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La vita é unica. Qualche nota sulla divulgazione scientifica.

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Ho letto recentemente due articoli: uno è “Tutti Neanderthal, tranne gli africani” di Tiziana Moriconi (del 5/10/2011), l’altro “Emigrazoni dall’Africa ai primordi? Falso” di Gabriele Beccaria (del 5/10/2011). Sono conferme sul modo di procedere della scienza ufficiale e della divulgazione scientifica.

La Vita è unica, non ci sono barriere, anche il concetto di specie è solo uno schema, un artificio, una nostra comodità di comunicazione. Lo sappiamo fin dai tempi di Lamarck, cioè da due secoli, ma i pregiudizi sono duri a morire, anche, o soprattutto, nella scienza.

Per decenni la versione ufficiale dell’origine dell’uomo è stata la derivazione da un filone unico che parte dall’Africa, dopo diverse migrazioni precedenti di specie affini, cioè altri ominidi che poi si sono estinti. C’è voluta una ciocca di capelli per “buttare all’aria tutte le “certezze” (!) sulla colonizzazione del Pianeta”. Da profano, ho sempre diffidato delle stranezze migratorie ufficiali. C’è voluto un secolo per “scoprire” che il Sapiens e il Neanderthal formavano famiglie miste!

Ora salta fuori che “la storia delle migrazioni umane, finora rozzamente rappresentate come una serie di linee che dall’Africa prima salgono in Europa e poi piegano verso l’Asia, sono clamorosamente sbagliate.”

Avete presenti le normali divulgazioni televisive delle origini umane? Di solito viene presentato il Neanderthal come brutto, sporco, pieno di capelli, affamato di carne. Il Sapiens, un po’ più “bello”, che contende sempre la preda al Neanderthal e spesso “vince” perché “più evoluto”. Insomma, erano sempre in lotta, in competizione per la sopravvivenza. Ma “noi” abbiamo vinto.

Molto probabilmente invece si incontravano, comunicavano, formavano famiglie miste, qualche volta litigavano. Le scoperte citate negli articoli non sono poi così sorprendenti. Ma tutto ciò che non rientra nel paradigma ufficiale è visto con grande sospetto. Di solito, nelle divulgazioni, si fa grande uso del termine “preistoria” e di aggettivi correlati, mettendo in un unico contenitore i dinosauri, i mammuth, i Neanderthal e gli altri “primitivi”. La preistoria sarebbero due miliardi di anni, cinquemila culture umane, tutti gli ominidi e i “primitivi”, mentre la storia del vero uomo sarebbero gli ultimi cinquemila anni di “civiltà” sfociati nell’Occidente e quindi nel massimo del progresso, la civiltà industriale.  Se ci pensiamo bene, è un cumulo di amenità.

Anche gli ominidi di cui si sono trovati fossili soprattutto in Asia probabilmente si accoppiavano fra loro e hanno contribuito a dare origine all’umanità attuale, o a parti di essa. Purtroppo molti si sono estinti, o mescolati… e alcuni siamo noi.

Ricordo di aver letto, una trentina di anni fa, in un giornale serio, che uno scienziato, dopo diversi tentativi, era riuscito ad ottenere una fecondazione “in vitro” unendo due gameti, uno umano e uno di scimpanzé. Si era formato un embrione, vissuto pochi giorni, o poche ore. Non se n’è saputo più niente: l’Occidente non poteva sopportare una notizia simile, l’ha ignorata e occultata, alla faccia del metodo scientifico. Forse c’era stata la sdegnata rivolta degli scienziati “ufficiali”, che invece sono pronti a plaudire ed approvare ogni manipolazione allucinante che riguardi soltanto “cellule animali” (!). Nel pensiero corrente si continua a vedere l’umanità come contrapposta all’animalità, ma si tratta di una contrapposizione insostenibile già da due secoli, anche in Occidente.

Passiamo a qualche considerazione su altri esseri senzienti:

–       Nel libro di Konrad Lorenz “E l’uomo incontrò il cane” si dice chiaramente che il cane è derivato non solo dal lupo, ma anche dallo sciacallo dorato: poi i nostri amici cani hanno formato un complesso in cui sono possibili incroci fra esseri che provengono da derivazioni diverse;

–       Un pinguino di Magellano, inanellato presso la Terra del Fuoco, è stato trovato fra i pinguini di Humboldt, cinquemila Km più nord, evidentemente percorsi a nuoto: era un esploratore. La notizia è stata riportata dicendo che “probabilmente si era perso”;

–       Le strutture delle società dei bonobo, degli scimpanzé, dei gorilla, dei delfini e di tanti altri sono molto articolate e complesse: non sono affatto immutabili;

–       Ci sono trasmissioni culturali fra gruppi di moltissimi esseri senzienti;

–       Un ricercatore primatologo (e psicologo dei Primati) ha riferito che una femmina di orango si era palesemente innamorata di lui (non solo in senso affettivo).

Sono solo esempi, ma vengono sempre presentati al pubblico come fatti “sorprendenti”, “strani”, degni di ulteriori approfondimenti o probabili smentite. Strano è invece sostenere uno stacco anche comportamentale fra la nostra specie attuale e gli altri esseri senzienti.

Sono andato a cercare un altro articolo:   E’ italiana la smentita del big bang di Pasquale Galianni (del 04/09/2006): è un’ulteriore dimostrazione di come procede la scienza, quella che viene divulgata. Chi si mette contro le teorie ufficiali approvate (da chi?), viene ignorato, nella migliore delle ipotesi, anche se porta indizi validi e osservazioni dirette a sostegno delle sue tesi. Il Big Bang non piaceva molto neppure a cosmologi del calibro di Fred Hoyle e Dennis Sciama. Ma il pubblico deve considerare certo il Big Bang. Tra l’altro, questa teoria si è affermata in una cultura che ha l’idea fissa dell’espansione. Ed è diventata un paradigma entro cui inserire tutte le osservazioni astronomiche.

In sostanza, sembra che al pubblico debba essere fornita qualche certezza, che – guarda caso – è in accordo con il sottofondo della cultura giudaico-cristiana-islamica.    Ci sono premesse che ormai vacillano da tutte le parti, ma si vogliono salvare ad ogni costo. Sono più o meno le seguenti:

–       La nostra specie ha un’origine unica (naturalmente per competizione-selezione);

–       C’è una barriera, o un fossato invalicabile, fra l’uomo e gli (altri) animali;

–       L’Universo ha un inizio e una fine.

Cioè si vuole sostenere ad ogni costo una visione del mondo per salvare dei pregiudizi culturali, anche in contrasto con l’osservazione. Spesso ciò avviene  in buona fede, ma, ancora una volta, alla faccia del metodo scientifico.

Guido Dalla Casa

Fonte: http://www.ariannaeditrice.it      

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Pubblicato da su aprile 17, 2013 in Antropologia, Archeologia, Storia

 

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Vandali sotto bandiera Nato

Quando nel marzo 2001 due antiche statue di Buddha vennero distrutte in Afghanistan dai taleban, le immagini dell’atto vandalico fecero il giro del mondo, suscitando legittima indignazione. La cappa del silenzio politico-mediatico copre invece quanto avviene oggi in Siria. I siti archeologici vengono non solo danneggiati dalla guerra, ma saccheggiati soprattutto dai «ribelli» che, alla ricerca di gioielli e statuette, distruggono spesso altri preziosi reperti. Ad Apamea hanno asportato antichi mosaici e capitelli romani servendosi di bulldozer.
Molti delle decine di musei sparsi in tutta la Siria, compreso quello di Homs, sono stati depredati di beni di inestimabile valore storico e culturale, tra cui una statua d’oro dell’8° secolo a.C. e vasellame del terzo millennio a.C. In due anni di guerra sono state cancellate testimonianze di millenni di storia. L’appello dell’Unesco per salvare i beni culturali siriani, parte del Patrimonio mondiale, resta inascoltato. Il perché è chiaro: principali autori dello scempio sono i «ribelli», armati e addestrati dai comandi e servizi segreti Usa/Nato, che concedono loro il «diritto di saccheggio» e la possibilità di portar via dalla Siria i beni rubati per venderli sul mercato nero internazionale. Una pratica ormai consolidata. In Kosovo, nel 1999, chiese e monasteri serbo-ortodossi di epoca medioevale furono prima danneggiati dai bombardamenti, quindi incendiati o demoliti dalle milizie dell’Uck, cui la Nato dette anche la possibilità di saccheggiarli, rubando icone e altri preziosi oggetti. Il tutto sotto la cappa del silenzio politico-mediatico. Quando i taleban distrussero nel 2001 le statue di Buddha, invece, i primi a condannare tale atto furono gli Stati uniti e i loro alleati. Non certo per salvaguardare il patrimonio storico afghano, ma per preparare l’opinione pubblica alla nuova guerra, che iniziò pochi mesi dopo quando, nell’ottobre 2001, forze statunitensi invasero l’Afghanistan aprendo la strada all’intervento Nato contro le forze taleban: le stesse che gli Usa avevano prima contribuito a formare attraverso il Pakistan e che, una volta servite allo scopo, dovevano essere eliminate.
In Iraq, dove durante la guerra del 1991 erano già stati saccheggiati almeno 13 musei, il colpo mortale al patrimonio storico è stato inferto con l’invasione iniziata dagli Usa e alleati nel 2003. Il sito archeologico di Babilonia, trasformato in campo militare Usa, fu in gran parte spianato con i bulldozer. Il Museo nazionale di Baghdad, volutamente lasciato sguarnito, fu saccheggiato: sparirono oltre 15mila reperti, testimoni di cinquemila anni di storia, 10mila dei quali non sono più stati ritrovati. Mentre militari Usa e contractor partecipavano al saccheggio di musei e siti archeologici e al mercato nero degli oggetti rubati, il segretario alla difesa Rumsfeld dichiarava «sono cose che capitano». Come oggi in Siria, mentre quasi tutto il «mondo della cultura» occidentale osserva in silenzio.

Fonte: ilmanifesto.it

 

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La Bolivia ha promulgato nell’ottobre 2012 la “Legge quadro della Madre Terra e dello sviluppo integrale per il vivir bien”.

La Legge definisce la Madre Terra come “… il sistema vivente dinamico formato da una comunità indivisibile di tutti i sistemi di vita e gli esseri viventi che sono interconnessi, interdipendenti e complementari, che condividono un destino comune, aggiungendo che ” la Madre Terra è considerata sacra..”.  In questo approccio gli esseri umani e le loro comunità sono considerati una parte della Madre Terra, per essere integrati in sistemi di vita definiti come “… comunità complesse e dinamiche di piante, animali, microrganismi e altri esseri nel loro ambiente, in cui le comunità umane e il resto della natura interagiscono come una unità funzionale, sotto l’influenza di fattori climatici, fisiografici e geologici, nonché delle pratiche produttive e della diversità culturale dei boliviani…”.
Tale asserzione può essere vista come una definizione degli ecosistemi più inclusiva, in quanto vi è compresa esplicitamente la dimensione sociale, culturale ed economica delle comunità umane.

La Legge si ricollega ai già sanciti sette diritti specifici di Madre Terra e dei suoi sistemi di vita costitutivi, comprese le comunità umane :
Per la vita: è il diritto al mantenimento dell’integrità dei sistemi di vita e dei processi naturali che li sostengono, così come le capacità e le condizioni per il loro rinnovo;
Per la diversità della vita: è il diritto alla conservazione della differenziazione e della varietà degli esseri che compongono la Madre Terra, senza essere geneticamente modificati, né modificati artificialmente nella loro struttura, in modo tale che non sia minacciata la loro esistenza, il funzionamento e il futuro potenziale;
Per l’acqua: è il diritto alla conservazione della qualità e alla composizione delle acque per sostenere i sistemi di vita e proteggerli contro la contaminazione;
Per l’aria: è il diritto al mantenimento della qualità e della composizione dell’aria per sostenere sistemi di vita e proteggerli contro la contaminazione;
Per l’equilibrio: è il diritto al mantenimento o al ripristino della interrelazione, dell’interdipendenza e della capacità di integrare le funzionalità dei componenti della Madre Terra in modo equilibrato, per il proseguimento dei suoi cicli e il rinnovamento dei processi vitali
Per il ripristino: E’ il diritto al ripristino efficace e opportuno dei sistemi di vita compromessi a causa delle attività umane dirette o indirette
Vivere senza contaminazione: è il diritto alla conservazione della Madre Terra e dei suoi componenti per quanto riguarda i rifiuti tossici e radioattivi prodotti dalle attività umane

Ma soprattutto la Legge stabilisce il carattere giuridico della Madre Terra come “soggetto collettivo di interesse pubblico”, per garantire l’esercizio e la tutela dei suoi diritti. Dotando Madre Terra di personalità giuridica, essa può, attraverso i suoi rappresentanti (gli esseri umani), intraprendere un ricorso per difendere i suoi diritti.

Sul piano attuativo vengono creati strumenti ad hoc come il “Consiglio Plurinazionale per il Vivir bien in armonia e in equilibrio con la Madre Terra”, che dovrà elaborare le politiche ed i programmi di attuazione di questa Legge Quadro, e come un fondo per finanziare attività volte all’adattamento e alla mitigazione dei cambiamenti climatici.

Questa Legge sposta quindi la visione del mondo da una concezione antropocentrica ad una olistica, che attribuisce alla Natura e agli esseri umani pari diritti. Dire che la Madre Terra è di interesse pubblico costituisce infatti la transizione verso la prospettiva di una Terra basata sulla comunità di tutti i viventi.

di Enzo Parisi – Reti il Cambiamento

 

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Le origini segrete della banca d’Inghilterra

di Stepehn Goodson – tratto da “Rinascita”
www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=17542

Dall’A.D. 757 fino alla morte nel 791, il grande Re Offa governò il regno di Mercia (1), uno dei sette regni autonomi della eptarchia anglosassone. Offa era un saggio ed abile amministratore dal cuore gentile, benchè fosse duro con i suoi nemici. Egli fondò il primo sistema monetario in Inghilterra (diversa dalla Britannia romano-celtica). Causa la scarsità di oro, usò l’argento per il conio e come riserva di ricchezza. L’unità di conto monetaria era una libbra di argento, divisa in 240 pennies. Sui pennies veniva impressa una stella (antico inglese “stearra”), dalla quale deriva la parola “sterling”. Nel 787 Offa introdusse una legge che proibiva l’usura, cioè caricare di interesse il prestito della moneta. Le leggi contro l’usura furono ulteriormente rafforzate dal Re Alfredo (r. 865- 99) che ordinò la confisca delle proprietà degli usurai, mentre nel 1050 Edoardo il Confessore (1042-66) decretò non solo la confisca, ma anche che l’usuraio fosse dichiarato fuorilegge e condannato al bando perpetuo.

PRIMA MIGRAZIONE ED ESPULSIONE EBRAICA..

Gli ebrei giunsero per la prima volta in Inghilterra nel 1066 in seguito alla sconfitta di Harold II ad Hastings provocata da Guglielmo I il 14 ottobre. Questi ebrei arrivarono da Rouen, 75 miglia da Falaise, dove Guglielmo venne al mondo illegittimamente come Guglielmo il Bastardo. Nonostante le registrazioni storiche non dicano se essi appoggiarono l’idea di una invasione militare dell’Inghilterra, questi ebrei per lo meno la finanziarono. Per questo sostegno essi furono riccamente remunerati permettendo loro di praticare l’usura sotto la protezione reale (2). Le conseguenze per il popolo inglese furono disastrose. Facendo pagare ratei di interesse del 33% l’anno sui terreni ipotecati dai nobili ed il 300% l’anno sugli strumenti di mestiere e su tutti i beni impegnati dai lavoratori, entro due generazioni un quarto di tutte le terre inglesi cadde nelle mani degli usurai ebrei. Inoltre questi immigrati minavano l’etica delle corporazioni ed infuriavano i mercanti inglesi vendendo una gran quantità di merce “sotto lo stesso tetto” (con una singola licenza). Ebbero inoltre un ruolo primario nel limare le monete d’argento fondendo la limatura in lingotti e placccando d’argento lo stagno.

Il famoso economista Dr. William Cunningham paragona l’attività degli ebrei in Inghilterra dall’11° secolo in poi ad una spugna, che succhia tutta la ricchezza della terra e ne compromette lo sviluppo economico. E’ interessante notare che vi sono le prove che perfino in questo periodo inziale il Governo fece tutto ciò che era in suo potere per indurre gli ebrei a commerci decenti e lavoro onesto e quindi amalgamarsi con il resto della popolazione, ma senza successo. (3).
Nel 1233 e nel 1275 furono approvati gli statuti sulla Giudea che abolivano qualsiasi forma di usura. Siccome gran parte di questi ebrei non potevano “guadagnarsi da vivere”, fu approvata una legge del Re Edward I (1272-1307) il 18 luglio1290 che obbligava tutta la popolazione ebraica di 16.000 persone a lasciare l’Inghilterra per sempre (4). A differenza della pratica moderna di pulizia etnica, agli ebrei, dopo il pagamento di 1/15° del valore dei loro beni e 1/10° delle loro monete, fu permesso di uscire con tutti i loro beni ed attrezzi. Qualsiasi ebreo che restasse in Inghilterra dopo il 1° novembre 1290 (Tutti i Santi) era passibile di esecuzione.

IL GLORIOSO MEDIO EVO
Con il bando dei prestatori di denaro e l’abolizione dell’usura (5), c’erano ben poche tasse da pagare e nessun debito statale, perché il Governo usava i “tally sticks” (bastoni di legno con le tacche), denaro senza interessi. L’Inghilterra ora godeva un periodo disviluppo e prosperità senza paragoni. Il lavoratore medio lavorava solo 14 settimane l’anno e godeva da160 a 180 giorni di festivi. Secondo Lord Leverhulme, uno scrittore dell’epoca: “Gli uomini del 15° secolo erano molto ben pagati “, così bene che il potere d’acquisto delle loro paghe ed il loro standard di vita sarebbe stato superato solo nel tardo 19° secolo.

Houston Stewart Chamberlain, il filosofo anglo-tedesco, conferma queste condizioni di vita ne “ The Foundations of the XIX Century”: “Nel 13° secolo, quando le razze teutoniche cominciarono a costruire il loro nuovo mondo, l’agricoltore in quasi tutta l’Europa era un uomo libero, con una assistenza più assicurata di quanto lo sia oggi. La proprietà del terreno era la regola, cosicchè l’Inghilterra, oggi sede del latifondo – era fino al 15° secolo quasi interamente in mano a migliaia di agricoltori, che non solo erano proprietari legittimi della loro terra, ma possedevano in aggiunta il diritto al libero accesso a pascoli e boschi comuni”

FINE DELL’ETA’ DELL’ORO
Durante il 17° secolo questa età dell’oro si concluse tragicamente. Un gran numero di ebrei che erano stati espulsi dalla Spagna nel 1492 da Isabella I di Castiglia e da Ferdinando II di Aragona (8) si stabilirono in Olanda. Benchè gli olandesi all’epoca fossero una potenza marittima, gli usurai ebrei che si erano stabiliti ad Amsterdam desideravano ritornare in Inghilterra, dove le prospettive per espandere le operazioni di prestiti di denaro erano più promettenti. Durante il regno della Regina Elisabetta I (1558-1603) piccoli gruppi di “marrani” – ebrei spagnoli che si erano convertiti ad una forma falso cristianesimo – si stabilirono a Londra. Molti di essi erano orafi, accettavano depositi di oro in custodia e quindi emettevano ricevute dieci volte l’ammontare dell’oro custodito come ricevute di oro, cioè prestiti con interesse. Queste ricevute, precursori del sistema fraudolento di riserva frazionaria delle banche, erano all’inizio prestate alla Corona o al tesoro all’8% l’anno, ma secondo Samuel Pepys (9), diarista e segretario dell’Ammiragliato, il rateo di interesse aumentò fino al 20% o addirittura il 30% l’anno (10) L’ interesse che i mercanti pagavano spesso eccedeva il 33% l’anno, anche se il rateo legale era il 6% l’anno (11). Operai e bisognosi sopportavano il peso di questi interessi estorsivi dovendo pagare 60%, 70% o fino all’80% l’anno (12). Secondo Michael Godfrey, autore dell’opuscolo intitolato “A short Account of the Bank of England”, da 2 a 3 milioni di sterline si erano perdute per bancarotta di orafi e scomparsa dei loro commessi (13).

Nel 1534, con la Legge sulla Supremazia, la chiesa d’Inghilterra fu dichiarata religione ufficiale dal Re Enrico VIII (1509-1547). Durante i secoli 16° e 17° le credenze puritane basate sugli insegnamenti di John Wycliffe e John Calvin (14) guadagnarono un crescente numero di aderenti. I Puritani consideravano la Bibbia la vera Legge di Dio e incoraggiavano la sua lettura, la preghiera ed i sermoni e la semplificazione del rituale dei sacramenti. Il Re Stuart Charles I (1625-1649), che desiderava mantenere la preminenza della chiesa anglicana, giunse ad aspro conflitto con i Puritani, che stavano facendo grandi progressi nel proselitismo della intera popolazione. Dopo l’assassinio dell’amico fidato e consigliere di Carlo, il duca di Buckingham, nel 1628, gradualmente si isolò dalla gente.

Le crescenti divisioni religiose fornirono la perfetta opportunità di sfruttamento ai cospiratori ebrei. Come scrisse Israel Israeli, il padre del Primo Ministro Benjamin Israeli ne “The Life and Reign of Charles I” “la nazione fu artatamente divisa fra Sabatariani e violatori del Sabato (15).
Nel 1640 uno dei capi della comunità ebraica clandestina Fernandez Carvajal, mercante e spia, conosciuto anche come “The Great Jew”, organizzò una milizia armata di circa 10.000 membri, che furono utilizzati per intimidire i londinesi e seminare la confusione. Furono distribuiti un gran numero di opuscoli e volantini (16).Ben presto scoppiò la guerra civile fra i Realisti (Anglicani) e “Rounbdheads” (Puritani) che durò dal 1642al 1648. I Roundheads con il loro esercito “New Model Army” furono vittoriosi e si stima che morirono190.000 persone, il 3,8% della popolazione. Il capo dei Roundheads (o Parlamentaristi) era Oliver Cromwell (1599-1658), il cui esercito “NewModel Army” non solo era attrezzato e approvvigionato dal capo imprenditore ed agitatore di mestiere, Fernando Carvajal, ma anche rifornito di denaro dagli ebrei prestatori di soldi di Amsterdam. Il capo degli ebrei olandesi, Monasseh ben Israel (17), inviò una petizione a Cromwell chiedendogli che fosse permesso agli ebrei di immigrare in Inghilterra in cambio dei favori finanziari, da lui generosamente forniti (18).

L’ASSASSINIO DI RE CARLO I
Il tradimento a cui si abbassò Cromwell è rivelato nella corrispondenza fra lui e la sinagoga di Muelheim (Germania): “16 giugno 1647. da A.C. (Oliver Cromwell) a Ebener Pratt: In cambio del sostegno finanziario sosteniamo l’ammissione degli ebrei in Inghilterra. Questo è impossibile con Re Charles vivente. Charles non può essere giustiziato senza processo, non esistono al momento ragioni adeguate . Quindi consigliamo che Charles sia assassinato, non sarà difficile procurare un assassino, che lo aiuterà a fuggire”. La risposta: “Ad Oliver Cromwell da Ebebener: Forniremo aiuto finanziario appena Carlo sarà rimosso e gli ebrei riammessi. L’assassinio è troppo pericoloso. A Charles sarà data l’opportunità di fuggire: la sua cattura giustificherà il processo e l’esecuzione. Il sostegno sarà liberale, ma non è il caso di discutere i termini fino a quando comincerà il processo” (19).

Re Charles era trattenuto come virtuale prigioniero a Holmy House, Northamptonshire. Il 4 giugno 1647 500 rivoluzionari catturarono il Re, ma gli consentirono di fuggire all’isola di Wight, dove fu in seguito arrestato . Il 5 dicembre 1648 la Camera dei Comuni decise “che le concessioni del Re erano soddisfacenti per un accomodamento” (20). Cromwell quindi epurò la Camera dei Comuni con l’assistenza del colonnello Pryde fino a quando rimase un gruppetto di 50 membri, che votarono opportunamente che il Re fosse processato. Non un singolo avvocato se la sentiva di vergare un atto di accusa contro il Re. Alla fine fu un ebreo olandese che provvide alla bisogna, Isaac Dorislaus. Il Re fu costretto a partecipare ad un processo spettacolo in una Alta Corte di Giustizia nella quale due terzi dei suoi membri erano ””levellers” (agitatori cromwelliani) dell’esercito.
Il Re Charles rifiutò di chiedere la grazia, ma fu dichiarato colpevole e giustiziato il 29 gennaio 1649. Quando la processione si avvicinò al patibolo, moltissimi componenti della folla gridarono: “God save the King!” Quando tutto fu finito si udirono molti gemiti di angoscia.

SECONDA IMMIGRAZIONE EBRAICA
Dal 7 al 18 dicembre 1655 Cromwell tenne una conferenza a Whitehall allo scopo di ottenere l’approvazione per l’immigrazione su vasta scala degli ebrei. Nonostante la sala fosse gremita di sostenitori di Cromwell, la schiacciante maggioranza dei delegati, in massima parte preti, legali e mercanti, votò contro l’ingresso degli ebrei in Inghilterra (22). Nell’ottobre 1656 ai primi ebrei fu surrettiziamente permesso di entrare liberamente in Inghilterra, nonostante forti proteste registrate dal sottocomitato del Consiglio di Stato, che dichiarò che questi ebrei “sarebbero stati una grave minaccia per lo Stato e per la religione cristiana”. I mercanti, senza eccezione, parlarono contro l’ammissione degli ebrei. Essi dichiararono che gli immigranti proposti sarebbero stati “moralmente pericolosi per lo Stato e che la loro ammissione avrebbe arricchito gli stranieri a spese degli inglesi” (24).

Cromwell morì il 3 settembre 1658, succeduto dal figlio, Richard, che governò per nove mesi. Charles II (1660-1685), figlio del giustiziato Charles I, succedette al padre. Nonostante egli fosse l’ultimo monarca inglese ad emettere banconote con pieno diritto, fece due errori fatali nell’esercizio del potere. Il 1° agosto 1663 approvò la legge eufemisticamente di sondaggio per l’incoraggiamento del commercio che permise l’”esportazione di tutte le monete straniere, lingotti d’oro o d’argento, liberi da interdizione, regolamentazione o imposte di qualsiasi genere” (25). Tre anni più tardi con la legge per l’ incoraggiamento della coniatura permise a privati, bancari ed orefici di coniare le monete del regno nella zecca reale e con ciò acquisire i considerevoli benefici del reddito del signoraggio (26) per loro conto privato.

Il regno di suo fratello James II (1685-1688) regnò appena tre anni. Egli fu vittima di opuscoli senza scrupoli e propaganda, provenienti in gran parte dall’ Olanda. Una spedizione militare condotta dal principe William d’Orange alla fine lo detronizzò. Benchè l’esercito di James fosse numericamente superiore, fu scoraggiato dall’attaccare dopo che John Churchill, primo duca di Marlborough, lo aveva improvvisamente abbandonato. Secondo l’enciclopedia ebraica, Churchill ricevette uno stipendio annuale di 6.000 sterline dall’ebreo olandese Solomon Medina in pagamento della sua condotta traditrice. (27)

La campagna militare di William d’Orange come quella dell’altro William il Conquistatore nel 1666 era stata finanziata da banchieri ebrei. In cambio del loro appoggio William III (1689-1702) avrebbe trasferito le prerogative reali di emettere la valuta dell’Inghilterra libera da debito ed interesse ad un consorzio conosciuto come “Governor and Company of the Bank of England.” A.N. Field in “All these Things” riassume questi gravi momenti come segue: “Trentatre anni più tardi dopo che Cromwell aveva ammesso gli ebrei in Inghilterra, un principe olandese arrivò da Amsterdam circondato da uno sciame di ebrei di quel centro finanziario. Estromettendo suo suocero dal regno, graziosamente accettò di ascendere al trono d’Inghilterra. Un risultato naturale che seguì questo evento fu la inaugurazione del debito nazionale in seguito alla fondazione della Banca d’Inghilterra allo scopo di prestare denaro alla Corona. L’Inghilterra aveva sempre pagato di tasca sua fino all’arrivo degli ebrei.Si aprì in quel momento il monte di pietà e la risultante situazione in cui si trova oggi non potrebbe essere descritta meglio delle parole che Shakespeare con visione profetica mette in bocca al morente John de Gaunt: “This blessed plot, this earth, this realm, this England … ./this land of such dear souls, this dear, dear land/Dear for her reputation through the world,/is now leas’d out, (I die pronouncing it,/like to a tenement, or :/or pelting farm/England, bound in with the triumphant sea,/Whose rocky shore beats back the envious siege/Of wat’y Neptune, is now bound in with shame,/with inky blots,and rotten parchment bonds: /That England, that was wont to conquer others,/Hath made a shameful conquest of itself.” (Richard II, Act 2, Scene 1).

La storia del secondo insediamento ebraico in Gran Bretagna è una lunga scia di obbligazioni di pergamena che incatenano la nazione al debito. Ogni passo dell’ascesa ebraica negli affari della nazione è stato contrassegnato dall’aumento e moltiplicazione del debito.

LA BANCA D’INGHILTERRA
La necessità di una banca centrale privata fu affrontata da un pirata in pensione, (29), William Paterson, quando scrisse un opuscolo nel 1693 intitolato “A Brief Account of the intended Bank of England” (30). Si sarebbe più avanti vantato che “questa banca avrebbe il beneficio dell’interesse sul denaro che egli avrebbe creato dal nulla”(31). Il 21 giugno 1694 si aprirono le liste di sottoscrizione della banca, che aveva un capitale di 1.200.000 sterline. Il seguente lunedì questa somma era stata interamente sottoscritta

Lo scopo apparente della banca era di prestare al Re William somme illimitate all’8% annuo per permettere la prosecuzione della guerra, ed in particolare il conflitto contro Luigi XIV di Francia (32). La banca avrebbe quindi ricevuto dalla Corona interesse di 100.000 sterline all’anno, le ulteriori 4.000 sterline come imposta amministrativa. La banca acquistò inoltre il diritto di emettere 1.200.000 sterline in banconote senza copertura aurea.
Prima degli elenchi, gli statuti della banca erano attentamente esaminati da Serjeant Levinz allo scopo di accertare che la banca si attenesse ai suoi scopi nascosti, cioè derubare perpetuamente il popolo inglese permettendo la creazione della moneta nazionale e mezzi di scambio dal nulla, con interessi. Tutto questo denaro contraffatto era accompagnato da interesse composto. Levinz era un ebreo di Amsterdam che praticava l’avvocatura (33).

Ci fu forte opposizione alla fondazione della banca. I più contrari erano gli orefici ed i prestatori di denaro, che a buona ragione temevano che essa avrebbe condotto al loro usuraio racket della riserva frazionaria bancaria fondata sulle loro ricevute di oro. I proprietari di case e la piccola nobiltà terriera temevano una scalata dei ratei di interesse poiché la banca avrebbe tenuto sotto controllo la circolazione monetaria della nazione. C’erano affermazioni che la banca avrebbe favorito certi mercanti con bassi ratei di interesse. Il più grande timore era che la banca sarebbe cresciuta troppo potente e sarebbe divenuta la pietra angolare del commercio mondiale (34). Sfortunatamente ciò è esattamente ciò che accadde, quando la Banca d’Inghilterra diventò il modello sul quale furono copiate le altre banche centrali. A quell’epoca la Camera dei Comuni aveva 512 membri, di cui 243 Tories, 241 Whigs e 28 membri di cui non conosciamo l’orientamento (35). Circa due terzi dei membri erano gentiluomini di campagna e si crede che di 512 membri il 20% di essi fosse illetterato. La legge fu dibattuta nel luglio 1694, nel pieno dell’estate, quando la maggior parte dei membri rurali erano occupati negli affari della campagna e nella raccolta della produzione agricola (36).

In quel fatale venerdì 27 luglio 1694, quando fu concesso l’atto costitutivo, solo 42 membri erano presenti , tutti Whigs, poiché i Tories avversavano la legge (questo dimostra come fosse composto il quorum all’epoca), Il titolo della Legge on faceva menzione della proposta Banca d’Inghilterra, che è descritta solo, o meglio, secretata, con un inintelligibile linguaggio per i profani.
Le parole della Legge cominciavano come segue:”William and Mary by the grace of God, King and Queen of England, Scotland, France and Ireland, defenders of the faith, etc. To all for whom these presents shall come greetings. …” La terza frase, contenente 242 parole, comincia: “Whereas in and by a certain Act made in Parliament entitled an Act for granting to Their Majesties several rates and duties upon tonnage of ships and vessels, and upon beer, ale, and other liqueurs, for securing certain recompenses and advantages in the said Act mentioned, to such persons as shall voluntarily advance the sum of fifteen hundred thousands pounds towards carrying on the war it is amongst other things enacted…..(37).”

L’essenza dei primi due terzi della legge elenca la necessità di imporre un complicato insieme di nuove aliquote di tasse e imposte su navi, birra, ale ad altri liquori. Il vero motivo di queste tasse era la necessità di pagare gli interessi sui futuri prestiti governativi. Poco dopo furono introdotte ulteriori tasse inclusi imposta fondiaria, tassa su carta da parati, testatico (imposta su ogni persona sopra i quindici anni, tassa sul sale, imposta di bollo, imposta sulle finestre, che rimpiazzava la tassa sul focolare o tassa sulla ciminiera. Altre tasse introdotte furono la tassa sui venditori ambulanti, tassa su carrozze d noleggio, tassa sulle nascite e sui matrimoni e funerali e per finire la tassa sugli scapoli (38). Comunque, la più punitiva delle tasse introdotte fu l’imposta sull’entrata, riscossa al 20%. Fu applicata non solo sulle società, ma anche sugli individui (39).

GUERRA E SCHIAVITU’ DEL DEBITO
Da quel momento sarebbe emerso il disegno di preparare guerre non necessarie che avrebbero elevato istantaneamente il debito nazionale e i profitti degli usurai.
Significativamente, molte di queste guerre furono iniziate contro Paesi che avevano attuato sistemi di banche statali senza interesse, come fu il caso delle colonie nordamericane e Francia sotto Napoleone. Questo schema di attaccare ed imporre il sistema bancario dell’usura è stato largamente impiegato nell’era moderna e comprende la sconfitta della Russia imperiale nella I Guerra mondiale, Germania, Italia e Giappone nella Seconda, e recentemente Libia nel 2011. Questi erano Paesi che avevano sistemi bancari statali, che distribuivano la ricchezza prodotta su basi uguali e provvedevano ai loro popoli con una qualità di vita di gran lunga superiore a quella dei loro rivali e controparti.

Entro due anni dalla sua fondazione nel 1696 la Banca d’Inghilterra aveva un valore circolante in banconote di 1.750.000 con una riserva aurea solo del 2% o 36.000 sterline (40). Il 1 maggio 1707 si ebbe l’unione fra Inghilterra e Scozia, motivata in gran parte dalla necessità di assumere il controllo della zecca reale di Edimburgo, che ebbe luogo nel 1709.
Nel 1720 dopo la conclusione della Guerra di Successione spagnola (1701-1714) il debito nazionale era salito a 30 milioni di sterline con un costo della guerra stessa di 50.000.000 di sterline- (41). Dopo la guerra di indipendenza americana (1776-1883) che si combattè dopo che i colonialisti avevano obbligato i coloniali a rimpiazzare la loro valuta senza debito con moneta inglese, il che risultò in una disoccupazione del 50& ed il debito nazionale schizzò a 176 milioni di sterline.

Nel 1786 il Primo MinistroWiliam Pitt il Giovane cercò di abolire il debito nazionale con un accantonamento periodico che generò interessi di 1 milione di sterline l’anno per pagare il debito (42). Questo schema fu presto abbandonato per l’enorme aumento riscontrato per finanziare la guerra contro Napoleone. Nel 1797 allo scopo di pagare il peso crescente dell’interesse si dovette introdurre una graduale tassa sull’entrata.
La guerra contro Napoleone durò dal 1792 al 1815. Fra i principali obbiettivi di questo sanguinoso conflitto c’era la distruzione del sistema finanziario napoleonico senza debito e senza interessi. Il 18 gennaio 1800 Napoleone fondò la Banque de France come banca di Stato. Poichè Napoleone detestava i banchieri si autonominò Governatore della banca ed anche Ministro del Tesoro. Durante questo periodo l’Inghilterra intraprese una guerra contro gli Stati Uniti dal 1812 al 1814. Questa guerra fu fomentata dalla Gran Bretagna dopo che il Congresso degli Stati Uniti rifiutò di rinnovare la carta della banca degli Stati Uniti di proprietà straniera, che era stata la banca centrale americana dal 1791 al 1811 (43).

Nel 1815 il debito nazionale era ingigantito a 885 milioni di sterline. Questa guerra inutile e non vincibile che ebbe il risultato di tre milioni di morti fra il personale militare ed almeno un milione di civili, costò 831 milioni di sterline (44), di cui più di 2,5 miliardi di sterline erano ancora in sospeso nel 1914. Il capitale di504 milioni di sterline aumentò di cinque volte per gli interessi composti.
Un astuto agrario e parlamentare, William Cobbett (1763-1835) percepì che cosa stava succedendo, e scrisse quanto segue: “I set to read the Act of Parliament by which the Bank of England was created. The investors knew what they were about . . . lands . . . houses . . . property . . . labour. The scheme has produced what the world never saw before: starvation in the midst of abundance.

Gli affari della Banca d’Inghilterra restarono segreti, e non fu prima del 1833, 139 anni più tardi, che una versione edulcorata fu presentata in Parlamento mediante la Legge del 1833 (46).
Nel 1800 un deputato, Sir William Pultney, propose la formazione di una banca nazionale dopo avere sferrato “vigorosi attacchi” contro la banca (47). Nel 1924 un altro membro del Parlamento, David Ricardo, presentò un piano dettagliato (48) per convertire la Banca d’Inghilterra in Banca Nazionale. Entrambi i tentativi fallirono.

All’inizio della Prima G.M. nel 1914, il debito nazionale inglese stava a 650 milioni di sterline. Il 31 marzo 1919 era aumentato a 7.434 miliardi di sterline (49), di cui 3 miliardi sono ancora in sospeso dopo 94 anni con lo sconto del 3,5% l’anno. Nella Seconda G.M. il debito nazionale salì di circa il 200%, da 7,1 miliardi nel 1939 a 20,1 miliardi nel 1945. Attualmente si aggira a quasi 1,2 trilioni di sterline.

CONCLUSIONE
Per oltre 300 anni l’Inghilterra è stata trascinata nella schiavitù da una cricca di banchieri internazionali senza scrupoli, il cui impero parassitario minaccia l’esistenza di questa nazione-isola. L’orgoglioso popolo di piccoli proprietari terrieri e contadini di una volta, per ignoranza ed indifferenza, è diventato un crogiolo multiculturale di schiavi del debito nazionale. A meno che i suoi cittadini autentici non si assumano la responsabilità di familiarizzare con la vera natura del loro problema, sono destinati entro poche generazioni ad irreversibile schiavizzazione e distruzione genetica.

Stepehn Goodson

Note finali:
Le note finali sono troppo lunghe da tradurre. Consigliamo di consultare il testo originale

Note sull’Autore:
Stephen Goodson è il capo del partito “Abolition of Income Tax and Usury Party” in Sudafrica. Ha studiato economia e giurisprudenza alla Stellenbosch University e all’ Università di Ghent.
Per 15 anni ha gestito investimenti di portafoglio in varie istituzioni finanziarie. E’ attualmente un direttore della South African Reserve Bank.
Tratto da “The Barnes Review” vol XVIII n.5 set/ott 2012
Tradotto da Alfio Faro

 

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Tecnologia Keshe: la fantascienza diviene realtà

RILASCIATE UFFICIALMENTE ALL’ITALIA LE TECNOLOGIE KESHE

Tecnologia Keshe: la fantascienza diviene realtà

Rendiamo nuovamente pubblico, con alcune necessarie precisazioni, un post che avevamo pubblicato nella tarda serata dello scorso venerdì 26 ottobre, in seguito ad un concitato avvicendarsi di informazioni e poi ritirato in attesa degli opportuni chiarimenti e conferme.

In un primo momento infatti sembrava che il rilascio delle tecnologie Keshe dovesse svolgersi in contemporanea in quello stesso giorno anche per molte altre nazioni del mondo, mentre così è stato al momento per l’Italia, alla cui ambasciata di Bruxelles, alle ore 16,00 sono stati fatti avere i “Blue Prints” ossia i disegni e le istruzioni esecutive integrali della tecnologia Keshe. Di questa notizia abbiamo avuto conferma diretta da fonte diplomatica.

Nessun pagamento è stato richiesto in cambio del rilascio delle tecnologie.

La Fondazione Keshe, il cui titolare e custode è l’ingegnere di origine iraniana Mehran T. Keshe – il sito è raggiungibile a questo link, ha pubblicato sul suo forum la notizia con ampia evidenza.

Iconicon Post segue da vicino ormai da mesi le vicende relative a questa realtà, siamo stati tra i primissimi in Italia, nei canali di informazione alternativa a darne notizia, nel totale silenzio della stampa ufficiale. Siamo stati tra i primi a credere in questa possibilità dandovi adeguato spazio ed impegnandoci nella sensibilizzazione dell’opinione pubblica con appelli alla partecipazione, prontamente raccolti dai nostri lettori.

Siamo stati il primo mezzo di informazione italiano a pubblicare recentemente una eccezionale intervista esclusiva – raggiungibile a questo link – che l’ing. Keshe ha concesso ad una mission di quattro persone approntata in collaborazione con il forum di Tempo di Cambiare di Italo Cillo, che parimenti ha trattato in più occasioni questo tema.

A questo punto i files consegnati all’ambasciata seguiranno l’iter di verifica tecnica per poter effettuare una valutazione in merito e procedere ad una decisione a riguardo.

Ci troviamo infatti ad uno snodo delicatissimo di questa vicenda, per cui da una parte, come sostiene lo stesso Keshe nell’intervista citata, non è stato possibile fino a questo momento mostrare pubblicamente le tecnologie, studiate per il programma di esplorazione spaziale, per una serie di vincoli incrociati posti dai poteri forti, dall’altra parte le fantascientifiche opportunità che tali tecnologie promettono consentirebbero alle nazioni del mondo di superare i principali problemi da cui attualmente sono afflitte come non mai.

A questo punto l’impegno di ciascuno di noi è fare la propria parte affinché la verità emerga nella sua piena evidenza: che si creino le condizioni perché una piena e libera dimostrazione delle tecnologie possa avvenire, la popolazione possa rendersi conto del salto evolutivo che esse promettono e la via dell’implementazione possa essere imboccata.

Per il pubblico ciò significa accostarsi a mente aperta a questo tema per capire di che cosa si tratta e, una volta verificate con la massima chiarezza la consistenza e fattibilità di tale complesso di tecnologie, reclamarne dal proprio governo la pronta implementazione a comune vantaggio di tutti i cittadini, e così come più volte sottolineato dalla Fondazione Keshe, ciò avvenga nel quadro di un programma in cui tutte le nazioni del mondo possano muoversi verso un futuro di pace, cooperazione ed abbondanza. Per ogni singolo abitante del pianeta.

Riproponiamo quindi il video di presentazione generale della Fondazione Keshe e delle relative tecnologie, video di cui abbiamo a suo tempo curato la versione doppiata in italiano, perché chi non ne sa ancora nulla possa farsene una propria idea.

Prossimamente da queste pagine di prima linea diffonderemo approfondimenti e notizie ulteriori.

Che la pace e il vero progresso possano giungere ad ogni anima della terra.

http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=OZ7Vjvag1jc

Fonte: http://www.iconicon.it/blog/2012/10/tecnologia-keshe-da-oggi-la-fantascienza-e-realta/

 

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Minetti Nicole

Minetti Nicole

La decadenza della società’ moderna.

 
 

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Una proposta dalla Germania: tasse in forma volontaria

di GUGLIELMO PIOMBINI – 06 Giugno 2012

In tutte le democrazie occidentali la riduzione delle imposte e della spesa pubblica è diventata ormai una missione impossibile. Nessun governo, tecnico, di destra o di sinistra, sembra essere in grado di rovesciare l’innata tendenza dei nostri sistemi politici ad evolvere verso forme sempre più estese di statalismo. La ragione, forse, sta nel modo difettoso con cui sono organizzati i nostri apparati pubblici e fiscali, troppo coercitivi e burocratizzati. Probabilmente non è possibile arrestare questa tendenza con gli strumenti del normale gioco politico democratico, sperando che si formi in Parlamento una maggioranza favorevole a consistenti tagli delle tasse e della spesa pubblica, perché la logica del sistema va nella direzione opposta.

Cosa si può fare, allora? L’unica proposta veramente innovativa, in mezzo a tanto chiacchericcio ripetitivo sulla lotta all’evasione, il pagare meno per pagare tutti o la spending review, arriva dalla Germania. Uno dei maggiori filosofi tedeschi contemporanei, Peter Sloterdijk, ha scatenato infatti un acceso dibattito in Germania con la sua proposta di cambiare completamente i nostri sistemi d’imposizione fiscale, passando a forme volontarie di tassazione: l’unico modo, a suo parere, per rivitalizzare le nostre moderne democrazie, ormai trascinate alla bancarotta da sistemi fiscali sempre più esosi e polizieschi, che riducono le libertà individuali e umiliano i contribuenti. Le sue idee sono esposte in un libro da pochi giorni tradotto in Italia dall’editore Raffaello Cortina, intitolato La mano che prende e la mano che dà.

Sloterdijk fa notare innanzitutto quanto siano carenti le teorie moderne poste a fondamento del potere di tassazione degli Stati. Sarebbe vano, scrive Sloterdijk, aspettarsi dal fisco attuale una spiegazione, soddisfacente sul piano razionale, dei principi a base della sua condotta impositiva: «Chi sfoglia un libro recente di diritto tributario o di finanza pubblica si imbatte in una marea di banalità stataliste … Da nessuna parte troviamo la benché minima traccia di una giustificazione delle tasse all’altezza dei tempi». La verità è che «lo Stato odierno, come tutti i suoi precursori, è uno Stato che prende sempre quanto riesce effettivamente a prendere. Se mai lo si dovesse mettere di fronte alla necessità di motivare questo suo prendere, si constaterebbe come sia ormai abituato a ruotare in tautologie»: lo Stato tassa perché ha bisogno di soldi, e tassando dimostra di cosa ha bisogno. La sua legittimazione a prendere viene presupposta in via dogmatica.

Storicamente, osserva il filosofo tedesco, si sono avuti quattro modi diversi di prelievo e altrettante giustificazioni da parte dei governi. Il primo è quello del saccheggio della tradizione bellico−predatoria, che anche dal punto di vista storico rappresenta la prima modalità di arricchimento statale. Si ha quando un esercito vincitore impone il “tributo” alle popolazioni vinte. La seconda modalità per procurare e giustificare introiti statali deriva dalla tradizione autoritaria e assolutistica delle “imposte”, secondo cui i sudditi sono obbligati a pagare quanto dall’alto decide unilateralmente l’autorità, come prezzo da pagare per vivere in condizioni regolamentate sotto l’ombrello protettivo del Leviatano statuale. A questa modalità, secondo Sloterdijk, si richiama gran parte dell’attuale cultura fiscale, dato che le procedure della fiscalità contemporanea scaturiscono, senza soluzioni di continuità, dalle tradizioni assolutistiche. Il terzo metodo per procurare e giustificare le tasse nella collettività moderna è quello del “contro−esproprio” della tradizione socialista e di sinistra. Se la “proprietà è un furto”, allora lo Stato deve riparare questa ingiustizia “espropriando gli espropriatori”, cioè attuando un contro−furto ben dosato per mezzo del fisco. Infine, il quarto modo per reperire e giustificare le entrate della mano pubblica è rappresentato dall’attività di donatori e benefattori della tradizione filantropica.

La prima modalità, quella del diritto di conquista, oggi non più accettabile perché si ritiene che, negli stati di diritto, il saccheggio esterno deve essere totalmente sostituito dalla tassazione interna. Sloterdijk osserva quindi che i nostri attuali sistemi fiscali possono essere compresi solo come un amalgama tra la seconda e la terza modalità di giustificazione del prelievo fiscale, quella assolutistica e quella socialista. Fondendosi, queste due concezioni hanno prodotto un blocco che non ha lasciato ai sostenitori della concezione della tassazione volontaria altra opzione se non quella di sottomettersi. Sloterdijk sospetta che, dalla Rivoluzione Francese in poi, abbiamo coltivato un’errata concezione progressista del mondo, dato che in realtà non è avvenuta alcuna cesura così profonda come ci viene fatto credere. Ben poco infatti è cambiato rispetto alla monotona storia di rapacità fiscale dell’umanità.

Eppure, sostiene Sloterdijk, in un autentico sistema democratico i versamenti nelle casse dello Stato dovrebbero essere concepiti come doni attivi a vantaggio della comunità, non come tributi di sudditanza. Soltanto un sistema di tassazione basato sulla libera scelta dei cittadini, consapevoli e attivi, potrebbe metter fine al degradante sistema dei prelievi coatti, che tratta i contribuenti come soggetti passivi da premere e da gabellare a piacimento. Un sistema del genere, dice Sloterdijk, finirebbe per essere ben più vitale, umano ed efficace di quanto posano mai essere le procedure fiscali obbligatorie oggi dominanti: ottuse, anonime, inefficienti, dissipatrici e soggette a continui abusi.

Un sistema di tassazione volontaristico produrrebbe dei cambiamenti psicologici immensi nei cittadini: cesserebbe il loro malumore verso lo Stato e la politica, e si ridesterebbe l’impegno sociale e comunitario. In una società rimodellata sullo spirito del dare, spiega Sloterdijk, il gesto della beneficenza diventerebbe sempre più comune, apportando alla fiscalità pubblica gran parte di ciò che oggi le serve per consolidarsi. La donazione a vantaggio del bene comune potrebbe dunque trasformarsi, nel tempo, in un’abitudine psicopolitica consolidata, impregnando le popolazioni democratiche di una sorta di seconda natura. Esonerati dalla necessità di dare a favore di un obiettivo imposto, i cittadini non si lascerebbero assolutamente sfuggire la possibilità di effettuare gli investimenti necessari nei settori che stanno loro più a cuore, come l’ambiente, l’istruzione, la ricerca medica e mille altre cose. Dopo una lunga era di passività imposta, i cittadini tornerebbero insomma a scoprire la bellezza del dare e di contribuire a progetti d’interesse comune.

Un sistema volontario di tassazione, in realtà, non è un’utopia libertaria, ma ha avuto degli esempi storici importanti, come l’antica “liturgia” greco−romana o le più moderne forme di mecenatismo. Charles Adams, in un libro pubblicato in Italia dall’editore Liberilibri intitolato For Good and Evil. L’influsso della tassazione della storia dell’umanità, ricorda che gli antichi greci manifestarono il proprio genio non solo inventando una civiltà senza dispotismo, ma anche un sistema fiscale su base volontaria, privo di burocrazia, di uffici governativi e di forze di polizia. Gli antichi greci avevano infatti capito, guardando agli imperi orientali, che dispotismo e tassazione erano strettamente legati. In Grecia i cittadini più facoltosi di ogni città venivano chiamati a pagare i beni pubblici come l’equipaggiamento militare, le navi da guerra, i giochi atletici, i divertimenti pubblici, e raramente qualcuno si sottraeva a questo dovere, chiamato “liturgia”. Da ogni cittadino ci si aspettava una certa cifra, ma il più delle volte essi davano molto di più, anche il doppio o il triplo, per dimostrare l’attaccamento alla propria comunità (un fatto oggi impensabile!). È probabile, osserva Adams, che in questo modo la comunità abbia ricevuto più averi dai ricchi nell’antica Grecia che nelle nostre democrazie a tendenza socialista.

I critici di Sloterdijk, provenienti soprattutto dalla sinistra, lo hanno accusato di voler provocare un crollo delle entrate dello Stato, per favorire i ricchi. Secondo questi “amanti della coercizione” (così li ha definiti Sloterdijk) il cittadino, se non costretto con la forza, si rintanerebbe nel proprio più gretto interesse egoistico e non farebbe più nulla per la comunità. Questa visione “misantropica” secondo Sloterdijk si basa su una concezione errata e unilaterale della natura umana, dato che l’uomo è un essere duplice, non solo egoistico, ma anche capace di gesti di generosità. È possibile che all’inizio molte entrate dello stato si riducano, anche drasticamente (e questo non è necessariamente un male), ma è possibile anche che determinati beni pubblici che godono di particolare interesse risultino più finanziati di quanto lo siano oggi. Ed è anche probabile che si instauri un benefica concorrenza tra lo stato centrale e i diversi enti locali (o addirittura le associazioni private no-profit), se ai cittadini viene permesso di scegliere l’ente cui versare le tasse.

Per procedere per gradi, all’inizio si potrebbe lasciare facoltativa solo una parte dell’imposizione fiscale, o quantomeno controllata sul piano della destinazione, ad esempio estendendo i meccanismi del 5 x 1000. Col tempo il carattere volontario della tassazione dovrebbe essere ampliato. In definitiva, quello di Sloterdijk potrebbe costituire, come egli stesso riconosce, un “pensiero politico visionario” a favore dei ceti medi produttivi, oggi divisi e privi di rappresentanza politica, così come nel XIX secolo il socialismo lo è stato per il proletariato industriale. Quello che è certo è che solo un cambiamento dei nostri sistemi fiscali nella direzione della volontarietà potrà impedire alle moderne democrazie di collassare sotto il peso della crescente e inarrestabile esosità dei sistemi fiscali coercitivi, come è accaduto a tante civiltà del passato.

 
 

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