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Archivio mensile:gennaio 2013

La Bolivia ha promulgato nell’ottobre 2012 la “Legge quadro della Madre Terra e dello sviluppo integrale per il vivir bien”.

La Legge definisce la Madre Terra come “… il sistema vivente dinamico formato da una comunità indivisibile di tutti i sistemi di vita e gli esseri viventi che sono interconnessi, interdipendenti e complementari, che condividono un destino comune, aggiungendo che ” la Madre Terra è considerata sacra..”.  In questo approccio gli esseri umani e le loro comunità sono considerati una parte della Madre Terra, per essere integrati in sistemi di vita definiti come “… comunità complesse e dinamiche di piante, animali, microrganismi e altri esseri nel loro ambiente, in cui le comunità umane e il resto della natura interagiscono come una unità funzionale, sotto l’influenza di fattori climatici, fisiografici e geologici, nonché delle pratiche produttive e della diversità culturale dei boliviani…”.
Tale asserzione può essere vista come una definizione degli ecosistemi più inclusiva, in quanto vi è compresa esplicitamente la dimensione sociale, culturale ed economica delle comunità umane.

La Legge si ricollega ai già sanciti sette diritti specifici di Madre Terra e dei suoi sistemi di vita costitutivi, comprese le comunità umane :
Per la vita: è il diritto al mantenimento dell’integrità dei sistemi di vita e dei processi naturali che li sostengono, così come le capacità e le condizioni per il loro rinnovo;
Per la diversità della vita: è il diritto alla conservazione della differenziazione e della varietà degli esseri che compongono la Madre Terra, senza essere geneticamente modificati, né modificati artificialmente nella loro struttura, in modo tale che non sia minacciata la loro esistenza, il funzionamento e il futuro potenziale;
Per l’acqua: è il diritto alla conservazione della qualità e alla composizione delle acque per sostenere i sistemi di vita e proteggerli contro la contaminazione;
Per l’aria: è il diritto al mantenimento della qualità e della composizione dell’aria per sostenere sistemi di vita e proteggerli contro la contaminazione;
Per l’equilibrio: è il diritto al mantenimento o al ripristino della interrelazione, dell’interdipendenza e della capacità di integrare le funzionalità dei componenti della Madre Terra in modo equilibrato, per il proseguimento dei suoi cicli e il rinnovamento dei processi vitali
Per il ripristino: E’ il diritto al ripristino efficace e opportuno dei sistemi di vita compromessi a causa delle attività umane dirette o indirette
Vivere senza contaminazione: è il diritto alla conservazione della Madre Terra e dei suoi componenti per quanto riguarda i rifiuti tossici e radioattivi prodotti dalle attività umane

Ma soprattutto la Legge stabilisce il carattere giuridico della Madre Terra come “soggetto collettivo di interesse pubblico”, per garantire l’esercizio e la tutela dei suoi diritti. Dotando Madre Terra di personalità giuridica, essa può, attraverso i suoi rappresentanti (gli esseri umani), intraprendere un ricorso per difendere i suoi diritti.

Sul piano attuativo vengono creati strumenti ad hoc come il “Consiglio Plurinazionale per il Vivir bien in armonia e in equilibrio con la Madre Terra”, che dovrà elaborare le politiche ed i programmi di attuazione di questa Legge Quadro, e come un fondo per finanziare attività volte all’adattamento e alla mitigazione dei cambiamenti climatici.

Questa Legge sposta quindi la visione del mondo da una concezione antropocentrica ad una olistica, che attribuisce alla Natura e agli esseri umani pari diritti. Dire che la Madre Terra è di interesse pubblico costituisce infatti la transizione verso la prospettiva di una Terra basata sulla comunità di tutti i viventi.

di Enzo Parisi – Reti il Cambiamento

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Bolivia, il presidente Morales nazionalizza l’energia elettrica di Iberdrola

2 gennaio 2013

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evo morales

di: Angela Nocioni

E’ l’impresa spagnola che gestisce la distribuzione elettrica nella zona di La Paz e nell’area mineraria di Oruro. E’ la seconda nazionalizzazione in otto mesi ai danni di una azienda iberica. A maggio era toccato alla società di trasporti Red Eléctrica, non ancora indennizzata

Capodanno di nazionalizzazioni in Bolivia. Questa volta Evo Morales non ha scelto la data simbolica del primo maggio per annunciare l’esproprio di un’impresa privata. E’ stato alla fine dell’anno, insieme agli auguri per un “2013 feliz” che il presidente boliviano ha deciso di rendere pubblica la distribuzione dell’energia elettrica nella capitale. Nazionalizzata la Iberdrola, impresa spagnola che gestisce la distribuzione elettrica nella zona di La Paz e nell’area mineraria di Oruro.

Il governo l’accusa di mantenere tariffe troppo alte nelle zone rurali dell’altipiano (tariffe doppie rispetto alla città), dove portare l’elettricità costa di più.

“Siamo stati obbligati a prendere questa misura – ha detto Morales parlando a Cochabamba, zoccolo duro del sindacalismo a lui fedele, l’area in cui prende più voti – è l’unica maniera per far sì che le tariffe del servizio siano giuste e la qualità uniforme in tutto il Paese. Abbiamo trattato per quattro mesi con l’impresa, l’abbiamo pregata di assumere la sua responsabilità sociale come azienda, non l’ha fatto e noi siamo costretti a prendere misure per tutelare il nostro popolo”. Nei punti strategici della distribuzione di elettricità, a la Paz e a Oruro, sono stati mandati 740 poliziotti.

Gli spagnoli sono furiosi. E’ la seconda nazionalizzazione in otto mesi. A maggio era toccato all’azienda di trasporti Red Eléctrica, anch’essa spagnola, non ancora indennizzata. Ufficialmente l’impresa tace, aspetta di conoscere i dettagli del decreto di nazionalizzazione. Ha fatto solo sapere di aspettarsi un indennizzo che “paghi il valore reale dell’azienda”, che potrebbe aggirarsi attorno ai 75 milioni di euro. Di solito le imprese in questi casi sono prudenti. Sanno che puntare i piedi non serve, se non hanno raggiunto un accordo prima dell’esproprio. Aspettano che passi la fase calda della propaganda governativa per tornare a trattare e, alle brutte, ricorrono alla Corte dell’Aja. Per adesso gli spagnoli dicono di voler aspettare i 180 giorni fissati dal decreto perché un esperto, teoricamente indipendente, stabilisca l’ammontare dell’indennizzo. Iberdrola opera in Bolivia attraverso la holding Iberbolivia de Inversiones, di cui possiede il 64%. Iberbolivia de Inversiones possiede l’ 89,5% delle azioni di Electropaz, impresa di elettricità di La Paz, nella quale ha partecipazioni anche il Banco Santander.

La viceministra dell’energia Hortensia Jiménez ha promesso che dopo la nazionalizzazione le tariffe si ridurranno fino al 50%. Con quest’esproprio l’intera gestione dell’energia elettrica in Bolivia, dalla produzione fino alla distribuzione, passa in mano alla statale Empresa Nacional de Electricidad. Quattro imprese di produzione dell’elettricità, comprese due filiali della francese Gdf Suez e dell’inglese Rurelec, sono state espropriate nel 2010. Entrambe sono ricorse alla Corte dell’Aya.

La confindustria locale rimprovera a Morales di aver annunciato questa decisione proprio mentre si sta discutendo una nuova legge per attrarre gli investimenti stranieri. Da quando è stato eletto la prima volta, nel 2006, Morales ha portato avanti con calma, ma con costanza, una politica di recupero delle imprese (soprattutto di servizi) privatizzate durante gli anni Novanta, il decennio delle grandi svendite dei patrimoni pubblici in America Latina.

Nel 2008 toccò anche all’Entel, controllata dall’italiana Telecom. Il decreto che la nazionalizzò portava il numero 29544. Il capitale italiano era in Entel da dodici anni. Entrò nel 1996 durante il sontuoso piano di privatizzazioni lanciato dall’allora presidente Gonzalo Sanchez de Lozada, poi travolto da una serie di rivolte popolari. Il modello fu quello della capitalizzazione: imprese private investirono capitale nelle aziende statali in vendita ottenendo in cambio il 50% delle azioni di proprietà e il diritto all’amministrazione dell’azienda capitalizzata. Nella stessa maniera furono vendute molte delle imprese statali dal governo de Lozada: quelle che si occupano dello sfruttamento dei giacimenti di gas (principale risorsa del Paese, nazionalizzata nel 2006 da Morales), le ferrovie e la compagnia di bandiera Lloyd aereo boliviano.

Entel era una delle imprese migliori della Bolivia. Quasi cinquanta milioni di dollari di profitto nel 2006. Controllava il 68% della telefonia fissa, il 67% di quella cellulare e il 90% dei servizi Internet.

A fare l’affare con Sanchez de Lozada fu la Stet, poi Telecom, che per 610 milioni di dollari comprò il 50% delle azioni di Entel. Un 6% fu comprato da investitori minori e il 44% restò statale, ma passò sostanzialmente in mano di due fondi pensione (uno del gruppo spagnolo Bbva e l’altro altro della svizzera Zurich).

La prima e più eclatante nazionalizzazione è stata quella degli idrocarburi, biglietto da visita con cui Morales si presentò al mondo, il primo grande atto del suo governo nel primo maggio del 2006. Da lì, una lunga serie di tavoli di contrattazione con varie imprese straniere per fissare nuove tariffe nello sfruttamento delle immense risorse minerarie boliviane. Ad ottobre di quello stesso anno, fu statalizzata la produzione di stagno nell’area di Huanuni. Nel febbraio del 2007 tocca alla fonderia svizzera Vinto.

Nella primavera del 2008 a quattro filiali della spagnola Repsol, dell’Ashmore e British Petroleum (inglese) e del consorzio peruviano-tedesco Compagnia logistica degli idrocarburi. Sempre in quei mesi la Bolivia recupera il controllo degli idrocarburi estratti dalla Panamerican Energy (proprietà British Petroleum), quelli dell’Andina, filiale della spagnola Repsol, e quelli della Transredes, controllata dall’olandese Shell.

Solo la Repsol riesce a firmare un accordo con lo Stato boliviano per gestire in compartecipazione il mercato degli idrocarburi (la Bolivia è ricchissima di gas). Nel febbraio del 2009 espropriati 36mila ettari di aziende agricole accusate di far lavorare in stato di schiavitù indigeni guaranì. Poi arriva l’ondata della nazionalizzazioni del settore elettrico. Per l’esproprio avvenuto due anni fa dell’impresa Corani, proprietà della francese Suez sono stati pagati nell’ottobre del 2011 18 milioni e mezzo di dollari.

 

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