua Open Society Foundation, per quanto il miliardario neghi. Secondo il giornalista e scrittore Richard Poe, ogni volta che Soros cerca di destabilizzare un’area applica lo stesso schema, composto da sette punti. Siamo già al sesto punto, l’occupazione delle strade; se lo schema funziona, il prossimo passo prevede le dimissioni di Erdoğan per timore di un intervento NATO. NATO che è già presente in maniera massiccia sul suolo turco, soprattutto dopo l’inizio della guerra civile in Siria. Fin dal suo inizio, il governo turco si era schierato tra gli oppositori  del regime di Assad. Con atteggiamento ostile, il premier Erdoğan aveva previsto la caduta del regime siriano ad opera dei ribelli (l’ironia della sorte!), permettendo l’attivazione di una base NATO ad Incirlik, nel sud della Turchia e ospitando squadre della CIA per controllare l’invio di materiale bellico, fornito da Arabia Saudita e Qatar, come espongono più articoli del New York Times [vedi qui e qui, ndr]. Una presenza ingombrante, insomma, che Erdoğan farebbe bene a tenere d’occhio, considerato anche che Joe Biden , sollecitando Erdoğan a rispettare i diritti degli oppositori, ha affermato: “Il futuro della Turchia appartiene al popolo turco e a nessun altro. Ma gli USA non possono rimanere indifferenti.” Il governo turco sta già strumentalizzando a proprio favore una possibile ingerenza straniera nelle rivolte, che sarebbero causa di “estremisti venuti dall’estero”, a detta del primo ministro turco. Si parla di “spie” di una cospirazione internazionale, catturate tra i manifestanti. Ma è facile dare la colpa unicamente a cause esterne, cadendo nel complottismo gratuito, quando basterebbe aprire un dialogo e fare alcune piccole concessioni. “Nessun governo sopravvive contro il volere del suo popolo,” aveva detto Erdoğan prima della caduta di Mubarak in Egitto. “L’esecutivo ha imparato la lezione – promette il vice primo ministro Bulent Arinç – Non abbiamo il diritto di permetterci di ignorare la gente.” Ma anche se i capi dei governi occidentali tirano un respiro di sollievo, Arinç precisa che le scuse sono rivolte unicamente agli ambientalisti, non ai manifestanti politici. Kadir Topsas, sindaco di Istanbul, ha riconfermato la volontà di ricostruire l’antica caserma ottomana del parco Gezi, ma se non altro – sembra – il progetto si è liberato della prospettiva di un centro commerciale al suo interno. Il fronte dei rivoltosi è frammentato, e manca di organizzazione: due buoni motivi per supporre una conclusione dei moti prima che portino a qualcosa di più grande, a meno che non ci metta lo zampino qualche potere. In ogni caso, i giovani della rivolta ispireranno i giovani di Egitto e Tunisia, dove gli islamisti, ispirandosi al modello turco, sono riusciti a vincere le elezioni. Modello che a quanto pare non era sufficiente per garantire la stabilità.

L’anno prossimo, a marzo, in Turchia sono previste le elezioni; se Erdoğan riuscirà a rimanere in carica fino ad allora, non sembra molto plausibile una sua rielezione, per quanto per adesso goda ancora di buona popolarità. La gente non ha ancora del tutto dimenticato i risultati economici da lui ottenuti negli ultimi dieci anni.

 

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Video

Zeitgeist

Una serie di video da risveglio societario

 

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Giorgio Napolitano, traditore del PCI e servo della CIA

Salvatore Tamburro – http://salvatoretamburro.blogspot.it/2013/04/giorgio-napolitano-traditore-del-pci-e.html

Con 738 voti, il 20 aprile 2013, due terzi della casta politica ha votato come Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, confermando al Colle un uomo di 88 anni (che secondo il mandato settennale resterebbe in carica fino a 95 anni…alla faccia del rinnovamento della classe politica).

Ma chi è veramente Giorgio Napolitano?
Egli è un uomo che ha sempre cambiato i suoi ideali all’occorrenza, da sempre servile ai poteri forti americani e filo-israeliani, presente ed ossequioso ovunque ci fosse un potere da servire.

Singolare in termini di contraddizioni il fatto che il 9 maggio 2010 fu premiato con il Premio Dan David (Fondazione israeliana che premia personalità che abbiano espresso ammirazione per Israele e per l’ideologia sionista) con questa motivazione: “…per il suo coraggio e integrità intellettuale che sono stati fondamentali nel guarire le ferite della Guerra Fredda in Europa, così come le cicatrici lasciate in Italia sulla scia del fascismo”; proprio lui che in gioventù militava nei G.U.F. (Gruppi universitari fascisti).
Dopo essersi finto difensore della classe operaia e dell’ideologia comunista ha capito fin da giovane che poteva essere l’uomo giusto al posto giusto: un insider-man, utile agli americani in funzione anti-comunista e per agevolare l’imperialismo americano in Europa ed in Italia.

L’ascesa politica di Napolitano si ebbe nel 1953 quando fu eletto deputato nel PCI e poco più tardi si unirà alla corrente migliorista (interna al PCI) di Giorgio Amendola, uomo liberale, antifascista e massone. Una ideologia, quella dei miglioristi, profondamente anti-marxista che portò Amendola e Napolitano a mettersi al servizio di organizzazioni come l’Istituto di Affari Internazionali di Gianni Agnelli e il Council for Foreign Relations di Rockfeller.

Nel 1975 Napolitano strinse anche relazioni con Antonio Nigro, il quale ottenne grossi finanziamenti dalla Fondazione Rockefeller e dalla Fondazione Ford allo scopo di convincere i comunisti ad attraversare un lungo processo di democratizzazione (leggasi “americanizzazione”).
Napolitano ebbe diversi incontri anche con Henry Kissinger, considerato l’uomo-ombra del governo americano e il rappresentante politico dell’ideologia basata sul Nuovo Ordine Mondiale. “L’arrivo al potere dei comunisti – si legge in un documento interno del Fco – costituirebbe un forte colpo psicologico per l’Occidente. L’impegno Usa verso l’Europa finirebbe per indebolirsi, potrebbero così sorgere tensioni gravi fra gli americani e i membri europei della Nato su come trattare gli italiani”. A Londra Henri Kissinger discutendo la situazione italiana con il nuovo Ministro degli Esteri inglese Antony Crosland fa delle rivelazioni sconvolgenti: “La questione dell’obbedienza del PCI a Mosca è secondaria. Per la coesione dell’occidente i comunisti come Berlinguer sono più pericolosi del portoghese Cunhal”.

Nel 1978 Napolitano, su invito del neo-conservatore americano, Joseph La Palombara, è ospite del Council on Foreign Relations (organizzazione che si occupa di strategie globali per conto di importanti famiglie di banchieri come i Rockefeller, i Rothschild e i Morgan) e lì dichiarerà fedeltà alla N.A.T.O. .
Bisognava adesso dare il colpo di grazia al PCI: fu nel 1980 che si posero le basi per una delle operazioni più importanti della CIA: lo stratega Duane Clarridge dà inizio all’operazione chiamata “soluzione finale” e da lui definita “una delle operazione più azzardate della sua carriera: un accordo segreto tra la CIA e il PCI”. Attraverso azioni non violente, ad esempio creando una equipe di tecnici neo-liberisti all’interno di un partito “non allineato” all’ideologia capitalista americana, la CIA riuscì a penetrare nella gestione del PCI. Il cerchio si era finalmente chiuso: alla morte di Enrico Berlinguer nel 1984, come segretario del PCI venne eletto Alessandro Natta ma Napolitano, forte della protezione degli Usa, da lì a poco avrebbe dato il colpo di grazia al partito.

Qualora gli ultimi trent’anni di storia politica non bastassero a rappresentare Napolitano come traditore del PCI, nonchè uomo al servizio dell’imperialismo americano e del potere filo-bancario, ricorderei le recenti manomissioni di alcuni importantissimi articoli della Costituzione, manomissioni da lui avallate e controfirmate, tra tutte l’articolo 81 della Costituzione che il 18 aprile 2012 ha introdotto il pareggio di bilancio, obbligando di fatto lo Stato alla schiavitù delle politiche di austerità, tanto care all’imperialismo-capitalistico americano ed europeista, il tutto secondo i piani dell’ideologia mondialista, rendendo al tempo stesso le teorie keynesiane (basate, invece, su una politica monetaria espansiva che darebbe slancio all’economia) di fatto incostituzionali.

Attraverso la complicità di personaggi come Napolitano, Monti e probabilmente anche Amato al governo italiano l’imperialismo americano potrà continuare ad dominare indisturbato sulla politica e sull’economia nazionale, portando avanti tutti gli obiettivi previsti nella scaletta mondialista: accentramento dei poteri nelle mani di organizzazioni sovranazionali (unione politica europea, B.C.E., F.M.I., W.T.O.) non elette democraticamente da alcun cittadino; politiche basate sull’austerità che stanno conducendo alla recessione economica; drastico aumento della disoccupazione; impoverimento delle classi sociali, riduzione delle nascite e, quindi, riduzione della popolazione

 

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Tertium non datur

Dopo l’euforia di alcuni (pochi) e la rabbia di altri (molti), è il tempo di fare qualche considerazione sulla rielezione di Giorgio Napolitano al Quirinale. Premesso necessariamente che non si può parlare di colpo di stato (pena l’ostracismo), le vicende che hanno preceduto e che seguono l’evento clamoroso sono quantomeno rivelatorie. Vedere gli esponenti dei partiti politici di destra-sinistra applaudire un Re Giorgio dai toni fustigatori nei loro confronti, l’informazione berlusconiana esaltare la rielezione di un ex comunista al Quirinale e della piddìna Serracchiani in Friuli Venezia Giulia, o, al contrario, organi di informazione ostili al Cavaliere fare da cassa di risonanza alle ispirazioni restauratrici di quest’ultimo… fa quantomeno sorridere. In questa battaglia per il Colle, Beppe Grillo e il MoVimento 5 Stelle sono riusciti ad unire il diavolo e l’acqua santa in unico fronte compatto, a difesa del proprio status quo, mostrando così a tutti quanto il bipolarismo sia in realtà un gioco delle parti. Dopo il 20 aprile, la distinzione è netta, quasi metafisica: da un altro una classe dirigente ormai prossima al pensionamento, che letteralmente “non sa più che pesci pigliare” ed è costretta ad affidarsi al Venerabile Giorgio, da cui accetta volentieri di farsi dare ordini pur di sopravvivere qualche mese in più; dall’altro il “portavoce” Grillo, che da tempo ha dismesso i panni del comico per assumere quelli dello stratega militare.

Già, perché di strategia militare (e delle più raffinate) si tratta. Basti pensare alle parole usate da Grillo nell’ormai lontano (è proprio il caso di usare quest’aggettivo) 2009, quando lanciò dal suo blog l’idea di costituire un Movimento di Liberazione nazionale, che avrebbe assunto poi il nome che tutti conosciamo:

Quando i soldi finiranno, o meglio, quando saranno costretti a annunciare che i soldi sono finiti, allora inizierà il ballo. Nessuno può dire che tipo di ballo sarà. Secessionista, peronista, federalista, pre unitario, fascista. Una danza a cui dobbiamo partecipare, non assistere.

Con gli occhi di oggi, queste parole indicano quanta lungimiranza vi sia dietro il progetto politico del M5S. Mentre oggi riusciamo a stento a comprendere cosa ci succeda intorno, Grillo e Casaleggio sembravano sapere già da anni in quale situazione l’Italia si sarebbe trovata, con una precisione davvero notevole.

Lo scenario di un’Italia balcanizzata, infatti, è stato evocato anche di recente da Grillo, proprio durante la battaglia per il Colle, nell’ammonire Pierluigi Bersani e il suo partito dall’elezione di un presidente dell’inciucio:

Il pdmenoelle ha consultato (e sta consultando) solo Berlusconi per proporre D’Alema, Amato, Violante come ruotino di scorta o un presidente dell’inciucio dell’ultimo momento. Un loro settennato consegnerà l’Italia alla dissoluzione non solo economica, ma anche come Stato unitario. E’ bene saperlo in anticipo. Ognuno si prenda le sue responsabilità.

L’invito agli italiani a partecipare al ballo, anziché assistervi, può quindi essere letto come un invito a prendere in mano le istituzioni per tempo, prima che queste vengano distrutte insieme al paese stesso. Per fare questo serviva una struttura informativa e organizzativa alternativa all’informazione ufficiale e alla partitocrazia, che permettesse di incanalare la rabbia popolare crescente ed indirizzarla verso un progetto politico. Un progetto che, alla luce degli accadimenti attuali, mira forse a mettere l’Italia in salvo dal rischio di finire “come la Grecia”, dopo le politiche recessive (mi si perdoni l’eufemismo) del governo Monti, con i rischi che ciò avrebbe comportato per la tenuta non solo sociale, ma anche politica di un paese così frammentato.

In quest’ottica si può leggere la scelta di sostenere la candidatura di Stefano Rodotà alla più alta carica istituzionale. Per il suo curriculum e le sue idee, Rodotà era la candidatura più adatta, tra quelle indicate nelle “quirinarie”, per un settennato di transizione. Un settennato di pacificazione tra le parti sociali, tra Nord e Sud, tra i cittadini e le istituzioni. Queste, in particolare, avrebbero avuto un’ultima occasione di riscatto, per evitare la bancarotta morale (prima che finanziaria). Infatti, che ne sarà della Repubblica Parlamentare quando le proteste (mi si perdoni ancora l’eufemismo) contro le politiche di austerità (che non saranno superate, ma applicate anche alla politica) saranno proteste contro il “governo del Presidente”?

Al contrario, Rodotà ha sempre difeso l’assetto parlamentare della Repubblica (non è peccato pensare al Presidenzialismo, purché lo si proponga alla luce del sole), come previsto dalla Costituzione. Una fedeltà alla Carta Costituzionale che non poteva non riservare critiche all’introduzione del pareggio di bilancio, che “ha reso Keynes incostituzionale”, come scrisse in una lettera a Repubblica il 20 giugno 2013, in cui si esprimeva a favore di una maggiore democratizzazione dei processi decisionali anche in materia economica, attraverso il referendum propositivo e l’introduzione di forme di partecipazione pubblica al bilancio (proposte presenti anche nel programma elettorale del M5S).

Rodotà si è espresso criticamente anche nei confronti delle privatizzazioni, che invece hanno caratterizzato la politica dei governi di centrosinistra e saranno una questione “urgente” anche per il governo Letta. L’occasione era un seminario organizzato dal Pd presso la Casa dell’Arhitettura a Roma, il 7 febbraio scorso, parlando di fronte ad un uditorio che all’epoca considerava amico:

Deve essere la Corte dei Conti a ricordarci che serve uno sguardo critico sulle privatizzazioni del passato? Siamo ancora prigionieri delle semplificazioni che fanno guardare ai beni pubblici solo con lo sguardo disperato delle dismissioni.

E ancora, alludendo a chi abbiano giovato veramente le dismissioni pubbliche italiane, aggiunge che la politica deve ribellarsi alla dittatura di soggetti opachi e irresponsabili, elevati al rango di dominatori d’ogni politica.

Ma in quella stessa occasione, è sul concetto stesso di cittadinanza che Rodotà mostra tutto il suo “grillismo”, all’epoca (forse) insospettato:

I diritti sociali devono essere oggetto primario delle politiche pubbliche, che intorno a questi diritti fondamentali costruiscono una cittadinanza inclusiva e con essa le precondizioni stesse del processo democratico. Dobbiamo interrompere la spirale del ritorno alla cittadinanza censitaria con azioni concrete, che vanno dal reddito universale di cittadinanza, alla cancellazione dell’articolo 8 della legge dell’agosto 2011 dove è permessa la deroga alle garanzie previste dalla legge nella contrattazione, alla scuola e alla salute, dove il loro essere pubbliche ci parla di una qualità, non di una modalità di spesa. Se però la politica vuole tornare ad essere pienamente costituzionale, deve affrontare questioni come quella del pareggio di bilancio e del patto di stabilità, che hanno sfigurato la Costituzione e si pongono come ostacolo alle politiche pubbliche di rispetto dell’uguaglianza, della libertà, della dignità delle persone.

Difficile non chiedersi come abbia potuto, con queste idee, aver ricoperto il ruolo di presidente del Pds e godere di buona fama all’interno del Pd. Più facile, invece, capire come la sua elezione avrebbe potuto aprire le porte ad un governo di collaborazione tra il Movimento di Grillo e Casaleggio e la nuova generazione del Pd, che pur condividendo idealmente (ed ingenuamente) le scelte della classe dirigente del proprio partito, non ne può condividere la responsabilità. Un governo che avrebbe potuto aprire spiragli di “speranza” nell’opinione pubblica, attuando alcuni dei punti dell’Agenda Grillo, come la riduzione della pressione fiscale sulle imprese, il reddito di sussistenza, passando per un taglio (simbolico) alle spese della politica, magari spostando la lotta all’evasione fiscale sul campo delle rendite finanziarie, del gioco d’azzardo e della prostituzione. Certo, si sarebbe trattato di qualcosa di ancora lontano, in realtà, da ciò che serve veramente all’Italia: una maggioranza politica forte, non espressione della rabbia popolare, ma del comune desiderio di recuperare la sovranità, come cittadini e come nazione. Un governo che abbia una visione del futuro a lunga scadenza, con un programma mirato a ricostruire da capo questo Paese, per aprire non una nuova stagione, ma un Nuovo Rinascimento. Per ora non ci è data nemmeno la transizione, ma a rimetterci saranno soprattutto “loro“: avrebbero potuto chiedere scusa, farsi da parte, restituire il maltolto (in primis la sovranità popolare, vera refurtiva del saccheggio repubblicano) e, perdonati, godersi il Futuro. Invece…

 

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Alla Camera su 730 progetti di legge solo 5 sono del M5S

Per mandare avanti il Paese basta il Parlamento. A prescindere dall’esistenza di un esecutivo. Era questo, in estrema sintesi, il senso di un provocatorio post di Beppe Grillo, scritto a fine aprile sul suo blog.

Misurando, pur in un’ottica quantitativa, il numero di progetti di legge depositati alla Camera nei primi 30 giorni di legislatura, ce ne sarebbe parecchia di carne al fuoco su cui il Parlamento potrebbe esercitare le sue prerogative. Finanche giungendo a forzare i principi di separazione dei poteri all’origine dello stato di diritto. E a far rivoltare nella tomba Montesquieu.

Peccato, però, che su circa 730 progetti presentati, solo 5 provengano dalle file dei 109 deputati del Movimento 5Stelle. Sulla bassa produttività dei grillini pesa certo l’inesperienza, ma soprattutto il fatto di non aver seduto in Parlamento in precedenti legislature. Perché la gran parte delle iniziative di legge non sono vere e proprie primizie, ma sono ascrivibili a progetti messi a punto dai rispettivi firmatari negli anni precedenti. Ed evidentemente non concretizzatisi in alcuna legge.

Anche questo spiega perché i più attivi si stiano dimostrando i deputati democratici, che hanno depositato ben 366 progetti. Quelli proposti dai berluscones sono invece meno della metà (155). Il gruppo alla Camera della Lega Nord si ferma poi a quota 71; si attestano attorno a 30 progetti ciascuno i progetti di Scelta Civica, Fratelli D’Italia e del Gruppo Misto (27). Mentre Sel totalizza 15 progetti. Fanalino di coda della classifica è il gruppo dei grillini alla Camera, che ha formulato 5 proposte legislative.

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Tra i deputati ci sono poi dei veri e propri campioni nella formulazione di proposte di legge. Davide Caparini, della Lega Nord, ininterrottamente alla Camera dal 1996, ha depositato addirittura 54 PDL. Caparini è seguito a distanza dalla deputata pidiellina Michela Vittoria Brambilla, che ha eletto a minimo comune denominatore del 90 per cento dei suoi 31 progetti di legge la difesa della dignità di cani e cavalli.

Edmondo Cirielli, già eletto in Parlamento nelle precedenti 3 legislature e il democratico Guglielmo Vaccaro hanno invece firmato rispettivamente 28 e 27 progetti di legge. La top five dei deputati che più si sono spesi nella corsa al deposito di progetti di legge si chiude con Pino Pisicchio, autore di 26 proposte.

È pur vero che un’analisi qualitativa dei progetti di legge sarebbe necessaria per esprimere un giudizio compiuto sulla dignità delle proposte formulate.

Resta il fatto che se l’iniziativa dei grillini dovesse rimanere così “svogliata” rispetto a quella degli altri gruppi parlamentari, allora la battuta di Grillo non potrebbe che essere ascritta ad una strampalata provocazione.

 
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Pubblicato da su aprile 24, 2013 in Rivoluzione, Storia

 

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Cipro, la folla sventa una rapina! Ma 7 indizi preoccupano l’Italia

di LEONARDO FACCO
Sulla scorta della brutta aria che tirava per le strade di Cipro, il parlamento isolano ha deciso di respingere al mittente (almeno per ora) l’idea di fottere ai correntisti delle banche locali il 6,75% per i depositi tra 20.000 e 100.000 euro e il 9,9% per quelli superiori Nessun prelievo forzoso – come da emendamento dell’ultima ora – per quelli con il saldo sotto i 20.000 euro. La folla imbestialita ha sventata una rapina bella e buona insomma.
Un buon segno? Dipende, se non fosse che questa idea balzana pare affascinare anche il partito dei Verdi della Nuova Zelanda, che vorrebbe applicare una medicina simile (leggasi ladrocinio) per salvare le proprie banche.
Al netto di come si evolveranno i fatti, la notizia ha allarmato, e fatto discutere, parecchia gente. Dacché, un po’ tutti dalle nostre parti han cominciato a chiedersi: quando toccherà all’Italia? Vorrei provare a rispondere a questa domanda con un elenco di indizi.
1- L’Italia – nelle ultime posizioni di quasi tutte le classifiche economiche – in materia di rapina ha anticipato di 21 anni il governo cipriota. Un tale Giuliano Amato, che ciuccia dalle tasche di Pantalone 31.000 euro di pensioni varie al mese, quando sedeva alla presidenza del Consiglio decise, nottetempo e retroattivamente, di entrare nelle banche di tutta Italia per fottere il 6 per mille di quanto depositato da ogni correntista.
2- Da quando è ufficialmente saltata per aria “Lehman Brother’s” (che ha innescato la crisi vera, quella dei debiti sovrani), è iniziata una gigantesca campagna diffamatoria nei confronti dell’evasione fiscale. Il tentativo, riuscito, era quello di nascondere le malefatte dei governi dietro ad un paravento fittizio di improbabili nemici del popolo per aizzare la guerra del tutti contro tutti, che tanto fa comodo a chi detiene il potere e tassa indiscriminatamente.
3- Con l’immane fandonia di salvare l’Italia, il governo Monti (sorretto da destra-centro-sinistra) ha introdotto e/o rafforzato, cito a memoria, “spesometro”, “redditometro”, “Serpico”, “Studi di settore”. Di più: per non farsi mancare nulla ha fatto strame dello statuto del contribuente ed ha portato la pressione fiscale media oltre il 70%……………………..

4- Monti, con l’approvazione dei parassiti che hanno sostenuto il suo gabinetto, ha continuato l’opera che iniziò il duo Visco-Prodi per limitare l’uso del contante, portando il limite a 999 euro. Bersani, candidato in pectore alla presidenza del Consiglio, ha già proposto che quella soglia va abbassata e portata a 300 euro. Milena Gabanelli – che di economia ne sa quanto il sottoscritto di fissione nucleare, una beata fava – vorrebbe abolire l’uso del contante tout court. Ora, giusto per rinfrescarvi le idee vorrei mettervi al corrente che il taglieggiamento messo in atto a Nicosia rende chiarissimo il motivo per cui la casta ci tiene tanto a vedere abolito il cash!
5- Giuliano Amato, sempre lui, scrisse un paio di anni fa sul Corriere della Sera un editoriale in cui propose quanto segue: si faccia una patrimoniale una-tantum da 30.000 euro per ciascun italiano, in questo modo il debito pubblico verrebbe ridotto dal 120% all’80%, permettendo al paese di guardare al futuro. Mancava poco che gli consegnassero il Nobel.
6- Mauro Meneghini, su queste colonne, due giorni fa ha scritto un dettagliato articolo in cui evidenziava come la Bce avesse già approntato uno studio per dimostrare che gli “italiani sono ricchi il doppio dei tedeschi” e che, quindi, la scelta di una imposta patrimoniale da appioppare sulle spalle dei contribuenti tricoloriti non sarebbe sgradita come soluzione.
7- Ieri, Il chief economist di Commerzbank, Jörg Krämer, ha sottolineato che la mediana dei patrimoni italiani è pari a 164.000 euro, mentre per esempio nell’economia più in salute dell’Austria è di circa 76.000 euro. Questo significa – repetita juvant – che in Italia, in teoria, con un’aliquota del 15% sul patrimonio la crisi del debito potrebbe rientrare. Basti pensare che i beni netti degli italiani sono equivalenti al 173% del Pil, paragonati al 124% della Germania.
Solitamente, basterebbero 3 indizi per fare una prova. Da un paio di giorni, però, tutti gli “opinion maker” del regime dell’informazione italica si pongono questa demenziale domanda: non sarebbe il caso di fare presto un governo per evitare un prelievo a mo’ di Cipro? Probabilmente, sarebbe il caso di spiegare loro che a Cipro è successo quel che è successo proprio perché esiste un governo che ha accettato – prima che le piazze si rivoltassero – i diktat di troike varie e Unione europea – , di aggredire arbitrariamente, e a cuor leggero, la proprietà altrui, rubando impunemente il frutto del loro lavoro dai loro conti bancari.
Vi porgo io una domanda a questo punto: ma davvero lo Stato siamo noi? Chi pensa che la risposta debba essere sì, provi a chiedersi se mai ruberebbe a sé stesso. Vittorio Alfieri scrivendo “Della Tirannide” affermò: Qualunque governo che può manovrare a proprio piacimento le leggi o anche raggirarle è tiranno: quindi in generale ogni forma di organizzazione statale lo è”! E per il governo (o tiranno) la rapina è uno stile di vita che tanto si confà a quel gruppuscolo di uomini (gli eletti, o banda di briganti) la cui moralità è un gradino sotto quella di un pedofilo! Cipro e il super-governo europeo hanno confermato la massima di cui sopra, confermando che lo Stato è nient’altro che crimine organizzato.
Democraticamente però…!

 

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