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Archivio mensile:marzo 2013

Barilla: Armi in pasta

Filantropia? Hanno la memoria corta, sono allergici alla democrazia, non tollerano la libertà critica, e si atteggiano a padroni del mondo. Insomma, palloni gonfiati che si danno pure arie da “ecologisti”, ma di carta velina.

Questa è la storia di una verità indicibile, anzi di un tabù: la Barilla è di proprietà per una buona fetta di fabbricanti svizzeri di armamenti che hanno sperimentato illegalmente in Italia – per anni – proiettili imbottiti di micidiale uranio impoverito (genotossico e cancerogeno), inquinando il territorio italiano e compromettendo la salute dell’ignara popolazione civile.

Proiettili all’uranio impoverito – foto Gilan

Il marchio italiano non è solo pasta e tarallucci del mulino dorato, bensì una “magica unione” di finanziatori ed alleati, pardon soci con un portafoglio ingombrante di produttori e venditori di armi: ad esempio il micidiale cannone 20 millimetri (Oerlikon) adottato con furore da Hitler e in seguito dai dittatori di mezzo mondo. Anda-Bührle & Barilla: una saga di famiglie d’altri tempi.La Svizzera lava più bianco? Da 34 anni dietro, o meglio dentro, l’azienda parmense, c’è un clan di famigerati produttori elvetici di armamenti, già in affari fiorenti con il nazismo e poi, dispensatori di strumenti di morte nel Terzo mondo.Generazioni e identità accomunate dal senso della produzione e vendita al miglior offerente, ingraziandosi il consenso popolare mediante pubblicità dilagante sui mass media. Occhio, non è tutta d’un pezzo la proprietà: la ditta parmigiana in attività dal 1877 non è quotata in borsa, ma vanta un socio storico imbarazzante. Per dirla con uno spot che addomestica le coscienze: “scopri il mondo di casa Barilla, iscriviti e diventa protagonista”. Detto e fatto: gratta… gratta vai a fondo. L’accordo della serie latina “pecunia non olet”, risale al passato remoto, appena sbianchettato. Infatti, nell’anno 1979 Hortense Bührle (maritata Anda) – figlia del famigerato Emil Georg (al soldo di Hitler) e sorella del criminale Dieter (responsabile della morte in Africa di migliaia e migliaia di innocenti, prevalentemente donne e bambini, come accertato dall’Onu) nonché madre dell’ingegnere Gratian – investe 10 milioni di dollari per acquistare il 15 per cento della nota marca emiliana.La Barilla è a caccia di denaro fresco: ha bisogno di iniezioni in moneta sonante senza andare troppo per il sottile. Hortense(nata il 18 maggio 1926, originaria di Ilsenburg am Harz, ma naturalizzata a Zurigo nel 1937) ha sposato nel 1964 il pianista Géza Anda. Nel 1969 la gentildonna partorisce un figlio di nome Gratian, che in seguito diviene ingegnere elettronico, nonché consulente di direzione della McKinsey. Secondo il Dizionario Storico della Svizzera (Historisches Lexikon der Schweiz, Band, 1, 322) la signora è a tutti gli effetti:

«Coerede e grande azionista del gruppo industriale Bührle, dal 1956 ha fatto parte dei consigli di amministrazione della Oerlikon-Bührle Holding AG, della Bally International AG e della Ihag Holding AG».

Chi sono i Bührle-(Anda)? Scomodiamo a tal proposito, tra le innumerevoli fonti informative ben documentate a disposizione, proprio uno studioso elvetico (mai smentito), ovvero Jean Ziegler che nel 1997 per  Mondadori ha pubblicato il saggio, La Svizzera, l’oro e i morti. Alle pagine 175-179 si legge:
«I fabbricanti d’armi svizzeri furono particolarmente preziosi per Hitler. La Svizzera è leader mondiale nella meccanica di precisione: i congegni di puntamento dei cannoni svizzeri, la precisione delle mitragliatrici e dei mortai, i cannoni antiaereo a tiro rapido erano (e restano) i migliori del mondo. Hitler ne ordinò decine di migliaia; l’addestramento degli artiglieri – sia dell’esercito sia delle SS – destinati a manovrarli si svolse sotto la direzione svizzera. L’industria bellica elvetica presentava un ulteriore vantaggio: poiché produceva in territorio neutrale, non veniva bombardata dagli Alleati. La fabbrica di armi di gran lunga più potente del paese, che era anche una delle maggiori del mondo, apparteneva a un figlio di emigrati del Wurtemberg: Emil Bührle. Le sue officine erano situate soprattutto a Zurigo-Oerlikon. I suoi affari con il Reich gli fruttarono guadagni considerevoli: tra il 1939 e il 1945 le sue entrate ufficiali passarono da 6,8 a 56 milioni di franchi svizzeri e il suo patrimonio personale da 8,5 a 170 milioni. Bührle era amico personale di Albert Speer, il ministro nazista degli armamenti e della produzione di guerra, nonché del barone von Bibra, un consigliere di legazione che fu forse l’intermediario più importante tra i dirigenti nazisti e gli industriali svizzeri. Bührle era un habitué delle cene offerte da Otto Carl Köcher, l’ambasciatore tedesco a Berna.
A partire dall’estate del 1940 fino alla primavera del 1945, il gruppo Bührle fu quasi esclusivamente al servizio di Hitler. Nel 1941 offriva lavoro a 3761 persone, vale a dire tre volte di più che all’inizio della guerra. In origine, la Bührle-Oerlikon fabbricava macchine utensili, ma in seguito all’invasione della Polonia si riconvertì agli armamenti: nel 1940 le armi e le munizioni rappresentavano il 95 per cento di tutta la sua produzione. Il punto forte del suo catalogo era il cannone antiaereo da 20 millimetri, molto apprezzato da Hitler, in quanto abbatteva un gran numero di aerei alleati. Bührle era il caratteristico padrone da lotta di classe; aveva orrore dei sindacati, in special modo del coraggioso leader sindacale e deputato di Zurigo Hans Oprecht (…) Per la cronaca, bisogna sapere che la vittoria spiacevolmente rapida degli Alleati impedì a Bührle di smaltire tutte le sue scorte di cannoni; molte delle forniture ordinate dai nazisti restarono a Oerlikon dopo il 1945. Tuttavia, anche dopo il suicidio del suo miglior cliente, Bührle seppe trovare una soluzione: cominciò a esportare le sue armi di morte nel Terzo Mondo. La guerra del Biafra durò dal 1967 al 1970 (…) Le Nazioni Unite decretarono il blocco economico e militare nei confronti del Biafra e la Svizzera aderì alla proibizione di esportare armi. La guerra fece due milioni di vittime, principalmente donne e bambini. Il Biafra capitolò e nelle sue caserme gli ispettori dell’Onu trovarono dozzine di cannoni Bührle. Alcuni recavano ancora la croce uncinata e i numeri di serie tedeschi: si trattava delle forniture Oerlikon, già pagate dai nazisti e pronte a essere loro consegnate, che Bührle aveva rivenduto a Ojukwu. Per questo eccellente affare, Dieter Bührle – erede di suo padre Emil – fu condannato dal tribunale federale a una multa di 20.000 franchi svizzeri per non aver rispettato l’embargo (…) I fornitori svizzeri di Hitler facevano i loro affari in un ambito in cui i valori etici non avevano importanza».Grazie soprattutto alla copertura del governo elvetico, all’affarismo delle banche della Confederazione e degli industriali svizzeri, la seconda guerra mondiale ha mietuto ufficialmente 52 milioni di morti, milioni di vittime e danni indescrivibili. A giudizio unanime degli storici se la Svizzera – neutrale per finta – non avesse appoggiato il Terzo Reich la Germania sarebbe capitolata almeno nel 1944.

Recita il dizionario storico della Svizzera: “La fabbricazione di materiale bellico si era affiancata a quella delle macchine già negli anni 1920-30; nel 1936 il settore armamenti passò sotto il controllo della soc. Contraves. Emil Georg Bührle fu uno dei fondatori della Pilatus Flugzeugwerke di Stans (1939). La Oerlikon-Bührle esportò armi verso il Terzo Reich prima e durante la seconda guerra mondiale, ciò che fece molto scalpore già nel 1943, quando bombe alleate colpirono i suoi stabilimenti. Verso la fine del conflitto il fatturato scese da 178 milioni (anno di esercizio 1942-43) a 40 milioni di frs. (1944-45). A causa dell’esportazione illegale di armi verso il Sudafrica (1963) e la Nigeria (1967), il capo del gruppo, Dieter Bührle, venne condannato nel 1970 a una pena detentiva con la condizionale e a una multa”.

Colonia perpetua – Nel dopoguerra, la famiglia Bührle-Anda ha venduto armi a paesi sotto embargo e regimi notoriamente dittatoriali: Sudafrica, Nigeria, Indonesia, solo a citarne alcuni. Secondo il quotidiano spagnolo El Mundo, nel 1999 anche i bombardamenti con munizioni all’uranio impoverito (DU) in Kosovo, sono stati realizzati grazie alla produzione di questa benemerità famiglia elvetica di origini tedesche. L’European Network Against Arms Trade ha documentato con prove inequivocabili vendite di fucili d’assalto, razzi e missili contraerei all’Indonesia per 1,8 milioni di franchi svizzeri tra il 1982 e il 1993 attraverso la controllata Contraves, nonostante l’embargo in corso per violazione dei diritti civili. Sempre nel ‘93 grazie alle forti pressioni che la società bellica mise in atto per convincere il Parlamento Svizzero ad autorizzarle, furono venduti illegalmente armamenti per importi pari a 10 milioni di franchi.

Nel 2000 il gruppo Oerlikon-Bührle si è inventato un nuovo profilo mutando il nome in Unaxis e diversificando gli investimenti in vari modi: ad esempio grazie ad un grazioso albergo sul fronte svizzero del Lago Maggiore. I Barilla, comunque, entrano personalmente in società con questi spietati mercanti di morte. Il denaro insanguinato che ha alimentato conflitti a danno degli esseri umani più inermi (senza valutare i defunti a causa della seconda guerra mondiale, solo in Biafra 2 milioni di vittime civili) – senza alcuna ombra di dubbio – è frutto della produzione e del traffico di armamenti in paesi in cui l’unica regola è la sopraffazione. Le armi, come noto, sono strumento essenziale di tutte le forme peggiori del saccheggio globale moderno impastato di violenza. Nel 1999 il gruppo Bührle passa di fatto a Gratian Anda.

Gratian Anda

Il 10 ottobre 2001 (e-mail delle ore 15:57:58), un dirigente aziendale di rilievo, tale Armando Marchi scrive: «sono il responsabile delle Relazioni Esterne del gruppo Barilla. Mi permetto di osservare che, se si eccettua il periodo dal 1973 al 1979 (in cui è stata di proprietà della multinazionale Grace), la Barilla è dal 1877, anno della sua fondazione, saldamente in mano alla famiglia Barilla, che ha sempre vissuto dei frutti del lavoro in campo alimentare. Il signor Gratian Anda, che tra l’altro non è nel Consiglio di Amministrazione del Gruppo Barilla, rappresentava una quota di minoranza (il 15%) detenuta da una Società finanziaria olandese: un investitore meramente finanziario, non un’industria bellica. Non abbiamo mai utilizzato la correttezza come strumento di marketing, e ritengo anche che non sia immeritata la trasparenza che ci viene riconosciuta dalla “Nuova Guida al consumo critico».

Incongruenze o sgangherate menzogne dalle gambe corte? Il nipote di Emil George Bührle nel 2000 ha ricoperto la carica di vice presidente della Barilla. Il documento ufficiale di casa Barilla denominato “Corporate Governance” indica – nella società a responsabilità limitata Barilla Iniziative S.r.l. – tra i consiglieri, vicino ad Emanuela Barilla (sorella del presidente Guido Maria) proprio il convitato di pietra, detto altrimenti Gratian Anda (nato a Zurigo il 22 dicembre 1969), in buona compagnia degli inseparabili Nicolaus Issenmann e Robert Singer. Lo stesso Issenmann (per gli amici semplicemente Nico) siede accanto a Guido Maria Barilla nella società controllata dal Gruppo, meglio detta Lieken AG.
Se Pietro Barilla pagava tangenti miliardarie sotto spinta di Silvio Berlusconi attingendo da conti segreti svizzeri, il figlio Guido Maria, attuale presidente del Gruppo forse non ha mai sfogliato un libro di storia contemporanea o una rivista di cronache. A lui il giornale Italia Terra Nostra ha chiesto chiarimenti nel 2010 dopo aver scoperto nello stabilimento di San Nicola di Melfi in Basilicata, enormi quantitativi di amianto, ma per tutta risposta è giunto un oscuramento di quel giornale.
La Barilla, a quanto pare, non ama il libero pensiero critico, piuttosto la censura preventiva, richiesta dall’avvocato Mariconda perfino al tribunale di Parma e negata da un giudice. Appunto la morale di facciata, o meglio, fuori tempo limite che scomoda addirittura Kant. Meno male che il consiglio di amministrazione della Barilla – in “zona Cesarini”, si fa per dire – il 4 marzo 2005 ha recuperato terreno almeno sulla carta, approvando un Codice Etico di 24 cartelle. Nel testo, a pagina 11 è inciso:

«Barilla considera come punti irrinunciabili nella definizione dei propri valori la Dichiarazione universale dei Diritti Umani dell’Onu».

Cannone Oerlikon

Belle parole, o forse chiacchiere al vento, anzi fumo negli occhi degli ignari consumatori. Ma la sostanza? Magari un ravvedimento all’ultimo istante dei fratelli e sorella Barilla (Guido Maria, Luca, Paolo, Emanuela)? Nulla, per ora. Il dna parmense – sorta di sedicenti intoccabili – non tradisce il lauto business. Narrano le cronache del quotidiano Il Corriere della Sera (12 luglio 2008):
“La famiglia Barilla «premia» il socio svizzero Anda-Bührle. Accelera il riassetto del gruppo: più peso agli azionisti storici. La Finba Iniziative concentrerà altre attività e sarà partecipata all’ 85% da Barilla Holding e al 15% dagli elvetici. Riassetto al vertice del gruppo Barilla che dopo molti anni ridefinisce i rapporti con il socio di minoranza storico (15%), la famiglia svizzera Anda-Bührle, entrata alla fine degli anni Settanta. Le modifiche nella governance e nelle relazioni partecipative stanno entrando in questi giorni nella fase esecutiva con la fusione in Barilla G e R Fratelli, la capogruppo industriale, di quello che fino a ieri è stato il veicolo societario dell’ alleanza, la Relou Italia. Se i tempi saranno rispettati, già dalla settimana prossima la partnership dovrebbe trasferirsi nella nuova holding Finba Iniziative. Tuttavia non è solo un’ operazione di facciata ma vi è la sostanza di un riassetto societario che accompagna una riorganizzazione industriale al termine della quale il 15% della famiglia Anda avrà più «peso». Nella nuova configurazione, infatti, rispetto al passato saranno concentrate sotto la società comune alcune attività che in precedenza erano fuori dall’ area di influenza degli svizzeri. Secondo una versione che circola in Barilla, si tratta di una specie di premio fedeltà dopo un periodo di turbolenza finanziaria dovuta alla fallimentare acquisizione della Kamps, il gruppo tedesco del pane. Nel dicembre scorso si era conclusa consensualmente la burrascosa stagione di joint venture con la Banca Popolare di Lodi, entrata in Kamps a sostegno della Barilla subito dopo l’ Opa del 2002. La cessazione del contenzioso ha portato il gruppo della pasta al 100% di Kamps e Harry’ s (prodotti da forno) e contestualmente è stata delineata una nuova struttura di rapporti con gli Anda-Buhrle. Il passo successivo è stato, a marzo, l’ annuncio che le «bakeries» della Kamps, cioè la rete di oltre 900 negozi (quindi non il business del pane industriale), erano in vendita. Poi un mese fa la vendita di GranMilano alla Sammontana e ora sono partite le operazioni più prettamente finanziarie. La prima è, appunto, la fusione «al contrario» di Relou in Barilla Fratelli. «Al contrario» perché Relou è socia al 49% di Barilla Fratelli che, lo ricordiamo, è la capofila industriale. E in questo modo viene di fatto smantellato il vecchio schema della partnership azionaria con i soci di minoranza. Il successivo step, che in questi giorni sta per essere messo a punto, è il contestuale trasferimento dell’ alleanza in una nuova finanziaria, la Finba Iniziative, che sarà dunque partecipata all’ 85% dalla Barilla Holding (100% famiglia) e al 15% dagli svizzeri. E qui, come aveva scritto «Il Sole 24 Ore» anticipando le linee della riorganizzazione, i due partner dovrebbero siglare un patto parasociale la cui principale materia da regolare sarà, quasi sicuramente, il meccanismo di prelazione sulle rispettive quote. Il gruppo emiliano, 18mila dipendenti, 64 stabilimenti in 11 Paesi, leader mondiale nel mercato della pasta e primo in Italia nei prodotti da forno (Mulino Bianco), ha chiuso il 2007 con 4,2 miliardi di euro di ricavi (+4,3%»)”.
Allora chi controlla realmente la Barilla? E’ in mano a industriali bellici? Nell’interrogazione parlamentare del 13 giugno 1985 (numero 3-00953) – focalizzata anche sulla Ferrero – dei senatori Bonazzi e Riva, indirizzata ai ministri del commercio con l’estero, dell’industria, del commercio e dell’artigianato e del tesoro, è scritto:

«Premesso: che il 71 per cento della Barilla G. e R. f.lli s.p.a. è posseduto da soggetti di nazionalità non italiana, e cioè per il 40 per cento dalla Financieringsmatschappy Relou N.V. di Amsterdam, per il 16 per cento dalla Pagra A.G. del Liechtenstein e per il 15 per cento dalla società svizzera Loranige S.A.; che 1’81,5 per cento della P. Ferrero e C.S.P.A. è pure posseduto da soggetti esteri, e cioè il 18,75 per cento dalla olandese Brioporte B.V. ed il 25 per cento, per ciascuna, dalle svizzere Nelgen A.G. e Creitanen A.G.; che diversi organi di stampa hanno dato notizia, non smentita, che le società estere che possiedono la maggioranza delle azioni delle due società farebbero capo a soggetti di nazionalità italiana, si chiede di sapere: se sia vero che le società estere che possiedono la maggioranza delle azioni della Barilla G. e R. f.lli s.p.a. e della Ferrero e C.S.P.A. fanno capo a soggetti di nazionalità italiana; come, in tal caso, è stato possibile realizzare tale situazione; se tutto questo sia compatibile con le vigenti norme valutarie e fiscali».

Barilla

Scava e scava affiorano le maxi-tangenti di Pietro (padre di Guido Maria, Luca, Paolo, Emanuela), il caso Sme, il piduista Berlusconi Silvio (tessera gelliana numero 1816). E poi ancora il pregiudicato Cesare Previti, un esperto in materia di conflitto di interessi alla stregua del suo stesso padrone. Proprio il soldato Previti, relatore del disegno di legge di riforma che ha smantellato la legge 185 del 1990 (una norma che imponeva un controllo reale sul traffico di armi). Previti Cesare è stato anche il primo vice presidente dell’Alenia e ha continuato a sedere nel consiglio d’amministrazione dell’azienda bellica fino al 1994.

Conti neri – Allo scandalo Sme il pool di magistrati della Procura della Repubblica di Milano arriva da solo, senza l’aiuto di Stefania Ariosto: indagando sui conti del finanziere Franco Ambrosio, e risalendo da questi ai conti di un imprenditore in affari con lui, Pietro Barilla (deceduto nel 1993) si imbatte nel conto zurighese usato da Barilla per pagare tangenti a Dc e Psi. Da quel conto il 2 maggio e il 26 luglio 1988, partono due bonifici di circa 800 milioni e 1 miliardo per l’avvocato Pacifico. Questi versa poi 200 milioni al giudice Verde, 850 a Previti e 100 a Squillante. Perché convocato dai giudici inquirenti, Guido Barilla, figlio del defunto Pietro, non sa spiegare perché mai suo padre avesse versato tutto quel denaro a due avvocati che non avevano mai lavorato per lui. Sembra una storia gemella dell’Imi-Sir. Intanto l’incandidabile Berlusconi invita a cena in un ristorante di Broni due degli inserzionisti pubblicitari più affezionati delle sue tv, Pietro Barilla e Michele Ferrero. E li convince seduta stante a costituirsi in una nuova società, la Iar, che si propone di rilevare la Sme al prezzo di 600 miliardi. La nuova offerta viene ufficializzata dai Barilla e Ferrero nell’ultimo giorno utile, il 25 maggio: il ministro delle Partecipazioni statali Clelio Darida si assenta dalla stanza dove sta per avvenire la firma del contratto Prodi-De Benedetti per ricevere, al telefono, l’improvviso rilancio. La Sme resterà all’Iri. Ma Barilla e Ferrero sono contenti ugualmente: il loro scopo era semplicemente quello di impedire a De Benedetti di dare vita a un colosso alimentare che probabilmente li avrebbe schiacciati. Missione compiuta anche per Silvio Berlusconi.
Sua emittenza – Sempre per masticare la pasta dei Barilla, ovvero “la pubblicità dei buoni sentimenti”, puntualizziamo senza tema di smentite.
Il 2 maggio Barilla bonifica 750 milioni a Pacifico, che li preleva in contanti e li porta in Italia. Mentre la Cassazione esce con la sentenza definitiva, Verde comincia a depositare decine e decine di milioni cash sul suo conto italiano. Il 26 luglio, due settimane dopo il verdetto della suprema corte, Barilla – capocordata della Iar – riapre il rubinetto svizzero e accredita un’altra provvista, stavolta di 1 miliardo, a Pacifico. Il quale la suddivide fra Previti (850 milioni) e Squillante (100 milioni), stavolta per bonifico bancario, riservando a se stesso appena 50 milioni. Perché mai il socio di Berlusconi nell’affare Sme dovrebbe pagare un miliardo e 750 milioni a due avvocati di Berlusconi che neppure conosce e a un giudice di Roma, anch’egli a lui sconosciuto, se nella causa Sme fosse tutto regolare? L’accusa non ha dubbi: corruzione in atti giudiziari per compravendere la sentenza Sme che consentì a Berlusconi di sconfiggere De Benedetti. Esattamente come avvenne poi nel 1991, con la sentenza Mondadori.
Dunque, soci ed alleati finanziari in realtà produttori e trafficanti di armi ed ordigni di primo livello. Nel 2002 la multinazionale alimentare italiana si è allargata al mercato tedesco acquistando, per un miliardo di euro, la Kamps, produttrice di pane e crackers. L’anno successivo ha comprato per 517 milioni, la Harrys, azienda francese dello stesso comparto. I soldi necessari alla Barilla sono stati elargiti dalla Banca Popolare di Lodi – attraverso cui passano transazioni finanziarie per la compravendita di armi anche a nazioni in guerra o prive di democrazia in barba alla legge 185/1990 s.m.i. (vedi:Relazioni al Parlamento italiano) – che ha costituito una nuova società, la Finba Bakery, e poi in marzo ha girato il 17 per cento della capitale della Finba a vecchie conoscenze della Barilla: tramite la solita finanziaria anonima, la Gafina, la quota è passata nelle mani della famiglia Anda-Bührle, presente nel capitale Barilla con una partecipazione del 15 per cento dal 1979. Ecco la sorpresa.
Nel Memorial Journal Officiel du Grand-Duché de Luxembourg (edizione del 4 maggio 2004 – C n° 469) riaffiora una società anonima: Bakery Equity S.A. (capitale sociale: di 337.139.060 euro, suddivisi in 33.713.906 azioni aventi un valore pari a 10 euro cadauna), costituita dinanzi al notaio Paul Frieders il 3 dicembre 2002. In qualità di amministratore spicca il faccendiere Gratian Anda accanto agli italiani Francesco Mazzone e Fabio La Bruna. L’oggetto principale è l’acquisizione e il controllo di interessi in Finbakery, Partner G, Finbakery Netherlands e Gibco. All’interno di questo calderone ribolle un minestrone finanziario: Barilla Holding (Parma), Finba Bakery Holding (Dusseldorf), Finbakery Netherlands (Amsterdam), Banca Popolare di Lodi (Lodi), Finbakery Europe (Dusseldorf), Gafina (Rotterdam), Gibco o più dettagliatamente Lombok Limited (Gibilterra, un paradiso fiscale), Harrys, Kamps, Ramisa (Convention principale d’investissement et d’actionnariat reformulée et amendée, siglata il 4 novembre 2002 da Bpl, Azionariato industriale e Barilla Holdind S.p.a.), Dutch Foundation (Stichting Bakery Finance di Amsterdam), Finba Luxembourg. In Bakery Equity Luxembourg S.A. figura anche una vecchia conoscenza di casa Barilla (attuale consigliere di Barilla G. e R. Figli S.p.A. nonché Lieken AG) Nicolaus Issenmann (nato a Zurigo il 6 maggio 1950). Ovvio, non è tutto. Dopo una girandola di fusioni, apparentamenti, coperture, scatole vuote, capitalizzazioni e trasferimenti di capitali urgono gli approfondimenti al di là delle Alpi.
Il 30 aprile 2009 Ticino Finanza affonda il bisturi nella piaga purulenta: «E buonanotte ai suonatori… Arrivano Spagnoli e Italiani e se ne vanno gli Elvetici. Infatti, se aprono CMB e Santander, esce dal mercato luganese la banca zurighese IHAG. Al 31 dicembre 2008 il profitto operativo lordo di IHAG Privatbank era di 21.6 mio CHF e il profitto netto 14.6 mio. La banca impiega circa 93 dipendenti. Il personale che operava a Lugano è stato assorbito da altri Istituti, tra cui quelli aperti di recente sulla nostra piazza finanziaria. La banca, presieduta da Gratian Anda, nipote di Emil Georg Bührle, ha partecipazioni in Privatbank IHAG Zürich AG, AdNovum Informatik AG, la fabbrica d’aerei militari e civili Pilatus Flugzeugwerke AG, Hotel Castello del Sole, Hotel zum Storchen, Stockerhof Immobilien, Terreni alla Maggia SA, Private Equity Beteiligungen, Tenuta di Trecciano SA. IHAG rimane dunque in Ticino con un albergo, vini, polenta e la produzione del riso che cresce alla latitudine più settentrionale d’Europa, nel delta della Maggia. Gratian Anda siede inoltre nel CdA della Holding Barilla, in Italia che per il 15% fa capo alla sua famiglia, mentre l’azienda d’armi storica di famiglia Oerlikon-Bührle è stata ristrutturata, vendendo alcune attività e nel 2000 cambiando il nome in Unaxis. IHAG Privatbank dichiara di essere composta da banchieri “denen Sie Ihr Vertrauen schenken können” ovvero in cui possiamo credere e che è caratterizzata da uno spirito di famiglia “das Familiäre kennzeichnet unsere Bank”. Per famiglia, si intendono forse i signori Bührle e Anda che spendono cifre considerevoli nella sponsorizzazzione di mostre d’arte della Foundation E. G. Bührle Collection nella Zollikerstrasse (Emil Georg Bührle, 1890-1956, è stato il noto produttore di armi nella Oerlikon-Contraves e fondatore della banca IHAG) e di concerti e concorsi musicali come il Concours Géza Anda. Con i tempi che corrono per il Private banking, e visti i risultati concreti di marketing e immagine di una forma obsoleta di comunicazione quale ormai è la sponsorizzazione, forse certe banche dovrebbero smettere di sviolinare e di farsi suonare da improbabili pifferai magici e mettersi a fare banca un po’ sul serio… Le banche svizzere si sono buttate a tagliare in maniera decisa i costi a causa dell’attesa contrazione di quest’anno per la crisi economica globale, il che si è tuttavia tradotto solo in chiusure e licenziamenti “diversamente confezionati”, ma sarebbe ora che si affrontasse in maniera professionale competente quella che viene chiamata da tutti ‘crisi’ che è in realtà un profondo cambiamento strutturale che esige una strategia chiara e illuminata e una politica forte. E quanto a questo, abbiamo visto come è finita con il segreto bancario…».
L’11 maggio 2009 appare sul Corriereconomia la precisazione Barilla:
«Nella tabella pubblicata a corredo dell’articolo del 4 maggio su “Barilla, cambio al vertice e ritorno all’industria”, si attribuisce alla famiglia Anda-Bührle, azionista di gafina BV, anche la proprietà della F. Relou BV. Il dato non è corretto. La catena di controllo dle gruppo è infatti la seguente: Barilla Holding e Gafina detengono, rispettivamente, lo 85% e il 15% del capitale di Finba Iniziative (in futuro chiamata Barilla Iniziative), la quale controlla direttamente o indirettamente il 100% della Barilla G. e R. Fratelli S.p.A. Più in particolare, Barilla Iniziative detiene il 50,62% del capitale della Barilla G. e R. Fratelli e il 100 % della Finanziaria Relou BV, che a sua volta detiene il 49,38% della stessa Barilla G. e R. Fratelli».
Veline? Ecco un comunicato stampa aziendale: «Barilla, prima azienda italiana al mondo per reputazione. Il Reputation Institute assegna a Barilla il primato per la reputazione tra le aziende italiane e la prima posizione in assoluto nel settore alimentare. Parma, 25 maggio 2010. Secondo una ricerca del Reputation Institute di New York, condotta tra le 600 aziende più importanti al mondo, classificate per fatturato, Barilla si aggiudica la diciannovesima posizione tra quelle con la migliore reputazione, prima tra le italiane e prima in assoluto nel settore alimentare. I risultati della ricerca, pubblicati sul sito della rivista Forbes, sono stati ottenuti attraverso la consultazione diretta dei consumatori in 24 paesi nei diversi continenti».
Nel  bilancio ufficiale (anno 2009), il presidente Guido Maria Barilla certifica: «Il fatturato consolidato 2009 del Gruppo Barilla che comprende Barilla G. e R. Fratelli e Lieken e opera principalmente in Italia, Stati Uniti, Francia Germania e Nord Europa, si è attestato a 4.171 milioni di euro (…) il risultato netto evidenzia una perdita netta di 101 milioni di euro (…) il Gruppo ha confermato l’ottima solidità finanziaria derivante da una costante generazione di cassa e dal consolidamernto del debito che rimane stabile a 877 milioni di euro (…) In Italia continuiamo a mantenere un comportamento virtuoso».

E nel resto del mondo, invece? «Lo stile – come sosteneva Pietro Barilla – è un modo di comportarsi che “implica tante cose”. Tutto ciò significa soprattutto ispirarsi a principi e valori condivisi che si richiamano al consenso». A pagina 12 del Codice Etico aziendale è specificato: «uno degli aspetti centrali che qualificano la condotta di Barilla è costituito dal rispetto dei principi di comportamento intesi a garantire l’integrità del capitale sociale».

Il Corriere della Sera(10 gennaio 1996) – “Una Barilla a stelle e strisce Esce Carelli, Artzt ridisegna il management: dall’ America i responsabili vendita e ricerca e sviluppo La famiglia parmense mantiene la maggioranza assoluta, il ruolo dei Buhrle (al 49% del capitale) MILANO . Le gru sono gia’ al lavoro: il nuovo stabilimento della Barilla sara’ inaugurato entro la fine del ‘ 96. Come dire: da quest’ anno, si cambia casa. Addio ai due impianti storici nel centro di Parma. Nel nome dell’ efficienza, della tecnologia e della riduzione dei costi. Ma anche per il management di casa Barilla, negli ultimi tempi, sembra scoccata l’ ora delle svolte. E dei ricambi. La prima avvisaglia si e’ avuta a settembre, con l’ arrivo sul ponte di comando dell’ ex numero uno del colosso americano Procter e Gamble: Edwin L. Artzt. Incarico: direttore esecutivo. Che nell’ organigramma della societa’ presieduta da Guido Barilla stava giusto sopra l’ amministratore delegato Riccardo Carelli, un manager con alle spalle una lunga carriera nel gruppo. Cosi’ la coesistenza tra i due e’ durata appena tre mesi. Dal 31 dicembre, infatti, Carelli ha lasciato il suo posto ed e’ rimasto solo come vicepresidente della Barilla dolciaria. Forse una divergenza di vedute sulle nuove linee di sviluppo, soprattutto all’ estero? Chissa’ . Il tam tam ripete comunque che Carelli potrebbe presto andare al vertice di un’ altra societa’ alimentare. Ma la cura dell’ “Amerikano”, che in azienda si e’ nel frattempo guadagnato la fama di tagliatore di teste, va avanti. E sempre dalla Procter, ai primi di novembre, e’ arrivato un altro dirigente di prima linea, ex consulente Barilla: Manuel Gonzalez, direttore del settore vendite. Un posto chiave. Basti pensare all’ accordo siglato con la Galbani a settembre per la distribuzione della pasta fresca e con il colosso statunitense Campbell. Sempre dall’ ex societa’ di Artzt e’ arrivato un manager per la Ricerca e Sviluppo, Zaki. E ultimamente i dirigenti Barilla volano spesso a Cincinnati, sede della Procter. E’ invece andato in pensione da fine dicembre Albino Ganapini, direttore delle relazioni esterne dai tempi di Pietro Barilla, scomparso nel ‘ 93. Il motivo? Ganapini si e’ lanciato in politica, diventando coordinatore nazionale dei comitati Prodi. Una rivoluzione, insomma. “C’ e’ un turn over fisiologico tra i mananger”, minimizzano al quartier generale della societa’ . Resta intanto da vedere se il posto lasciato libero da Carelli verra’ occupato, oppure le sue funzioni passeranno ad Artzt. E se dietro i cambiamenti ci fosse una maggiore influenza dei soci stranieri del gruppo, di quella Oerlikon attiva nel settore della difesa, che deterrebbe il 49% del capitale Barilla? Impossibile rispondere, anzi in una recente intervista a Capital francese, Guido ha fugato ogni dubbio, definendoli “azionisti da sogno”. Una cosa e’ certa: molte banche d’ affari fanno la corte al gruppo di Parma. Con due obiettivi: accompagnarlo in Borsa o proporre ai tre fratelli, Guido, Luca e Paolo, possibili acquirenti. Un’ ipotesi sempre scartata dalla famiglia. I conti. “Il ‘ 95 dovrebbe chiudere in linea con il ‘ 94″, spiegano a Parma. E gia’ nella parte finale dell’ anno, con l’ eccezione della pasta fresca, si sarebbero visti i primi risultati della cura. Alle prese con la concorrenza degli hard discount, con il calo del potere d’ acquisto, anche la Barilla, dal ‘ 94, ha percorso la strada degli sconti ( 10%) e delle promozioni (tre per due), ma ora punta sull’ estero: “L’ inversione del rapporto di forza tra industria e canali distributivi ha ridotto i margini . spiega Umberto Bertele’ , docente di Economia e organizzazione aziendale al Politecnico . cosi’ ora la Barilla, un po’ in ritardo, dovra’ diventare una multinazionale”. Come e’ accaduto a tutte le aziende alimentari. Il motivo? “Per molti anni Barilla ha registrato una redditivita’ altissima in Italia, un successo che l’ ha distolta dalla necessita’ di rafforzarsi all’ estero”. E ora? “Le strade sono due: creare prodotti piu’ differenziati e fare economie di scala”.  LA HOLDING OERLIKON Aerei, cannoni e pasta: ecco l’ impero dell’ alleato svizzero. Missili, aerei, scarpe. E pasta. E’ una presenza discreta quella della famiglia Buhrle, grande azionista della Barilla. E di lunga data. La partecipazione risale infatti al ‘ 79, quando Pietro Barilla, dopo un primo tentativo andato a vuoto, riusci’ a ricomprarsi l’ azienda di famiglia dal gruppo americano Grace, che l’ aveva rilevata nel ‘ 71. Un ritorno a casa, quello dei Barilla, realizzato anche con l’ alleanza dei Buhrle. Un legame rimasto da allora sempre molto solido: “Azionisti da sogno”, li ha definiti in una recente intervista, il presidente Guido Barilla. Il loro impero elvetico si chiama Oerlikon Buhrle. Prodotti militari e spaziali (Contraves), scarpe (Bally), tessuti (Kunz e Dietfurt), aerei (Pilatus), il gruppo svizzero, nel quale la famiglia detiene una quota del 31%, nel ‘ 94 ha registrato un fatturato vicino ai 5.300 miliardi di lire. Con oltre 17 mila dipendenti. Una conglomerata presente anche in Italia, dove nel ‘ 91 venne messo a punto un consistente piano di razionalizzazione, che porto’ , tra l’ altro, alla cessione della Oerlikon italiana alla Mandelli. Con un ridimensionamento nella difesa. La loro quota in Barilla ufficialmente non e’ mai stata comunicata, ma, secondo la rivista “Capital” francese, controllerebbero il 49%, mentre la famiglia Barilla possiede la maggioranza assoluta”.

IL SOLE 24 ORE( 5 marzo 2004) – “Barilla: socio svizzero per subholding Finba Bakery (Sole). E’ la finanziaria che controlla Kamps e Harry’s (Il Sole 24 Ore Radiocor) – Milano, 05 mar – Arriva un socio svizzero per Finba Bakery Europe, la subholding di Barilla che controlla Kamps e Harry’s. Lo scrive ‘Il Sole 24 Ore’ precisando che il nuovo socio, che ha rilevato il 17% a un prezzo di 125 milioni, e’ Gafina, finanziaria che fa capo al gruppo elvetico controllato dalla famiglia Anda-Burle, gia’ socia della Barilla Alimentare dalla fine degli anni ’70. Il suo ingresso, precisa in quotidiano, coincide con la riduzione dal 49% al 32% della quota nella finanziaria lussemburghese da parte di Efibanca, del gruppo Popolare di Lodi”.

IL CORRIERE DELLA SERA ( 18 luglio 2008) – “Barilla rossocrociata.
Agli svizzeri (già nel capitale dell’ azienda) il 15% della società. Barilla, ultimo atto. Con un’ operazione da 1,8 miliardi, tra passaggi di quote e trasferimenti cash, verrà completato entro venerdì 25 luglio il riassetto della legal structure varata a Parma proprio un anno fa. Quando i fratelli Guido, Paolo e Luca Barilla si riunirono nel board dell’ accomandita di famiglia per ridisegnare scatole societarie, subholding e provvista finanziaria alla vigilia dell’ accordo transattivo con Bipielle Efibanca (Banco popolare) sul riacquisto di Kamps e Harry’ s. Perno dell’ ultima sistemazione è la Finba iniziative, subholding che governa tutte le attività industriali, tanto da replicare nel board la squadra della controllante Barilla holding, con Guido presidente, Paolo e Luca vice, Robert Singer ceo. La Finba iniziative (vedi organigramma) si appresta ad aprire il capitale allo storico alleato Gratian Anda, uno dei quarantenni più ricchi della Svizzera, maggiore erede della famiglia Anda Buehrle che un tempo possedeva la Oerlikon (ora Unaxis). La Gafina degli amici elvetici avrà il 15% Finba contro conferimento al valore di 475 milioni del 31,12% Relou bv, che a sua volta possiede il 49% dell’ operativa Barilla G e R f.lli. In pratica gli Anda Buehrle spostano al piano superiore il 15% che già possedevano in via indiretta nell’ azienda di Mulino bianco, Pavesi, Barilla e Voiello. Con una differenza: ora la compartecipazione è estesa anche a Kamps e Harry’ s detenute per il 100% ai piani sottostanti. Il conferimento operato da Gafina si basa su una valutazione dell’ intera Barilla G e R f.lli di 3,12 miliardi per l’ equity ed è stata accompagnata da un patto di sindacato concordato con Parma. A sua volta Barilla holding capitalizzerà Finba in due modi, così da mantenere l’ 85%. Primo: viene conferita al valore di 11,7 milioni la Logi K con il governo della logistica di gruppo. Secondo: Barilla holding trasferisce al piano di sotto 1,37 miliardi cash attingendo alle linee di credito negoziate un anno fa con Unicredit, Bnp Paribas, Citi e Rbs per un totale di 1,75 miliardi (la facility è stata sindacata tra 18 banche). Come trascritto nei nuovi patti, Gratian Anda ha quindi confermato il suo appoggio ai tre fratelli. Con precise garanzie patrimoniali, ma restando uno sleeping partner”.

Corriere Economia (11 maggio 2009) – “La precisazione/Barilla. Nella tabella pubblicata a corredo dell’ articolo del 4 maggio su «Barilla, cambio al vertice e ritorno all’ industria», si attribuisce alla famiglia Anda-Buhrle, azionista di Gafina BV, anche la proprietà della F.Relou BV. Il dato non è corretto. La catena di controllo del gruppo è infatti la seguente: Barilla Holding e Gafina detengono, rispettivamente, lo 85% e il 15% del capitale di Finba Iniziative (in futuro chiamata Barilla Iniziative), la quale controlla direttamente o indirettamente il 100% della Barilla G. e R. Fratelli. Più in particolare, Barilla Iniziative detiene il 50,62% del capitale della Barilla G. e R. Fratelli e il 100% della Finanziaria Relou BV, che a sua volta detiene il 49,38% della stessa Barilla G. e R. Fratelli”.

Appunto, i soldi, ricevuti dalla produzione e vendita di armamenti; utili poi investiti dai soci elvetici in strumenti di morte. Armi: un’offerta di qualità che aiuta a vivere meglio dentro e fuori casa Barilla. Consigli per gli acquisti: infarinare bene le carte e negare l’evidenza, oscurando la verità. Ecco allora perché i famosi germani sulla questione stanno zitti e muti. Giù la maschera: vergogna d’Italia!

Alcuni riferimenti:

http://archiviostorico.corriere.it/2008/luglio/12/famiglia_Barilla_premia_socio_svizzero_co_9_080712134.shtmlhttp://investing.businessweek.com/research/stocks/private/person.asp?personId=42645632&privcapId=8421472http://www.forbes.com/global/2002/1125/036sidebar2.htmlhttp://archiviostorico.unita.it/cgi-bin/highlightPdf.cgi?t=ebook&file=/archivio/uni_1991_04/19910404_0025.pdf&query=m.ab.http://www.swissinfo.ch/ita/Prima_pagina/Archivio/Accertamenti_nel_canton_Svitto_per_i_test_all&%238217%20uranio_della_Contraves.html?cid=1840826

http://archiviostorico.corriere.it/1996/gennaio/10/Una_Barilla_stelle_strisce_co_0_9601103968.shtml

http://www.barillagroup.it/corporate/it/home/chisiamo/gruppo-Barilla/corporate-governance.html

http://www.zoominfo.com/CachedPage/?archive_id=0&page_id=-560856026&page_url=//www.barillagroup.com/corporate/en/home/chisiamo/gruppo-Barilla/corporate-governance.html&page_last_updated=2012-04-19T23:37:12&firstName=Anda&lastName=Gratian

http://www.barillagroup.com/corporate/en/home/chisiamo/gruppo-Barilla/corporate-governance.html

http://www.dirittodicritica.com/2011/01/19/sardegna-quirra-leucemie-malformazioni/http://www.barillagroup.com/vm/it/reportsostenibilita2012/cap2.htmlhttp://www.honyvem.it/data/UserFiles/File/SCHEDA_IMPRESA.pdfhttp://www.gazzettaufficiale.it/atto/parte_seconda/caricaDettaglioAtto/originario;jsessionid=9bods7jwVb76aC9rXUJsxw__.ntc-as3-guri2b?atto.dataPubblicazioneGazzetta=2009-07-14&atto.codiceRedazionale=T-09AAB3972http://archiviostorico.corriere.it/2008/luglio/18/Barilla_rossocrociata_mo_0_080718019.shtml

http://www.ticinofinanza.ch/?mode=comunicati&id=901

http://archivio-radiocor.ilsole24ore.com/articolo-358820/barilla-socio-svizzero-subholding/

http://archiviostorico.corriere.it/2009/maggio/11/precisazione_Barilla_ce_0_090511008.shtml

http://aic.camera.it/aic/scheda.html?core=aic&numero=3/00953&ramo=SENATO&leg=9

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Pubblicato da su marzo 30, 2013 in Alimentazione, Guerra

 

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Mi scusi: lei è in cura con il Metodo Di Bella? Bene, dica addio alla cura e ci ridia 113.000 euro!

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Ci risiamo.
Ennesima cattiveria gratuita, gesto irresponsabile da parte dei giudici che nemmeno hanno voluto ascoltare le motivazioni dell’avvocato della signora Flora Nardelli (da vedere la videotestimonianza sotto).
Appena è stato fatto il nome “Di Bella” è stato esclamato “Bocciato”.

La situazione è particolarmente grave, peggio di quello che è capitato a me, condannata anche io, dopo due ricorsi vinti precedentemente con la possibilità di curarmi il cancro con il Metodo Di Bella gratuitamente dopo il fallimento delle cure ufficiali, a risarcire l’ASL di Bologna di 41 mila euro! A Flora toglieranno la cura, che sta facendo da oltre 5 anni, chiedendole indietro la cifra di 113 mila euro. Il prezzo della vita di Flora, per una cura che le ha permesso di restare ancora viva!

Al di là dei soldi, che non restituiremo per due motivi essenziali, non li abbiamo, non possediamo nulla e non ci vogliamo piegare a un’ingiustizia! Le conseguenze per Flora, a differenzia mia che sto benissimo da molti anni e non mi curo più, è che lei, invece, la cura la deve continuare.

Com’è possibile che non sia stato nemmeno preso in considerazione che togliere le cure a una persona, la rende a rischio di poter peggiorare la situazione che ad oggi era perfetta?
Ma questo paese è davvero impazzito.
Anzi, non è il paese italiano, sono le persone che lo abitano!
Quanti altri soprusi dovremo ancora sopportare? Io dico basta!

Se avete voglia di aiutare Flora, vi chiedo di attivarvi scrivendo mail di protesta al ministro della salute e all’asl di Bologna, all’attenzione del direttore Fausto Francia; sul sito, sotto la sua foto, c’è una citazione: “Il Dipartimento di Sanità Pubblica dell’Azienda USL di Bologna ha la finalità di prevenire le malattie, promuovere, proteggere e migliorare la salute e il benessere dei cittadini”  e continua così:

Il Dipartimento garantisce:

– attività sanitarie e tecniche, attività di vigilanza, per la tutela della salute in ambiente di vita e di lavoro;
– supporto tecnico agli altri servizi dell’Azienda USL di Bologna nella definizione delle strategie di promozione per la salute, di prevenzione delle malattie e delle disabilità, di miglioramento della qualità della vita;
– supporto tecnico agli Enti Locali e agli altri soggetti coinvolti, in particolare alla Conferenza Territoriale Sociale e Sanitaria, nella promozione della salute e nelle valutazioni di natura epidemiologica.

Si articola in quattro Aree:
– Igiene e Sanità Pubblica (Profilassi Malattie Infettive, Igiene Edilizia e Urbanistica, Igiene Alimenti e Nutrizione, Medicina dello Sport).
– Prevenzione e Sicurezza negli Ambienti di Lavoro (Impiantistica e Antinfortunistica).
– Sanità Pubblica Veterinaria (Sanità Animale, Igiene Alimenti di Origine Animale, Igiene degli Allevamenti e delle Produzioni Zootecniche).
– Analisi, Prevenzione e Comunicazione del Rischio (Promozione della Salute, Epidemiologia Descrittiva, SIRS, Pianificazione e Innovazione, Centro Screening).

Il direttore è Fausto Francia, la sede della direzione è a San Lazzaro di Savena, Via del Seminario, 1. Tel. 051 6224161/153 /165- Fax 051 6224406.

direzione.generale@ausl.bologna.it
segreteria.direzione.dsp@ausl.bologna.it

Se leggete il secondo punto,  “miglioramento della qualità della vita” importantissimo per tutti, usatela per sollecitarlo affinché si occupi di non lasciare morire una cittadina della città di cui è direttore sanitario! Vi ricordo, per chi non conoscesse la storia di Flora Nardelli, che era stata mandata a casa dagli oncologi dell’ufficiale cura, chemio, radio e quant’altro, perché non vi erano più possibilità oltre a tutto quello che avevano già fatto, che l’ha pure peggiorata, rimediandole un secondo tumore oltre il mieloma per cui era in cura, ovvero un cancro al polmone!
Scegliendo il Metodo Di Bella ha potuto seguire una speranza di vita, e ha fatto bene, visto che è ancora qui con noi dopo tanti anni! Vi prego di aiutarla, io aprirò un gruppo/pagina di sostegno a Flora, sono benvenute tutte le iniziative che vorrete suggerire.
Diciamo basta ai soprusi di ogni sorta ai danni della nostra vita!
Grazie!

Barbara Bartorelli

La mail da inviare, per chi non sa cosa poter scrivere, è la seguente:

—————————————————————————————–

direzione.generale@ausl.bologna.it

segreteria.direzione.dsp@ausl.bologna.it

dsp@pec.ausl.bologna.it

All’attenzione del Direttore del Dipartimento di Sanità Pubblica – AUSL di Bologna
Dott. Fausto Francia

Spettabile Direttore,
con incredibile costernazione ho appreso la notizia che una cittadina bolognese, la signora Flora Nardelli, ammalatasi … anni fa di tumore…, nello specifico di mieloma multiplo, è stata condannata dai giudici a restituire alla Asl la cifra di 113.000 Euro, somma che la stessa ha speso per garantire alla donna la terapia che la sta curando e guarendo! Non soltanto: la terapia le verrà sospesa, mettendo a rischio la vita della signora Flora.

A seguito della diagnosi di mieloma multiplo, come purtroppo accade in casi del genere, la donna fu sottoposta alle cure “ufficiali”, che si rivelarono del tutto vane e che, anzi, resero ancor più grave una situazione già difficile. Infatti, tali terapie le causarono un ulteriore tumore, ad un polmone. Ancora chemio, radio, trapianto…
Finchè, gli stessi medici delle strutture pubbliche a cui si era affidata dichiararono di “arrendersi” a quel che a loro appariva inevitabile, invitando la paziente a rassegnarsi alla… fine!
Forza di carattere e un po’ di “fortuna”, posero sulla strada di Flora un’altra possibilità, un’alternativa che le diede l’opportunità di continuare a VIVERE: il METODO DI BELLA!
Fu con esso che la donna si riappropriò della vita, in modo dignitoso e pieno, libera di tutte le sofferenze che portano, sempre, le terapie a tutti note: chemio, radio ecc.
La strada intrapresa fu impegnativa ma valida: cosa occorre discutere di fronte all’evidenza di una guarigione che agli stessi medici appariva impossibile?

Oggi la signora Nardelli sta bene e, a dispetto di altre difficoltà che la vita le ha posto davanti, conduce una vita normale. Che ne sarebbe di lei nel momento in cui le venisse tolta la possibilità di continuare la cura?
Giudici e medici, con tale sentenza, si stanno assumendo l’onere e la responsabilità di decidere che la vita di una persona debba avere termine, unicamente per una cieca visione di quella che dovrebbe essere sempre la garanzia della tutela della nostra salute.
La sentenza della signora Nardelli segue di poco una precedente, riguardante un’altra cittadina ancora della provincia di Bologna, condannata a sua volta a restituire alla Asl i soldi spesi per la Terapia di Bella. Come per la signora Flora, fu un provvedimento d’urgenza ed una successiva sentenza di merito che imposero alla Asl l’erogazione gratuita dei farmaci alla donna.

Il Dipartimento da Lei diretto si pone tra le finalità quella di “prevenire le malattie, promuovere, proteggere e migliorare la salute e il benessere dei cittadini”.
E, tra le garanzie, il supporto tecnico agli altri servizi dell’Azienda USL di Bologna nella definizione delle strategie di promozione per la salute, di prevenzione delle malattie e delle disabilità, di miglioramento della qualità della vita.
Nel leggere queste parole, voglio interpretarle nel loro significato più ampio. Pur scontrandoci quotidianamente con una serie interminabile di ingiustizie, si cerca e si chiede uno spiraglio, affinchè una cosa sacra come la vita e pertanto la salute siano finalmente considerate diritto inviolabile di ogni persona!

Chiedo a Lei, da amica della signora Flora, di intervenire per risolvere questo “errore”, frutto di una pessima e tutt’altro che disinteressata gestione della Sanità e della salute pubblica.
Chiedo a Lei, ancora, di sostenere coloro che, come Flora, si trovano quotidianamente a dover affrontare il difficile e penoso calvario di malattie gravi e che, volendo guarire, desiderano l’assistenza ed il supporto di medici spinti unicamente dall’intento di aiutarli, senza pregiudizi o ostacoli di alcun tipo, ancor meno in relazione alla scelta terapeutica che ognuno di noi dovrebbe poter scegliere liberamente!

Fiduciosa nel ricevere una Sua risposta positiva,

La saluto cordialmente

 
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Pubblicato da su marzo 23, 2013 in Governo sovranazionale, Medicina

 

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L’ OCCASIONE DI PUTIN

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MOSCA – Gli Stati Uniti, Germania, Turchia e gli alleati della NATO pensano di avere quasi tutte le munizioni che servono per rovesciare il regime in Siria, come avevano già fatto in Libia. Ma sembra che non trovino i 5 miliardi di euro (6.5 miliardi di dollari) necessari per ripetere il trucco a Cipro, dopo che i ciprioti hanno votato un mese fa.

Sabato scorso hanno giocato la carta che avrebbe dovuto confiscare questi soldi dai depositi dei russi e di altri correntisti delle banche di Cipro.

Sembrava una scommessa giusta perché a Bruxelles, il Vice Primo Ministro Igor Shuvalov ed  il Ministro delle Finanze Anton Siluanov  avevano fatto intendere che volevano andare avanti.

Ma Shuvalov e Siluanov sono degli impiegati e politicamente non contano niente.

L’alleanza occidentale ha offerto al vero russo, quello che conta, l’opportunità per mettere in atto una strategia di potere nel Mediterraneo con un costo minimo e con un rischio controllato. E’ una lezione obiettiva su quanto possa influire il denaro nella grande strategia degli armamenti.

Ma questa è la stessa operazione di potere per la quale l’Occidente e l’impero ottomano si sono contrapposti per tre secoli. C’erano riusciti contro l’imperatrice Caterina II e contro la flotta del conte Alexei Orlov nel 1770, che dopo aver vinto nella battaglia di Chesma, non appoggiò la rivolta di Daskalogiannis contro i Turchi a Creta, e alla fine perse la guerra per il Mediterraneo.
Gli alleati vinsero ancora contro Stalin tra il 1945 e il 1949 perché le priorità russe all’epoca erano più a nord. Nel 1974, la NATO incoraggiò e sostenne l’occupazione turca della parte settentrionale di Cipro, perché il Politburo di Leonid Brezhnev era occupato in altre beghe interne e, per paura di offendere la Turchia, fece un errore di valutazione di intelligence dopo l’altro.

Tutta questa vicenda russa è ricordata spesso nella storia greca perché i russi proprio nel momento in cui dovevano agire per mantenere le promesse di aiuto contro gli infedeli si tiravano sempre indietro.  C’è anche il nome di un russo che i greci danno a questo tradimento per l’incapacità di arrivare in tempo a Creta e per le sanguinose rappresaglie   turche del 1770,  quale ?  “Orlov” .

Ma adesso vediamo che c’entra il Presidente Vladimir Putin in questo affare:  i nuovi ottomani gli hanno presentato una opportunità di contrattaccare e vincere. Ma quali sono i veri interessi russi in gioco adesso, e questi interessi sono grandi abbastanza per puntare su una grande strategia e rovesciare il tavolo?

I media russi sono stati insolitamente lenti nel valutare le notizie in arrivo da Cipro, e il Cremlino insolitamente silenzioso. Una cosa spiega l’altra (vedi qui). Il Primo Ministro Dmitry Medvedev non ha detto una parola fino a quando Putin ha condannato questa operazione (vedi qui), l’unico capo di governo o di Stato che lo ha fatto in tutto il mondo.

Dopo l’incontro con il CdA della Vneseheconombank (VEB) Medvedev ha dichiarato:

“Questa proposta  sembra una confisca dei soldi di qualcun altro. Io non so a  chi sia venuta questa idea, ma questo è quanto pare. Purtroppo, abbiamo vissuto  questa esperienza durante l’epoca sovietica, quando il denaro si doveva cambiare con un rapporto che restituiva meno valore  alla gente. Ma Cipro è un paese con una economia di mercato e si suppone che sia un membro dell’Unione europea. Naturalmente, dovremo trarre alcune conclusioni da questo, perché abbiamo relazioni con Cipro e continueremo a consultarci., ma dovremo fare qualche modifica nella nostra posizione, pur sapendo che, in generale, sarebbe stato meglio tenere i soldi nelle banche russe. “

(omissis) Un rapporto della banca Uralsib, uscito lunedì era ottimista. ”A questo punto, i rischi per l’economia russa e per le imprese sembrano insignificanti, a condizione che la corsa alle banche cipriote non diventi una nuova scalata per ogni  nuova crisi europea. Sottoliniamo che tra le banche quotate la VTB ha l’esposizione maggiore, mentre le banche  Novatek e Lukoil hanno dei programmi di riacquisto che possono bilanciare. Ca potenziale attività di M & A [fusioni e acquisizioni] dei residenti a Cipro ne potrebbe soffrire.”

La fuga di capitali che si rischia a Cipro porterà altrove i soldi russi: ” Difficile che questi soldi tornino in Russia”. Il prelievo dai depositi, se fosse al 9,9% proposto inizialmente, non sarebbe nemmeno un impatto troppo grave. Secondo il team di ricerca della Uralsib, guidato da Konstantin Chernyshev. ”settore bancario russo soffrirebbe solo per l’1% delle attività interbancarie collegate (0,1% del patrimonio totale del settore), percentuale  piuttosto irrilevante.

Il rischio più grande per la Russia, ha calcolato la Uralsib, si verificherebbe se il piano di salvataggio non riuscisse del tutto, e le banche di Cipro fallissero.

Ci sono implicazioni indirette tra cui il colpo che i correntisti russi potrebbero ricevere (secondo Moody  le banche di Cipro detengono  $ 19 miliardi in depositi russi non bancari, o il 2% del totale dei depositi ) e inoltre, non è stata ancora presa una decisione finale sul salvataggio e quindi il rischio di fallimento a Cipro non è ancora scongiurato.

Nel peggiore dei casi, il settore bancario russo rischia i pagamenti di $ 40 miliardi di prestiti fatti a società di Cipro ancora in sospeso ( il 6% del portafoglio), con una possibile reazione a catena causato dall’aumento delle sofferenze ($ 40 miliardi di prestiti equivalgono  al 130% del totale dei finanziamenti alle imprese in sofferenza), e questo bloccherebbe l’attività di deposito e prestiti, danneggiando la redditività.

Supponendo che il settore avesse bisogno subito di tutti i  $ 40 miliardi di prestiti (cosa improbabile), si potrebbe finire con una perdita netta d’esercizio (l’utile netto  del  2012 è stato $ 33 miliardi). (omissis)
Moody ha pubblicato un rapporto di Evgeny Tarzimov, che afferma che la proposta della tassa sui depositi farebbe scattare una fuga di fondi dalle banche russe di Cipro. che a sua volta potrebbe obbligare le banche russe a rifornire di contanti le loro controllate a Cipro.
(omissis)
La VTB sta limitando la sua esposizione, almeno per proteggere il prezzo delle sue azioni, che questa settimana è sceso del 9% ma forse non l’hanno detto a Putin. Secondo il rapporto Uralsib, la  VTB, di Cipro ha pagato US $ 100 milioni di dividendi nel 2011, ed il 60% è stato incassato dalla casa-madre VTB – il che significa che anche se il gruppo perde completamente i suoi utili da Cipro ( e non sembra essere il caso) per ora perderebbe meno del 2% del reddito netto.  La VTB non rivela l’importo dei prestiti erogati a imprese con base a Cipro, né i depositi interbancari, mentre le obbligazioni cipriote sono irrilevanti. La stessa banca non vede una grave minaccia da questa situazione e ritiene che non vi siano motivi di preoccupazione, finora.

IL CEO del VTB, Sergei Dubinin, ha annunciato uno programma di stile sovietico di nazionalizzazione per il salvataggio. Dubinin è stato licenziato già due volte per aver presieduto durante il disastro finanziario – il crollo del rublo del 1994 e il default dei titoli di Stato del 1998.

” La responsabilità per lo stato delle attività bancarie”  di Cipro  –  ha detto – deve ricadere in primo luogo su chi ha accettato rischi del business, cioè, i proprietari e gli azionisti delle banche.”

Se saranno costretti a cederne il controllo allo stato, – ha continuato –  il governo russo potrebbe essere in grado di rifinanziare il governo cipriota, ma con una garanzia sovrana e non commerciale. Per evitare che un assalto alle banche, Dubinin  ha anche detto che i depositi bancari dovrebbero essere divisi in porzioni soggette a regolamentazione per un ritiro progressivo.

Un’analisi di Ivan Tchakarov di Renaissance Capital, pubblicata lunedì mattina, contava solo $ 3,1 miliardi di fondi russi direttamente soggetti a perdite – $ 1,9 miliardi di depositi  non bancari russi nel sistema bancario cipriota, e 1,2 miliardi di dollari depositati in banche russe a Cipro. Nel complesso, il tutto rappresenta in sintesi lo 0,24% del PIL della Russia del 2012  -” una quantità insignificante da un punto di vista macro ”.

Ma ” i costi potrebbero salire a livelli non banali (fino al 2% del PIL), se Cipro imponesse controlli sui capitali,” come dice il rapporto RenCap.  A rigor di termini, i 40 miliardi di dollari dei prestiti in essere non dovrebbero essere toccati dal taglio sui depositi:

1)      si tratta di prestiti e non di depositi,

2)      i prestiti sono generalmente utilizzati per attività di finanziamento al di fuori  di  Cipro, e quindi estranei alla situazione macro in Cipro.

Naturalmente, se Cipro dovesse imporre controlli sui capitali, questo non potrebbe avvenire e le banche russe potrebbero  affrontare perdite significative, pari a quasi il 2% del PIL. L’Uralsib valuta comunque questo impatto sulle principali società russe come un leggero impatto.
Quasi tutte le banche russe hanno delle controllate registrate a Cipro, ma le negoziazioni principali sono effettuate tramite società commerciali registrate in altri paesi, soprattutto in Svizzera. (omissis)

Gli analisti della Uralsib sembrano non sapere quanto il sistema bancario cipriota ( come quello lettone) sia dipendente dalle principali società collegate alla Rusal ( il gigante dell’alluminio). D’altra parte, il CEO della Rusal, Oleg Deripaska ha passato l’ultima settimana ad attaccare pubblicamente le banche statali russe  per i tassi di interesse eccessivi addebitati alla Rusal. Casualmente, il presidente della Rusal, Matthias Warnig, siede anche nel CdA della VTB.

Ora sembra che Deripaska stia mendicando dalle banche statali un rifinanziamento del debito bancario di Cipro. Un altro membro del consiglio della Rusal, Dmitry Afanasiev, che è anche avvocato personale di Deripaska, ha annunciato a Mosca che la Vnesheconombank (VEB), che già salvò la Rusal nel novembre 2008, dovrebbe soccorrere Cipro.  (omissis)

Del settore trasporti della Russia, il rapporto di Uralsib dice che  Global Ports [di proprietà di Nikita Mishin, Andrei Filatov, e Konstantin Nikolaev] e Globaltrans [stessa proprietà] sono registrate come società giuridiche cipriote. I rappresentanti delle società hanno detto che l’impatto della tassa di deposito se verrà imposta dal governo di Cipro non sarà rilevante per entrambe le società che detengono una liquidità trascurabile nelle banche cipriote, dato che le loro attività operative sono al di fuori di Cipro.

Una società immobiliare, la  AFI, può perdere i soldi, ma non molti: AFI di sviluppo sembra essere la più colpita dalla tassa Una Tantum  sui depositi bancari. Tuttavia, la società afferma che la dimensione delle sue potenziali perdite per questa imposizione fiscale inattesa sembra essere molto piccola, in quanto ha in giacenza solo circa $ 5 milioni sui suoi conti bancari a Cipro. Il resto del denaro, che viene registrato come liquidi o mezzi equivalenti, è classificato come servizi bancari aperti e quindi non sarebbe soggetto alle nuove iniziative fiscali. Nel caso in cui il nuovo prelievo fiscale fosse approvato dal parlamento di Cipro, l’ AFI Development potrebbe perdere  nel peggiore dei casi mezzo milione di dollari, che equivale allo 0,04% del suo patrimonio netto.

L’AFI, benché quotata in borsa a Londra, è controllata da Lev Leviev, che  ha nominato tre politici ciprioti nel consiglio dell’AFI, uno dei quali, Michalis Sarris, è l’attuale Ministro delle Finanze, quello che deve accettare il prelievo dai depositi bancari. (omissis)

Fonti di Cipro dicono che nei negoziati con il governo di Cipro,  diversi mesi fa, Gazprom e altri enti russi avevano offerto di acquistare e ricapitalizzare le banche di Cipro. Ma i ciprioti avevano rifiutato di accettare le condizioni dei russi.
” I ciprioti non volevano una valutazione equa del loro portafoglio prestiti né volevano prepagare [off-shore] le forniture di  gas ”- dice un uomo di affari residente  a Cipro- e continua –  gli uomini d’affari ciprioti, che hanno preso in prestito somme pesanti dalle banche e che non possono rimborsare i prestiti essendo crollato il valore degli immobili, sono favorevoli al passaggio di responsabilità ai russi, perché in questo modo si allevierebbe la loro posizione. Si tratta di un potente sostegno per il presidente Nicos Anastasiades, entrato in carica solo da un mese.

” La mossa tedesca e olandese era stata pianificata per bene” – continua la fonte – ” Hanno teso un agguato al nuovo presidente. Ma lui è stato disonesto – avrebbe dovuto dividere in parti  prestiti bancari e assets per venderli a prezzi scontati. Vogliamo proprio vedere se Nicos pensa ancora che Berlino e la Merkel sono  amici suoi. Il suo parlamento e la sua gente non lo seguono in questo. Potrebbe essere la più breve presidenza di sempre.”
Poi  la fonte dice che il sentimento dominante a Cipro si sta spostando verso la nazionalizzazione delle banche, per chiedere di uscire dalla zona euro, e rinegoziare un sistema completamente diverso nelle sue relazioni con Mosca. Ma se l’esposizione finanziaria è relativamente piccola, ci saranno altri interessi strategici russi più importanti ?

Uno di questi interessi, riconosciuto dal Ministro delle Finanze Siluanov,  dopo che Putin aveva fatto il suo annuncio di  lunedì e quindi aveva potuto ricominciare a parlare, è che l’Unione europea aveva consegnato le condizioni ai ciprioti,  senza aver prima informato e consultato i russi, come da accordi. Se solo l’avessero detto a Siluanov e al suo vice Anton Shatalov , la settimana scorsa, quando si stava decidendo la cosa, mentre loro facevano i pesci i barile per proteggere Putin, ora non dovrebbero proteggersi il sedere.

Il risultato è che il piano UE è attacco voluto contro gli interessi russi.  Se si guardasse al Cremlino attraverso la natura docile e sottomessa di  Siluanov e Shatalov,  non si vedrebbe che Putin sembra aver già deciso che questa strategia per lui non va affatto bene. L’ha detto chiaramente lunedì scorso. Se Putin non riuscirà a portare avanti la sua azione nel corso dei negoziati con i ciprioti oggi, il danno sarà maggiore.

E il riciclaggio di denaro e il sostegno all’evasione fiscale e la politica del Cremlino di de-offshorization? La dichiarazione di Putin di lunedì, come ha precisato il suo portavoce Dmitry Peskov, ha sottolineato che il salvataggio delle banche e dei loro correntisti a Cipro non serve a proteggere chi viola la legge in Russia. Putin, come anche Medvedev, ha ribadito che vede una soluzione a breve termine in un negoziato sul trasferimento dei dati e sulle responsabilità tra i  russi e le autorità di controllo cipriote; la soluzione a lungo termine dovrà far crescere la fiducia dei russi verso le istituzioni finanziarie russe.
Dato che quest’ultimo punto è ancora di la da venire, Putin, e molti altri, riconosce che se questo attacco dell’UE riuscirà a buttare fuori Cipro,  questo sarà utile per il più grande centro di riciclaggio di denaro del mondo – Londra.

I giornali londinesi che hanno fatto una dura campagna,  nelle loro colonne,  contro la Russia a Cipro – il Financial Times e The Economist, entrambi di proprietà di Pearson – hanno tenuto ben nascosti gli interessi inglesi.

Entrambi questi giornali sono stati accusati da Private Eye, la rivista londinese di inchiesta, per  aver trasferito  i loro conti in Lussemburgo ed aver evaso le tasse con l’approvazione delle autorità fiscali del Regno Unito. L’attacco dei media sui depositi russi a Cipro proviene da più fronti, come il Luxembourg Finance n.2 Ltd.,l’  Embankment Finance Ltd (Lussemburgo), e il Luxembourg Holdings SeNC.

Quello che farà adesso Putin non sarà andare né a Londra né a Lussemburgo. Ma se ne avrà la possibilità ripeterà le mosse della battaglia di Chesma, e questa volta salverà i Greci dall’annegamento, mettendoci i soldi, Putin farà di più per l’interesse strategico russo nel Mediterraneo di quello che provarono a fare Caterina e Orlov nel 1770.

Conterà molto più che avere una flotta di sei fregate e incrociatori nel  Mar Nero pronte ad entrare nel Mediterraneo per pattugliarlo permanentemente.

John Helmer è  corrispondente da Mosca dal 1989, specializzato in affari russi.
Fonte: http://www.atimes.com
Link:http://www.atimes.com/atimes/Global_Economy/GECON-02-210313.html
21.03.2013

Traduzione per http://www.ComeDonChisciotte.org a cura di BOSUE PRIMARIO

Nota del traduttore

Per una più scorrevole lettura di questo articolo, alcuni passi, ritenuti non essenziali per la comprensione del testo, non sono stati riportati (omissis)

 
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Pubblicato da su marzo 23, 2013 in Governo sovranazionale

 

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Cipro, la folla sventa una rapina! Ma 7 indizi preoccupano l’Italia

di LEONARDO FACCO
Sulla scorta della brutta aria che tirava per le strade di Cipro, il parlamento isolano ha deciso di respingere al mittente (almeno per ora) l’idea di fottere ai correntisti delle banche locali il 6,75% per i depositi tra 20.000 e 100.000 euro e il 9,9% per quelli superiori Nessun prelievo forzoso – come da emendamento dell’ultima ora – per quelli con il saldo sotto i 20.000 euro. La folla imbestialita ha sventata una rapina bella e buona insomma.
Un buon segno? Dipende, se non fosse che questa idea balzana pare affascinare anche il partito dei Verdi della Nuova Zelanda, che vorrebbe applicare una medicina simile (leggasi ladrocinio) per salvare le proprie banche.
Al netto di come si evolveranno i fatti, la notizia ha allarmato, e fatto discutere, parecchia gente. Dacché, un po’ tutti dalle nostre parti han cominciato a chiedersi: quando toccherà all’Italia? Vorrei provare a rispondere a questa domanda con un elenco di indizi.
1- L’Italia – nelle ultime posizioni di quasi tutte le classifiche economiche – in materia di rapina ha anticipato di 21 anni il governo cipriota. Un tale Giuliano Amato, che ciuccia dalle tasche di Pantalone 31.000 euro di pensioni varie al mese, quando sedeva alla presidenza del Consiglio decise, nottetempo e retroattivamente, di entrare nelle banche di tutta Italia per fottere il 6 per mille di quanto depositato da ogni correntista.
2- Da quando è ufficialmente saltata per aria “Lehman Brother’s” (che ha innescato la crisi vera, quella dei debiti sovrani), è iniziata una gigantesca campagna diffamatoria nei confronti dell’evasione fiscale. Il tentativo, riuscito, era quello di nascondere le malefatte dei governi dietro ad un paravento fittizio di improbabili nemici del popolo per aizzare la guerra del tutti contro tutti, che tanto fa comodo a chi detiene il potere e tassa indiscriminatamente.
3- Con l’immane fandonia di salvare l’Italia, il governo Monti (sorretto da destra-centro-sinistra) ha introdotto e/o rafforzato, cito a memoria, “spesometro”, “redditometro”, “Serpico”, “Studi di settore”. Di più: per non farsi mancare nulla ha fatto strame dello statuto del contribuente ed ha portato la pressione fiscale media oltre il 70%……………………..

4- Monti, con l’approvazione dei parassiti che hanno sostenuto il suo gabinetto, ha continuato l’opera che iniziò il duo Visco-Prodi per limitare l’uso del contante, portando il limite a 999 euro. Bersani, candidato in pectore alla presidenza del Consiglio, ha già proposto che quella soglia va abbassata e portata a 300 euro. Milena Gabanelli – che di economia ne sa quanto il sottoscritto di fissione nucleare, una beata fava – vorrebbe abolire l’uso del contante tout court. Ora, giusto per rinfrescarvi le idee vorrei mettervi al corrente che il taglieggiamento messo in atto a Nicosia rende chiarissimo il motivo per cui la casta ci tiene tanto a vedere abolito il cash!
5- Giuliano Amato, sempre lui, scrisse un paio di anni fa sul Corriere della Sera un editoriale in cui propose quanto segue: si faccia una patrimoniale una-tantum da 30.000 euro per ciascun italiano, in questo modo il debito pubblico verrebbe ridotto dal 120% all’80%, permettendo al paese di guardare al futuro. Mancava poco che gli consegnassero il Nobel.
6- Mauro Meneghini, su queste colonne, due giorni fa ha scritto un dettagliato articolo in cui evidenziava come la Bce avesse già approntato uno studio per dimostrare che gli “italiani sono ricchi il doppio dei tedeschi” e che, quindi, la scelta di una imposta patrimoniale da appioppare sulle spalle dei contribuenti tricoloriti non sarebbe sgradita come soluzione.
7- Ieri, Il chief economist di Commerzbank, Jörg Krämer, ha sottolineato che la mediana dei patrimoni italiani è pari a 164.000 euro, mentre per esempio nell’economia più in salute dell’Austria è di circa 76.000 euro. Questo significa – repetita juvant – che in Italia, in teoria, con un’aliquota del 15% sul patrimonio la crisi del debito potrebbe rientrare. Basti pensare che i beni netti degli italiani sono equivalenti al 173% del Pil, paragonati al 124% della Germania.
Solitamente, basterebbero 3 indizi per fare una prova. Da un paio di giorni, però, tutti gli “opinion maker” del regime dell’informazione italica si pongono questa demenziale domanda: non sarebbe il caso di fare presto un governo per evitare un prelievo a mo’ di Cipro? Probabilmente, sarebbe il caso di spiegare loro che a Cipro è successo quel che è successo proprio perché esiste un governo che ha accettato – prima che le piazze si rivoltassero – i diktat di troike varie e Unione europea – , di aggredire arbitrariamente, e a cuor leggero, la proprietà altrui, rubando impunemente il frutto del loro lavoro dai loro conti bancari.
Vi porgo io una domanda a questo punto: ma davvero lo Stato siamo noi? Chi pensa che la risposta debba essere sì, provi a chiedersi se mai ruberebbe a sé stesso. Vittorio Alfieri scrivendo “Della Tirannide” affermò: Qualunque governo che può manovrare a proprio piacimento le leggi o anche raggirarle è tiranno: quindi in generale ogni forma di organizzazione statale lo è”! E per il governo (o tiranno) la rapina è uno stile di vita che tanto si confà a quel gruppuscolo di uomini (gli eletti, o banda di briganti) la cui moralità è un gradino sotto quella di un pedofilo! Cipro e il super-governo europeo hanno confermato la massima di cui sopra, confermando che lo Stato è nient’altro che crimine organizzato.
Democraticamente però…!

 

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La guerra delle due Cristine

di Lea Glarey – 4 marzo 2013.

Si tratta di un fatto di cronaca non-recente, in Italia lasciato vagare solitario nell’etere del nulla. Eppure è una storia di cui si deve parlare, una storia che mi ha fatto nuovamente provare quell’entusiasmo di quando si guarda una partita e si sa esattamente per chi tifare, perché si sa con precisione atomica chi è il buono e chi è il cattivo…

Non vi farò qui tutta la storia di quella che a livello mondiale è conosciuta come la “The Christines at war”, La Guerra delle Due Cristine che, al pari della Guerra delle Due Rose, sta mettendo in ginocchio l’Inghilterra e buona parte dell’Europa. La storia intera potete andare a cercarvela da voi. Ne vale la pena. Io voglio narrarvi qui solo un piccolo episodio, una battaglia vinta…

Si tratta della Battaglia dei limoni… sì dei limoni, quei frutti gialli succosi, di cui l’Italia è il primo produttore mondiale in termini di qualità…

Le parti in causa sono, oltre l’inflazione argentina che a seconda delle agenzie di rating che forniscono i valori varia dal 30% (J.P.Morgan, Citibank e Societè Generale) al 9 % (Governo Repubblica Argentina), due signore, due Cristine appunto. La prima madame è la segretaria del Fondo Monetario Internazionale nonché ufficiale della Legion d’Onore, Christine Madeleine Odette Lagarde, per gli intimi Christine Lagarde, “comare secca” per gli altri, avvocato e politico francese, esponente del UMP; l’altra la señora Presidenta Cristina Elisabet Fernández de Kirchner, anche lei avvocato e politico, esponente del Fronte per la Vittoria.

Immaginatevi la scena. Siamo nello splendido palcoscenico della East Coast degli Usa. Un sole inclemente batteva solitario le strade deserte di Hadleyville… scusate questo è Mezzogiorno di fuoco, ma credo la tensione fosse la stessa. Dov’eravamo? Ah… nello splendido palcoscenico della East Coast degli Stati Uniti d’America. Facendo affidamento ai dati forniti dalla J.P. Morgan e compagnia bella, la segretaria Christine detta “comare secca”, nel disperato tentativo di rendersi simpatica esordisce con un: “Per il momento sto mostrando a quella nazione il cartellino giallo; ma c’è una inderogabile scadenza che è il 10 dicembre 2012. Superata quella data scatterà automaticamente il cartellino rosso e l’Argentina verrà espulsa dal Fondo Monetario Internazionale”. Una minaccia. Sì, una minaccia, come nella migliore tradizione della diplomazia mondiale.

Neanche a farlo apposta la presidentessa Cristina Elisabet Fernández de Kirchner si trovava lo stesso giorno a New York, per portare avanti la causa dell’Indipendenza del Sud America. Con la nonchalance di chi è ben consapevole che sono tango, milonga e rumba a tener vivo lo spirito di una Nazione e non le fesserie che ci perorano i politici risponde: “L’Argentina è una grande nazione. Ma prima ancora è una nazione grande. Abbiamo un vasto territorio baciato dalla fortuna naturale. Abbiamo risorse nostre, che ci consentiranno la salvaguardia della nostra autonomia e della nostra indipendenza. Ma soprattutto siamo un paese orgoglioso che ci tiene alla propria dignità. Vorrà dire che staremo fuori”.

Per dirla con i miei amati western: “Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, quello con la pistola è un uomo morto!” Non si trattava infatti, anche in questo caso, di un contenzioso… Per un pugno di dollari?

Ma cosa c’entreranno direte voi i limoni… un attimo di pazienza, please!

Quando l’Argentina nel 2004 si rimbocca le maniche per rialzarsi dalla crisi nella quale era precipitata, numerosi paesi del mondo stipulano con questo Paese Grande e ricco di ogni ben di Dio contratti per la fornitura dei prodotti i più svariati. La Cina stipula contratti per l’approvvigionamento di soia (assorbendo il 92 % della produzione del Paese), 10 milioni di bovini per soddisfare la richiesta di carne del mercato nazionale; il Giappone firma un contratto per l’acquisto di 20 milioni di ettolitri di acqua al mese per i prossimi 50 anni.

Così si arriva finalmente ai limoni.

La Germania in quel periodo aveva inviato fior di agronomi in Argentina e questi si accorgono subito della qualità dei limoni di questo paese, secondi solo a quelli italiani che però costano ben il 212% in più! Nel 2009 i limoni argentini entrano nel mercato internazionale e la Coca Cola, che conta il limone come componente di 22 su 30 delle sue bibite, firma un contratto della durata di 25 anni.

Un anno dopo, nel 2010, quando USA e Unione Europea aggrediscono le economie Sudamericane che sembrano dimostrare con i loro successi l’esistenza di un sistema economico e politico valido ed in grado di sollevare una nazione dalla bancarotta, il governo inglese di David Cameron scopre, guarda caso, che i limoni argentini non rispettano i parametri sanitari internazionali. Qui ci sarebbe da sindacare ma andiamo avanti. L’Inghilterra si rifà all’Unione Europea, della quale non è parte, e Van Rompuy chiede una forte penalizzazione per l’Argentina che porta alla chiusura immeditata di tutte le esportazioni di limoni da questo paese.

L’Argentina trema. I danni calcolati sono immensi.

Ma la fantasia latina non ha limiti e le belle donne sono spesso anche intelligenti. Così la señora Cristina Fernandez in persona, la Presidenta, scrive di suo pugno una lettera di fuoco alla Coca Cola dove, facendo leva sulla denuncia dell’Unione Europea, chiede che vengano ritirate immediatamente le 22 bibite che contengono limoni argentini: “Perché prive dei dispositivi di salvaguardia sanitaria previsti dalle convenzioni europee vigenti, visto che l’Europa sostiene che i nostri limoni non vanno bene, si deduce che non possono andare bene neppure bibite composte con i nostri limoni”. Per la multinazionale di Atlanta si tratta di uno scherzetto di circa 25 miliardi di euro. La Coca Cola sceglie seduta stante da che parte stare… indovinate un po’? La segretaria del Fondo Monetario Internazionale se la passa male.

1-0 per l’Argentina. A voler ben vedere:

 

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Uomini, macchine e log

DI ImmagineTesla,

Disporre di informazione è facile, l’attendibilità e la fiducia sono tutt’altra cosa e la deontologia non si sente troppo bene.

Una storia recente riguarda il modo in cui la disponibilità di dati influenza i processi che stanno intorno non solo a come una storia viene raccontata, ma anche alle reazioni e alle conseguenze che essa provoca.

L’8 febbraio sul New York Times (NYT), John M. Broder stronca la Tesla S durante una prova su strada. La Tesla S è un’automobile elettrica molto bella da vedere e avanzata tecnologicamente, accolta nel 2012 con reazioni generalmente molto buone.

Broder racconta tra l’altro di essere stato costretto a terminare la prova con l’automobile caricata su un carro attrezzi: la macchina ha terminato le riserve di energia prima che lui fosse in grado di rifornirsi.

A Broder risponde Elon Musk – amministratore delegato di Tesla – con un post in cui lo contraddice mostrando i dati registrati dal veicolo utilizzato per il test: dati che nell’interpretazione di Musk raccontano comportamenti quantomeno anomali tenuti dal giornalista durante la prova.

La tesi di Musk è chiara: Broder ha guidato in modo da influenzare il risultato, con lo scopo di compromettere l’immagine dell’azienda in particolare e delle automobili elettriche in generale. Ovviamente è giallo, ma il caso esiste e la storia è complicata. Forse Broder si è comportato scorrettamente – per ragioni ideologiche, diciamo – o forse Tesla ha falsificato i dati per salvare la faccia.

Una prima considerazione: in questa sede – come fa notare anche Marco Arment – Tesla si comporta a tutti gli effetti come una media company: assume a sé la gestione delle pubbliche relazioni attraverso uno strumento ad un tempo semplice e potente – il proprio blog aziendale – taglia fuori eventuali intermediari e mette in discussione direttamente la correttezza del NYT. Come lei in futuro potranno fare altre aziende.

A questo punto interviene il public editor del NYT, Margaret Sullivan:

L’articolo di Broder è stato certamente negativo per Tesla. E gli argomenti portati da Musk sono devestanti per qualunque giornalista.

Rebecca Greenfield segue la vicenda e ne scrive su The Atlantic Wire. In un lungo articolo smonta la tesi di Musk – e quindi la linea di difesa di Tesla – utilizzandone gli stessi dati. Mentre scrivo, l’articolo di Greenfield ha 357 commenti. Molti di questi però – scrive Sullivan – contraddicono l’interpretazione dei dati proposta da Greenfield.

Broder ha intanto pubblicato la sua risposta a Musk, che continua a essere irreperibile. Ecco cosa vorrebbe chiedergli Margaret Sullivan:

Ho intenzione di chiedergli di rilasciare completamente e “open source” i registri di guida, insieme a qualsiasi altro dato che possa essere necessario per una migliore comprensione e interpretazione.

L’esperienza di Broder raccontata sul NYT è contraddetta dall’interpretazione dei dati registrati nel log, diffusamente dibattuta online. Gli stessi dati vengono utilizzati per confutare la tesi di Tesla e la stessa confutazione viene respinta dai commentatori, che ritengono più aderente alla realtà l’analisi fatta dall’azienza. Resta una sola soluzione, chiesta e finora non ottenuta: dati aperti, per fare chiarezza.

 
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Pubblicato da su marzo 7, 2013 in Soluzioni possibili

 

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