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L’apartheid dei Checkpoints in Israele

12 Apr
«Non mi faccio illusioni: ci vorrà ben più di questo libro per ribaltare una realtà che demonizza un popolo colonizzato, espulso, occupato, e glorifica invece quello stesso popolo che l’ha colonizzato» (ivi, 220). I Lettori di “Civium Libertas” sono invitati a collaborare alla redazione di un Memoriale per ogni singolo villaggio distrutto durante la pulizia etnica del 1948 e negli anni successivi fino al nostro presente.

La pulizia etnica della Palestina non è un evento limitato e confinato nel 1948. Storicizzarre la Nakba sarebbe come consegnarla al passato ed accettarla con rassegnazione per il presente. In realtà il genocidio del popolo palestinese continua al presente, ogni giorno, sotto i nostri occhi. I “Territori Occupati” con i suoi “insediamenti e insieme con il reticolo dei checkpoints sono la continuazione del progetto politico del 1948, già implicito all’epoca del primo insediamento sionista nel 1882 e nell’ideologia fondativa del sionismo. Solo l’analisi costante della sua ideologia in tutte le sue attualizzazioni e riformulazioni ci potrà conentire di comprendere e spiegare quanto gli israeliani stanno facendo giorno per giorno e ci darà la speranza di poter forse i prossimi casi di genocidio e massacro. Voglio ripetere che la nozione di genocidio su cui mi baso non è la semplice soppressione fisica di un numero più o meno elevato o indiffererenziato di esistenze umane, ma la semplice volontà di scardinare l’unità organica di un popolo con le sue espressioni comunitarie (“capi”, lingua, costumi, religione, cultura, economia, ecc.) per trasformarla nell’hobbesiana o manzoniana moltitudine dispersa senza un nome, praticamente in profughi come possiamo largamente osservare. L’esistenza dei campi profughi è in questa accezione la prova vivente dell’esistenza del genocidio politico e culturale. Per chi non ha mai messo piede in Israele, ma vuol rendersi conto della realtà di un’occupazione finalizzata alla pulizia etnica e al genocidio, diventa piuttosto difficile comprendere il concetto di ckeckpoint. Ve ne sono innumerevoli e la loro funzione è di ostacolare al massimo la circolazione dei palestinesi. In pratica sono un popolo tenuto in condizione di prigionieri, di ostaggi. Le angherie sono continue e finalizzate a produrre l’abbandono del territorio. Certamente, la soluzione “finale” più propria sarebbe l’eliminazione fisica immediata di tutti i palestinesi, ma non è praticabile benchè molto desiderata. In una nuova serie di post che si aggiunge all’elenco dei villaggi distrutti nel 1948 ed alla ricostruzione della loro storia per quanto possibile, quindi all’elenco degli insediamenti colonici in Cisgiordania il cui numero e consistenza cresce continuamente, si aggiunge ora un elenco dei checkpoint, dove opera un’apposita organizzazione di donne pacifiste israeliane che stazionano ogni check point e forniscono testimonianze. Hanno un apposito sito: machsomwatch.org, che sarà la nostra prima fonte di informazione. L’elenco dei Chekpoints si trova a questa pagina. Il primo nome in ordine alfabetico è ’Anin. La documentazione più efficace sarà quella fotografica, se riusciremo a trovarne esplorando la rete o mantendoci in contatto con l’organizzazzione pacifista israeliana.

Links:
1. Machsomwatch.org –

1. → Abu Dis


Anin

 

Per l’ubicazione geografica si rinvia direttamente alla mappa. Il check point affligge le persone che sono residenti nel villaggio di Amin. Il passaggio è regolato secondo giorni ed orari. In pratica una forma di prigione. Le foto che seguono sono tratte dall’archivio fotografico Machsom Watch (MW) e vengono disposte in ordine cronologico. Le riproduciamo corredandole ed integrandole con i possibili commenti e con tutti dati che riuscimemo a trovare ora ed in seguito. Per le altre foto illustrative attingiamo liberamente dalla rete, ma in genere senza poterne indicare la fonte iconografica originaria, spesso non disponibile o irreperibile.

mw.anin
1. 


22 marzo 2007

 

Si vedono qui dei palestinesi che attendono al “cancello agricolo”. Devono passare attraverso questo cancello per raggiungere i loro campi. Sul villaggio di Anin abbiamo trovato questa scheda:
«Il villaggio di Anin, sorge sulle colline a nord di Jenin. Qui il muro separerà alcuni insediamenti illegali confiscati arbitrariamente al territorio palestinese. Uno di questi, prima dell’invasione del 1967, era una cittadina palestinese, oggi completamente abitata da coloni israeliani. Quì, prima di costruire il muro, l’esercito israeliano ha seminato i filari di ulivi e i campi con volantini su cui era scritto l’ordine di esproprio militare motivato dalla costruzione del muro, con la possibilità di presentare un istanza per l’interruzione dei lavori presso l’Alta Corte Israeliana.

Sono 4.250 le piante di ulivo sradicate per fare spazio alla by pass road e al muro che dovrebbe proteggerla. Piante vecchie di centinaia d’anni, alcune delle quali note per essere di epoca romana, come del resto il villaggio stesso, i cui abitanti a volte trovano nei campi vetuste monete dell’antico Impero.

Oltre alle piante anche i pascoli per le greggi di pecore sono stati resi inutilizzabili, nonostante la pastorizia sia la principale fonte di reddito per gli abitanti del villaggio.

L’unica strada che da Jenin porta al villaggio di Anin, oggi viene spesso bloccata da un check point che impedisce il transito alle persone ma anche ai prodotti agricoli che non potranno trovare sbocchi appropriati sui mercati vicini.

Sono 680 i lavoratori di questo villaggio che hanno perso il lavoro a causa della costruzione del muro che, nella zona di Jenin, ha ritagliato almeno 1.500 ettari di terreno palestinese a favore dei coloni che vivono negli insediamenti.

Per quanto riguarda l’acqua i coloni ne hanno a disposizione cinque volte più dei palestinesi, che hanno perso il controllo delle loro falde acquifere. Molti sono i palestinesi che tentano di attraversare la nuova linea di demarcazione per andare a lavorare nei loro campi o anche semplicemente per recuperare alcuni dei loro beni rimasti dall’altra parte ma, molto spesso, vengono fermati e picchiati duramente dagli stessi coloni.

Non si può accedere ai campi neppure dalla parte palestinese del muro e una fascia che varia dai 50 ai 90 metri sarà spianata per ragioni di sicurezza.

In queste condizioni di grande difficoltà vivono gli abitanti del villaggio di Anin i quali, nonostante tutto, dichiarano che non abbandoneranno mai la loro terra, rivendicando una pace giusta che gli permetta di vivere in dignità sul loro territorio secondo le risoluzioni dell’ONU».

(Fonte: Peacelink, telematica per la pace. Palestina: progetto Go’el)

Diventa qui chiara la politica di genocido, nel senso del termine già precisato, volta a scoraggiare gli abitanti autoctoni, inducendoli con ogni sorta di angherie ad abbandonare la loro terra.

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Pubblicato da su aprile 12, 2012 in Governo sovranazionale, Guerra

 

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